Ad ogni alluvione urliamo contro i politici. E noi italiani dov’eravamo?

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13 novembre 2014

In tempi più cristiani di questi e forse anche più ambigui, il sentimento popolare avrebbe risolto la terribilità della natura mettendola sotto la voce “castigo di Dio”, considerando ogni flagello meteorologico, i terremoti, le maree, come l’inflessibile risposta celeste all’ignavia degli umani, in cui contenere le specie più diverse del peccato, da quelli che riguardavano il sesso e il desiderio morboso, il rapporto con il denaro, l’insensibilità verso gli altri. Pareva davvero che, superata una certa soglia di indecenza sociale, la natura si facesse Dio e come giudice unico presentasse il suo conto sotto forma di punizione. Tutto ciò era considerato come l’inevitabile pedaggio all’ingordigia del mondo e i costi sociali sopportati e persino considerati come un giusto sacrificio in nome dell’insensibilità umana.

Smarrita la via cristiana più giustificazionista, oggi che lo sguardo è decisamente più laico riusciamo con difficoltà ad accettare che la forza della natura sottragga tranquillità ai nostri fragili equilibri, che sommerga vite e paesi, che modifichi in modo sconvolgente i contorni del nostro territorio. Anche in questo caso dobbiamo ricorrere al surrogato cristiano: peccato-uguale-flagello, in cui considerare peccato quell’incapacità cronica della politica di avere una coscienza urbanistica e ambientale. Quando la misura (politica) è colma, il dio laico che è in Natura esplode in tutta la sua meraviglia devastante.

Questa visione molto protettiva per cui ripararsi sotto l’ombrello di una cattiva politica, addossandole ogni colpa, è un tratto distintivo della nostra società. In cui evitare in modo sistematico di pensare a “noi”, ai nostri comportamenti, alla nostra educazione (a partire dalla scuola). In altre parole, la politica c’entra nulla con quello che succede (sono evidenti solo le responsabilità più tecniche) perché costantemente in evoluzione: cambia le sue forme, cambia le persone che la rappresentano, cambia gli orientamenti, è un corpo troppo mutevole per poter essere considerato l’anello finale di una lunga catena di insensibilità. Soprattutto la politica costruisce in maniera certosina la propria sparizione, scolorisce al punto da rendere impossibile l’identificazione di un colpevole purchessia, rende banalmente inaccessibile ogni forma di conoscenza. E quale nemico sarebbe quello che ha i tratti di un fantasma?

Siamo noi, invece, che restiamo immutabili e dunque è solo su noi stessi che possiamo fidare, sapendoci carne e sangue di noi stessi. Tocca a noi, ogni giorno, il confronto con il corpo sociale esterno, con i doveri e i diritti che appartengono a ogni singolo cittadino. Nessuna politica può trasformare i cittadini in cittadini modello, questo è un equivoco storico di democrazie malate, nessuna politica è in grado, né potrebbe, educare i propri cittadini, quando invece è la responsabilità personale di ogni cittadino a poter/dover educare la politica (la quale subirebbe impotente, essendo di fragilissima costituzione).

Se questi flagelli della natura riescono a scuoterci, evitandoci la solita litania sulla politica, che siano benedetti. I costi umani sono assolutamente compatibili con le modificazioni delle società (volete sapere quanti ne muoiono di cirrosi epatica?) e dovrebbero costituire un primo passo verso una più generale espiazione. Non della politica, ma nostra.

TAG: alluvione
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Un commento

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  1. Federico Ferri 5 anni fa
    Trovo molto stimolante il passaggio sulla sostituzione del peccato-politico (di altri) al peccato-individuale/collettivo (mio/nostro), con la conseguente deresponsabilizzazione della società e e degli individui che la compongono. Attenzione però a non considerare la politica di costituzione troppo "fantasmatica": Aristotele non a caso considerava la sua funzione "architettonica" nell'ambito di quelle che chiamava scienze pratiche. Se è vero, infatti, che la politica non può rendere i cittadini moralmente migliori (a differenza di quello che sognava Aristotele), nondimeno essa può determinare le condizioni per la formazione e il consolidamento di un certo ethos (quello di cui sono espressione i primi 11 articoli della Costituzione), per esempio attraverso una politica scolastica che favorisca, promuova e istituzionalizzi su base nazionale le migliori esperienze di educazione alla cittadinanza. Ma una politica attenta a queste cose non spunta come un fungo, ci vuole, come scrivi tu, la responsabilità personale di ogni cittadino che la "educhi" con il voto (e con la partecipazione, più o meno strutturata). In sintesi: la politica ha un primato di fatto, ma va rinnovata. E per rinnovarla bisogna rinnovare la società. Ed io stesso mi devo rinnovare. Mi pare un circolo molto interessante. (Sui costi umani, invece, non riesco a essere così hegeliano: non mi rassegno a non scandalizzarmi).
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