Internet

Le scam farms: fabbriche globali della truffa digitale

Le “fattorie” delle truffe digitali sono ormai un fenomeno transnazionale che intreccia criminalità organizzata e sfruttamento umano su scala industriale. Contrastarle richiede un sistema di cooperazione internazionale tra Nord e Sud del mondo.

10 Febbraio 2026

“Abbiamo ricevuto il tuo CV e il tuo profilo è stato selezionato”, oppure “Ciao! Ti scrivo per un’opportunità di lavoro che richiede solo pochi minuti al giorno”, o ancora “Ho visto il tuo profilo, ti vorrei conoscere”.

Molti di noi avranno ricevuto messaggi di questo tipo almeno una volta. La prima reazione dovrebbe essere bloccare e segnalare il contatto sospetto sulla piattaforma utilizzata, ma non sempre accade e c’è chi crede di trovarsi davanti a una proposta legittima. È così che una conversazione qualunque può trasformarsi nell’inizio di una truffa.

Negli ultimi anni le “scam farms” (letteralmente “fattorie delle truffe”) sono emerse come uno dei modelli criminali più inquietanti dell’economia digitale globale, che sfrutta l’uso quotidiano delle tecnologie per comunicare, investire, cercare lavoro o relazioni. Si nascondono così vere e proprie infrastrutture dedicate alla frode online, spesso collegate a reti transnazionali di criminalità organizzata.

Cosa sono e come operano

Questi centri si concentrano soprattutto nel Sud-Est asiatico, in Paesi come Cambogia, Laos e Myanmar, dove prosperano anche grazie a debolezza dei meccanismi di controllo e corruzione diffusa. Spesso si presentano come uffici, hotel o complessi residenziali apparentemente normali; all’interno, però, centinaia di persone vengono costrette a condurre truffe su larga scala.

Sebbene si tenda a considerare come vittime solo coloro a cui viene sottratto denaro – che si trovano prevalentemente in Europa, Nord America e Australia – lo sono anche i lavoratori obbligati a portare avanti i raggiri. Si tratta di vittime di tratta degli esseri umani, a loro volta ingannate con false offerte di impiego e trattenute contro la propria volontà. Queste sono costrette a seguire script dettagliati per portare avanti inganni a sfondo romantico, false offerte di lavoro, finti investimenti in criptovalute, truffe di assistenza clienti o frodi legate all’e-commerce.

Le “scam farms” operano attraverso un sistema multilivello: l’uso coordinato di piattaforme di messaggistica, social network e siti web clonati consente di raggiungere un vasto numero di destinatati e rende difficile il tracciamento. Questo livello operativo si inserisce in un ecosistema criminale più ampio, che comprende riciclaggio di denaro tramite società di copertura, false identità e infrastrutture digitali dedicate, progettate per massimizzare i profitti ed eludere i controlli.

Una crisi umanitaria nascosta

La portata del problema è tale che la Cina lo ha definito una “scamdemic” – un’epidemia delle truffe. Negli ultimi anni, raid e operazioni di polizia per liberare migliaia di lavoratori sono stati condotti in Myanmar, Cambogia, Cina, Filippine, e Hong Kong. Tuttavia, si tratta di soluzioni parziali: le reti criminali si spostano e si adattano rapidamente, e lo smantellamento di singoli centri non equivale all’eliminazione del fenomeno.

In molti casi è cruciale il coordinamento delle agenzie delle Nazioni Unite, che parlano apertamente di crisi umanitaria, con migliaia di persone detenute illegalmente e sottoposte a torture, ricatti e abusi sistematici. Le difficoltà aumentano in contesti in cui persistono problemi strutturali di corruzione, debolezza dello stato di diritto e violazioni dei diritti umani, fattori che ostacolano indagini efficaci e la protezione delle vittime.

Il Global State of Scams 2025 stima in 442 miliardi di dollari le perdite globali dovute alle truffe in un solo anno. Nonostante queste dimensioni, dal punto di vista occidentale il problema continua a essere inquadrato soprattutto come una questione di sicurezza informatica o di tutela dei consumatori, più che come una forma strutturata di criminalità organizzata transnazionale. Europa e Nord America figurano tra le principali aree di destinazione dei flussi finanziari fraudolenti, con perdite medie particolarmente elevate nei paesi ad alto reddito.

La cooperazione internazionale quale unica risposta possibile

Le “scam farms” sono uno specchio delle disuguaglianze e delle fragilità dell’ecosistema digitale globale. Prosperano dove i confini giuridici operano secondo standard diversi, le capacità investigative sono diseguali e la cooperazione internazionale insufficiente. Contrastarle richiede innanzitutto un coordinamento più stretto tra i paesi del Sud-Est asiatico, fondamentale per mappare le reti, condividere informazioni operative e colpire le infrastrutture finanziarie e digitali che alimentano questi scenari.

Allo stesso tempo, i paesi occidentali – che dispongono di maggiori risorse tecnologiche, capacità di tracciamento finanziario e strumenti normativi – sono chiamati a svolgere un ruolo attivo di fronte a una situazione che ha una chiara dimensione umanitaria. Possono contribuire in modo significativo nel sostenere le indagini, rafforzare la cooperazione giudiziaria e investire nella prevenzione e nell’assistenza alle vittime, sia delle truffe sia della tratta di esseri umani.

In questo senso, emerge una questione di responsabilità condivisa tra Nord e Sud del mondo, che coinvolge sicurezza digitale, diritti umani e governance globale delle tecnologie.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.