L’eterna prova generale per una vera festa repubblicana

1 Giugno 2019

Intorno alla festa del 2 giugno, e quindi alle celebrazioni a ricordo della nascita della Repubblica Italiana, stanno almeno due problemi. Il primo è la sua rilevanza nel nostro calendario civile, l’altro sta nei contenuti delle celebrazioni.

Il 2 giugno è nella memoria collettiva? Sì e no, contemporaneamente.  Per molto tempo, infatti, il problema del 2 giugno non è stato che cosa celebrare, ma come celebrarlo: negli anni si è consolidato un rito che ha il suo momento centrale e dominante nella parata militare nella capitale. Ovvero, un rito che è sia inappropriato e sia inadeguato rispetto a ciò che vorrebbe festeggiare, essendo piuttosto un rito dello Stato, e in ogni caso qualcosa non ha relazione alcuna con la nascita di una repubblica per scelta referendaria.

Ora un’urna elettorale o una scheda referendaria possono rimanere nella memoria perché marcano un’epoca. Il voto sul divorzio come quello sull’aborto hanno personalità storica. Quei due voti, infatti, hanno segnato una frattura. Dopo si è trattato, da parte di chi dall’esito referendario si è sentito “esiliato in patria”, di riaprire una dimensione di “riconquista” di un territorio perduto. Il referendum del 2 giugno 1946 ha marcato un prima e un dopo? Non mi pare. Un indizio. Non è significativo e al tempo stesso incredibile che in un’opera collettiva così attenta alle date/evento dell’Italia moderna e contemporanea, dall’Unità a oggi, come I luoghi della memoria, coordinata da uno storico tutt’altro che insensibile alla memoria pubblica come Mario Isnenghi, non ci sia un capitolo sul 2 giugno 1946, mentre ce n’è uno sul 10 giugno 1940?  È allora fuori luogo dedurne che quel passaggio – il 2 giugno 1946, intendo – si è fissato già allora e poi nel tempo consolidato come un cambiamento senza spessore culturale? In altre parole un cambiamento solo “tecnico”?

Negli anni ’70 lo storico Claudio Pavone denominò quel passaggio tra il regime fascista e Repubblica con il concetto di “continuità dello Stato”,   riferendosi alla permanenza di quadri e dirigenti negli apparati pubblici. Un passaggio in cui buona parte della macchina dello Stato traghetta indenne dalla dittatura alla democrazia. Se il mantenimento della struttura statale è condizione necessaria, tuttavia non è sufficiente a segnare un passaggio culturale-politico nei rapporti fra cittadino e potere, che è il cuore dell’idea repubblicana.

La continuità degli apparati dice dei conti non fatti con il passato ma non impedisce di per sé che si inauguri una nuova dimensione tra cittadino e potere – come mostra il caso della Germania risorta dopo il 1945 con un’apparato statale in buona parte invariato rispetto agli anni del regime nazista. Una nuova dimensione dove la responsabilità, il rapporto con la legge, il senso dei rispetto della legge, siano il fondamento del rapporto tra cittadino e potere statuale. Il 2 giugno 1946 abbiamo deciso di avere un Presidente e non più il Re, ma quel rapporto tra cittadino e lo Stato, da noi, non è mutato. In breve abbiamo avuto una repubblica, ma non le idee repubblicane.

Qui sta la seconda questione, quella relativa ai contenuti. Preliminarmente: che cosa intendiamo con repubblica, al di là della questione tecnico-istituzionale? Repubblica è un consorzio civile fondato sulla virtù e caratterizzato dalla titolarità e dalla gestione della sovranità da parte del popolo. Per comprendere  il nucleo dell’idea repubblicane dobbiamo ricorrere a Rousseau, secondo cui repubblica è “ogni Stato retto da leggi, qualunque sia la sua forma di amministrazione, perché soltanto allora governa l’interesse pubblico, e la cosa pubblica è qualche cosa” (Contratto sociale, libro II, cap. VI). Lì si fonda lo “spirito repubblicano”.

Nella nostra storia, la repubblica ha coinciso con il cambio istituzionale non con la costruzione di un ethos pubblico. Per questo in anni a noi vicini, a partire dalla Presidenza Ciampi (1999-2006) lo sforzo è stato quello di ricollocare il cambio istituzionale in una filiera di fatti e di atti che dessero “giustificazione” a quel passaggio, che lo facessero diventare “cultura”. Ciampi introduce un’espressione –  “patria repubblicana” – che aveva un senso e alludeva non solo a fatti o a atti, ma a contenuti. Alludeva, cioè, a una specifica pratica della libertà, distinta da quella propria dei liberali. Per questi ultimi, la libertà è garantirsi possibilità d’azione senza interferenza da parte del potere pubblico. Non così per i repubblicani. La libertà per i repubblicani è non essere sottoposti alla volontà arbitraria di qualcun altro. L’ideale repubblicano è predisporre un sistema di tutela in grado di eliminare, ora e domani, la possibilità di subire arbitrio.

Come si evita l’arbitrio secondo l’ideale di libertà repubblicana? La legge e il dettato costituzionale – ovvero il patto sancito tra soggetti liberi – sono i due terreni per il mantenimento della libertà. A differenza dei sostenitori dello slogan “meno Stato”, per l’ideale repubblicano la legge non costituisce un’interferenza che limita la libertà. Lì, per esempio, sta un segmento significativo di ciò che si chiama “idea repubblicana”. Un’idea che mancava nel  1946 e che ancora oggi fatichiamo a costruire. Non avendo ancora ben chiaro cosa celebriamo, festeggiamo con una parata militare, dove il cittadino è spettatore, e con un ricevimento nei giardini del Quirinale, dove il cittadino è ospite.

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In copertina, Prove generali per la Festa della Repubblica, Roma, 31 maggio 2011 – foto di Giulio Menna

Articolo pubblicato per la prima volta il 2 giugno 2015

 

TAG: 2 giugno, carlo azeglio ciampi, Claudio Pavone, Jean-Jacques Rousseau, Mario Isnenghi
CAT: Storia

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