Viaggi
Lo sfondo della vita
Come gli smartphone hanno ridotto i luoghi a scenografie dei nostri ossessivi primi piani
Cinquant’anni fa, Susan Sontag scriveva che fotografare è “un modo di certificare l’esperienza, ma anche di rifiutarla”. Nel suo saggio seminale On Photography, la filosofa americana intuì qualcosa di inquietante: che la macchina fotografica avrebbe trasformato il viaggio in “una strategia per accumulare fotografie”. Oggi, con ogni tasca che contiene uno smartphone e ogni viaggio che diventa automaticamente un reportage, le sue parole suonano profetiche. I luoghi del mondo non sono più destinazioni da scoprire, ma sfondi intercambiabili per la narrazione infinita del nostro io digitale.
La rivoluzione non è stata improvvisa. È arrivata con la discrezione di un’app che si installa di notte. Prima il turista portava con sé una macchina fotografica, oggetto ingombrante che richiedeva una decisione: “Questo merita di essere fotografato?”. Ora la fotocamera viaggia permanentemente in tasca, sempre pronta. Non si sceglie più di fotografare. Si fotografa per default. Il gesto è diventato così automatico da precedere l’esperienza stessa: prima inquadro, poi guardo. Prima condivido, poi vivo. O forse no. Forse non vivo affatto.
Gli antropologi che studiano il turismo contemporaneo parlano di una “relazione voyeuristica cronica” con il mondo. Diventiamo, secondo l’espressione di Sontag, “turisti nella nostra stessa realtà”, sempre alla ricerca del prossimo contenuto, sempre in modalità caccia. Il Colosseo non è più il Colosseo: è un palcoscenico dove mettere in scena la nostra presenza. Le cascate del Niagara diventano uno sfondo umido per il nostro volto. Santorini, con le sue cupole blu e case bianche, esiste quasi esclusivamente come codice visivo, riconoscibile istantaneamente, perfetto per la griglia di Instagram.
Una recente ricerca accademica ha rivelato una “causalità reciproca” tra comportamenti online e offline: il palcoscenico digitale non può esistere senza gli sforzi sistematici compiuti nel mondo fisico, e questi sforzi fisici non avrebbero senso senza la motivazione di rappresentare uno stile di vita idealizzato sui social. Il viaggio diventa coreografia. Non più scoperta spontanea, ma esecuzione di un copione prevedibile. Si arriva a Parigi per fotografarsi sotto la Torre Eiffel nello stesso identico punto di milioni di altri turisti. Si va a Bali per replicare la posa della ragazza sull’altalena sospesa sulla giungla. Il mondo diventa un catalogo di scenografie certificate, luoghi dove “dovresti” essere stato, con le prove fotografiche a dimostrarlo.
Ma c’è qualcosa di ancora più radicale che ha preparato il terreno a tutto questo, qualcosa che precede lo smartphone e ne costituisce la premessa architettonica: l’omologazione fisica dei luoghi stessi. L’antropologo francese Marc Augé aveva già intuito negli anni Novanta l’avanzata dei “non-luoghi” – spazi di transito anonimi, privi di identità, dove gli esseri umani restano stranieri a se stessi e al contesto che li ospita. Pensava ad aeroporti, autostrade, centri commerciali. Non immaginava che la sua categoria avrebbe colonizzato anche il mare. Oggi le spiagge del Vietnam e quelle di Dubai si assomigliano con una precisione quasi chirurgica: stesso resort a cinque stelle con la piscina a sfioro che si fonde con l’orizzonte, stessa palma ornamentale posizionata nel punto esatto che massimizza la resa fotografica, stessa musica lounge diffusa dagli altoparlanti nascosti, stesso menu internazionale con un’indecifrabile “proposta locale” relegata in fondo alla carta. Questi insediamenti non si integrano nel territorio: sono isole felici completamente avulse dal contesto, dove la tipicità è snaturata e riproposta come stereotipo. Il risultato è che non siamo più noi a omologare le foto con i filtri: sono i luoghi stessi a essere già venuti al mondo filtrati, preconfezionati, pronti all’uso. Lo smartphone non fa che fotografare ciò che è già, in tutto e per tutto, una fotografia.
Questo processo ha una logica economica precisa e spietata. I grandi gruppi alberghieri internazionali hanno compreso che la riconoscibilità visiva è diventata la prima forma di marketing: un resort che “funziona bene su Instagram” attira più prenotazioni di uno che offre un’esperienza autentica ma fotograficamente ostica. Nascono così strutture progettate a tavolino per essere instagrammabili, con pareti dipinte di colori pastello, amache sospese sull’acqua turchese, colazioni disposte artisticamente su foglie di banano. L’architettura si piega alle esigenze dell’inquadratura. Il paesaggio diventa una variabile dipendente dell’algoritmo. E il turista, ignaro o complice, finisce per visitare non un luogo ma la sua rappresentazione ottimizzata, costruita appositamente per il suo sguardo digitale.
