Due considerazioni e una proposta su Poletti, i CV e il calcetto

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28 marzo 2017

“Il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia. È per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum”.

Questa è la frase incriminata di Giuliano Poletti, il Ministro del Lavoro del Governo Renzi, prima, e del Governo Gentiloni, ora.

Interrogandomi sul significato di tale affermazione, volendo, anche solo per un secondo, abbandonare il terreno della polemica, non ho trovato alcuna interpretazione positiva a riguardo.

Pare evidente il messaggio del Ministro: per trovare un lavoro servono conoscenze dirette, nate possibilmente al di fuori del rapporto di lavoro, anche grazie ad eventi casuali, come fare un pallonetto ad un imprenditore con addosso la maglia della sua squadra del cuore.

Per quanto si cerchi di giustificare o addolcire tale concetto, il suo gusto amaro non accenna minimamente a scomparire, facendosi addirittura più aspro per coloro che conoscenze dirette non ne hanno e non ne potrebbero avere, perché magari il lavoro a cui aspirano non consente un facile contatto diretto con il proprio potenziale datore di lavoro.
Perché a “calcetto”, parafrasando il Ministro, ci puoi giocare con l’imprenditore dell’azienda della tua città, ma se aspiri, anche poco, a lavorare presso una multinazionale, tale tecnica difficilmente la si potrà mettere in pratica. Certo, se sognate di lavorare in Google o Facebook, fate il borsone e volate in California, con la speranza di beccare in pantaloncini e calzettoni Larry Page o Mark Zuckerberg.
Ma un’ulteriore idea malsana del mercato del lavoro ricavabile da quell’affermazione porta ad una domanda: perché possono aspirare ad un posto di lavoro solo coloro che hanno un rapporto di fiducia (leggere conoscenza diretta) con un imprenditore? E un figlio di nessuno, privo di tale “fortuna” ma magari molto più competente? Destinato a rincorrere un palla di fieno, piuttosto che una palla da calcio.

Se dalle parole dell’ex Presidente di Legacoop si vuole trarre spunto per una riflessione lungimirante, allora forse dovremmo ragionare su come rendere i Curriculum Vitae davvero potenziali per la ricerca del lavoro. Un’idea potrebbe essere quella di far sparire dai CV tutti i dati “discriminanti” del candidato, lasciando solo quelle informazioni utili per capire se si è idonei o no per quel tipo di lavoro. Via dati anagrafici, solo informazioni circa la formazione e le esperienze lavorative precedenti e un contatto. Ricordandoci che l’uguaglianza sostanziale, presente nella nostra Costituzione, passa da un concetto semplice: sono le nostre scelte e le nostre esperienze che fanno di noi ciò che siamo, non un cognome pesante, l’età più o meno giovane, la provenienza geografica o il genere sessuale. O, addirittura, la nostra passione per il calcetto del venerdì.

TAG: aziende e giovani, Calcetto, colloquio di lavoro, curriculum, disoccupazione giovanile, giovani, giuliano poletti, Lavoro, Lavoro giovanile, lavoro in Italia, ministro del lavoro
CAT: Governo, Occupazione, Partiti e politici

3 Commenti

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  1. silvius 2 mesi fa
    La frase è indelicata, e non dovrebbe comunque dirla un ministro in prima persona, sono il primo a dirlo. Ma alla fine ha descritto una situazione che non dipende da lui. Certo, il Ministero potrebbe - forse lo sta già facendo, non ne ho idea - attuare delle politiche per aiutare i giovani un po' più imbranati a muoversi. Ma tutto questo fumo mi sembra fuori luogo, pur ribadendo quello che ho detto all'inizio.
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  2. silvius 2 mesi fa
    P.S. Ragazzi un po' imbranati o semplicemente svantaggiati per tutti i possibili motivi, o meno intraprendenti. Non voglio mancare di rispetto a nessuno, ovviamente.
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  3. davide-montanaro 2 mesi fa
    Conosco tantissimi ragazzi che non sono né imbranati e né meno intraprendenti rispetto ad altri. Ascolto storie davvero allucinanti, dove aziende leader del proprio settore chiedono ai neolaureati di fare tirocinio gratuito, o con un rimborso spese da terzo mondo. Chiediamoci se sono sempre i giovani ad avere responsabilità, oppure la responsabilità è in capo (anche e non solo) ad altri soggetti.
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