De Gasperi e le origini dell’intervento pubblico nell’economia

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6 giugno 2017

Seppure ci siano state esperienze significative anche in precedenza, la presenza pubblica nel sistema economico italiano si manifesta, in maniera evidente, con l’avvento del fascismo. Nel 1933 viene, infatti, creato l’IRI (Istituto per la Ricostruzione industriale) con l’obiettivo di impedire il crollo del sistema creditizio italiano pesantemente colpito dalla crisi del 1929. Le tre banche principali del sistema creditizio italiano – la Commerciale, Credito Italiano e il Banco di Roma –, pesantemente esposte, cedevano all’IRI le loro partecipazioni aziendali in cambio di quella liquidità senza la quale sarebbero fallite. Il salvataggio del sistema in qualche maniera giustificava quelle operazioni poco coerenti con un sistema di mercato. Per quanto riguarda l’IRI, doveva trattarsi di una istituzione temporanea da liquidare una volta che il sistema economico si fosse rimesso in moto.

Ma, come purtroppo troppo spesso accade in Italia, il precario si muta in stabile e anche l’IRI non sfuggì a questa regola. Nel 1937 il governo decise infatti di trasformarlo in ente pubblico permanente e lo spinse ad acquisire, anche per ragioni che avevano ben poco a che fare con la buona politica, quote azionarie di una buona fetta del patrimonio aziendale italiano. Caduto il fascismo ne restava il lascito di un ente elefantiaco divenuto il controllore del maggior complesso finanziario, bancario e industriale del mondo occidentale. Un ente che, pare evidente, non aveva nulla a che fare con la scelta democratica-occidentale dell’Italia del dopoguerra. Lo Stato imprenditore appariva, infatti, un’anomalia che la nuova classe dirigente avrebbe dovuto necessariamente correggere. Ma sulla strada della correzione,  che era osteggiata dalle fazioni stataliste, si trovò la forte opposizione di Alcide De Gasperi, il nuovo presidente del consiglio.

Un’opposizione, quella di De Gasperi, sulla quale Nico Perrone, autore de “La svolta occidentale” edito da Castelvecchi invita a riflettere soprattutto in relazione alle accuse di cui è stato fatto segno da parte delle sinistre per la sua scelta filoamericana. La sinistra, soprattutto i comunisti e una parte dei socialisti, avevano accusato il presidente del consiglio di avere ceduto la sovranità nazionale agli americani dopo i suoi viaggi, quello del 1947 – del quale dicevano che fosse stato motivato soprattutto per concordare con Truman la cacciata dei comunisti dal governo – e quello, successivo, del 1951 dopo la firma del Patto Atlantico. Accuse che, alla luce dei documenti, risultano non corrispondenti alla realtà dei fatti, essendo stato il primo viaggio – come dimostra con ampia documentazione Giovanni Sale in un saggio su La Civiltà Cattolica – motivato dalla urgenza di ottenere crediti finanziari e aiuti alimentari, necessari visto l’esaurimento delle scorte in quel terribile frangente storico e, il secondo viaggio, per reclamare quella pari dignità sul piano internazionale che le potenze vincitrici stentavano a riconoscere. Come ricorda Perrone, condizione posta da Washington per concedere gli aiuti richiesti era la liquidazione dell’impalcatura statalista di cui, proprio l’IRI costituiva il pezzo forte. Un presidente debole e, soprattutto, prone ai dettati della potenza americana si sarebbe dovuto comportare di conseguenza accettando quel diktat.

De Gasperi seppe invece resistere alle pressioni americane che trovavano sponda anche nei poteri economici forti presenti in Italia difendendo il sistema delle partecipazioni pubbliche. Lo statista trentino considerava infatti, al di là delle influenze o delle sollecitazioni che gli venivano da più parti, fondamentale e non negoziabile la prevalenza dell’interesse dello Stato nell’economia, andando nella direzione opposta a quello che gli Usa avrebbero voluto. Egli, addirittura, allargò l’intervento pubblico nel comparto energetico, metano e petrolio, considerati settori strategici ai fini dello sviluppo del Paese, non opponendosi, anche per garantire la pace sociale e i livelli occupazionali, al salvataggio attraverso la statalizzazione di numerose imprese in crisi. A De Gasperi va dunque direttamente ricondotta la responsabilità del consolidamento di quello “Stato imprenditore” la  cui estensione non trova riscontro nel mondo occidentale e che lo avvicina molto a quello delle economie socialiste. Sicuramente le finalità di De Gasperi, statista lucido e di grandi visioni prospettiche, furono nobili purtroppo, però, il risultato nel tempo non fu quello che si sarebbe aspettato: lo Stato imprenditore si mutò,  a partire dalla fine degli anni cinquanta, in una mostruosa macchina di scambio che ha inciso sulla moralizzazione dell’economia  e della politica. Un situazione disastrosa, quest’ultima, che venne più volte denunciata dai diversi settori del mondo politico ed economico a cui, solo nel 1992, con il decreto sulle privatizzazioni, varato dal governo guidato da Giulio Andreotti, per ironia della sorte l’uomo che era stato più vicino a De Gasperi, si cercò finalmente di porre rimedio.

TAG: comunismo, Cooperazione e alleanza USA_Italia, Cultura, de gasperi, Dopoguerra, economia pubblica, italia, nico perrone, sinistra
CAT: Storia

Un commento

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  1. pierpier58 2 anni fa
    Non sono d'accordo sul finale, senza l'intervento pubblico ci sarebbe stato e nello stesso modo il boom? La nazionalizzazione dell'Enel e la crazionedella Stet nel 64 ha avuto benefici sia sulla produzuione e distribuzione dell' energia elettrica e sullo sviluppo delle TLC . Per non parlare del ruolo dell'ENI.La degenerazione dell'IRI avvenne ben dopo gli anni 50 , direi piuttosto daglianni 70. Inoltre le privatizzazioni non mi pare siano state tutte un successo ( vedi Telecom) e anche la trasformazione delle banche ha prodotto anche molti aspetti negativi.
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