Il paradosso è devastante: viaggiamo per accumulare esperienze uniche, ma finiamo per produrre immagini indistinguibili. La tecnologia prometteva di democratizzare la fotografia, e l’ha fatto. Ma nel farlo ha anche omogeneizzato lo sguardo. Tutti inquadriamo gli stessi monumenti dagli stessi angoli, cercando la stessa luce dorata dell’ora magica, usando gli stessi filtri per rendere “autentico” ciò che è profondamente artificiale. L’autenticità stessa è diventata un’estetica da performare, non un’esperienza da vivere.
E poi è arrivata l’intelligenza artificiale, a complicare ulteriormente le cose con la sua consueta modestia. Oggi i nostri smartphone non si limitano a fotografare: “correggono” ciò che fotografiamo. L’AI rimuove i passanti indesiderati, cancella i cavi della luce sopra i tetti di Roma, schiarisce i cieli nuvolosi, leviga la pelle, raddrizza gli orizzonti. Il risultato è una fotografia che non è mai esistita, di un posto che non è mai stato così, scattata da una persona che non aveva quell’aspetto. Siamo arrivati al punto in cui l’intelligenza artificiale lavora instancabilmente per farci sembrare presenti in luoghi che non abbiamo davvero visto, abbelliti come non siamo davvero, in giornate che non hanno fatto davvero così bel tempo. Una sorta di assistente perfezionista e senza scrupoli che, con un tocco, trasforma ogni viaggio mediocre in un depliant da agenzia turistica. Forse il vero turista del futuro non dovrà nemmeno partire: basterà indicare all’AI la destinazione desiderata e lei provvederà a costruire ricordi convincenti, completi di geotag e abbronzatura.
Il danno non è solo estetico o filosofico. I luoghi ne soffrono in modo concreto e irreversibile. Residenti di città iconiche come Kyoto o Barcellona parlano di sentirsi ridotti a comparse in uno scenario che dovrebbe essere vuoto, pulito, perfetto per lo scatto. Il fenomeno ha persino un nome, “overtourism”, ma la parola rischia di oscurare la violenza sottile che descrive: non solo troppi turisti, ma turisti che non vedono il luogo che visitano perché sono impegnati a costruirne una versione fotografica da esportare. Alcuni quartieri in Giappone hanno eretto barriere fisiche per impedire l’accesso ai punti panoramici più abusati. E Venezia, caso limite e profetico, ha compiuto il passo definitivo: ha introdotto un biglietto d’ingresso per accedere al suo centro storico. È difficile immaginare gesto più eloquente. Una città che chiede il prezzo del museo per essere attraversata ha smesso di essere una città: è diventata un’installazione, un diorama abitabile, una scenografia talmente perfetta da dover essere contingentata come un’opera d’arte. Il paradosso è crudele: nel tentativo di preservarsi dalla riduzione a sfondo fotografico, Venezia ha sancito esattamente quella riduzione, trasformando i propri canali e calli nel corridoio ufficiale di una mostra permanente dedicata a se stessa.
La soluzione non è demonizzare la tecnologia, né rifugiarsi in un impossibile luddismo da tasca. Lo smartphone ha reso la fotografia accessibile a tutti, ha permesso a milioni di persone di documentare le proprie vite e dare voce a prospettive prima invisibili. Il problema è strutturale, e riguarda il sistema di incentivi che governa insieme l’industria turistica, le piattaforme social e il nostro immaginario collettivo: tutti spingono nella stessa direzione, verso la semplificazione, la riconoscibilità, la replicabilità. Verso luoghi che sembrino già visti perché è esattamente questo che vogliamo: la conferma di ciò che ci aspettavamo, non la sorpresa di ciò che non avremmo immaginato.
Il viaggio, in fondo, è sempre stato una promessa di alterità. Un modo per incontrare il diverso da sé, per perdersi in ciò che non si comprende subito, per tornare cambiati. Ma come si torna cambiati da un luogo che era già esattamente come lo avevamo immaginato? Come ci trasforma un’esperienza che abbiamo già, in qualche modo, vissuto sullo schermo prima di viverla sul serio? Finché i luoghi continueranno a costruirsi come sfondi e noi continueremo a usarli come tali, il viaggio resterà una sofisticata illusione di movimento: ci spostiamo nello spazio restando fermi, ostinatamente, dentro noi stessi.
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