Partiti e politici
La paura e la voglia di un bel pareggione
Uno spettro si aggira per le stanze e le camere dell’eco della politica italiana, ed è lo spettro del pareggio alle elezioni politiche del 2027. Se ne parla sui giornali, quando si tratteggia il faticoso cammino che dovrebbe portare la maggioranza a varare una nuova legge elettorale, con l’obiettivo appunto di dare a qualcuno una maggioranza parlamentare certa per governare. Se ne parla guardando i sondaggi, che servono anche, soprattutto, a costruire strategie tattiche e politiche in vista del prossimo voto. Se ne parla, soprattutto, all’interno delle coalizioni e dei partiti, con uno sguardo che va oltre la vittoria delle prossime elezioni e punta dritto al cuore temporale e politico della prossima legislatura: quel 2029 nel quale il prossimo parlamento eleggerà il Presidente della Repubblica che dovrà succedere, dopo quattordici anni, a Sergio Mattarella.
Il finale vero di questa storia, dunque, lo vedremo allora, tra poco meno di tre anni. Il suo inizio risale a poco meno di quattro anni fa nell’estate del 2022, quando, su iniziale impulso del Movimento 5 Stelle ma con un consenso politico che i fatti dimostrarono trasversale a buona parte della maggioranza, cade il governo Draghi, che era sostenuto da tutto il parlamento con l’eccezione di Fratelli d’Italia. Il partito di Giorgia Meloni che, proprio grazie a quell’autoesclusione, costruì il percorso che portava alla vittoria elettorale e poi al governo. Vale la pena di ripassare un po’ questa storia e le sue radici, per immaginare con qualche realismo il tragitto del prossimo futuro della politica italiana che guarda alla tappa elettorale del 2027 e a quel che verrà dopo.
L’ombra lunga di una vittoria più fragile del dato parlamentare
Quando si votò nel Settembre del 2022 il risultato era scritto, da ben prima che si aprissero e chiudessero le urne e lo spoglio. L’unità della destra e la divisione in tre parti del futuro Campo Largo rendevano impossibile la competizione, dato che la legge elettorale ancora in vigore assegna un terzo dei posti in parlamento con un sistema maggioritario. Andando unita a fronte di avversari molto divisi, la destra aveva la certezza di vincere quasi ovunque nella parte maggioritaria, per arrivare così a una comoda maggioranza parlamentare, in entrambi i rami del parlamento, sommando appunto i collegi “vinti” col maggioritario con quelli raccolti col sistema proporzionale. Bastò raccogliere, a Meloni e soci, il 44% dei voti alle elezioni politiche col più alto tasso di astensionismo della storia per avere in mano le redini della politica e del governo. Fu subito chiaro, matematico, che, qualora PD e AVS si fossero alleati o col centro di Renzi e Calenda, o col Movimento 5 Stelle, la vittoria della destra sarebbe stata molto meno netta, in Parlamento. Anzi, con ogni probabilità non avrebbe avuto la maggioranza in entrambi i rami del parlamento. È sotto questa luce che vanno rilette molte delle manovre politiche della legislatura, e la prospettiva di quest’ultimo anno di governo che porterà alle elezioni nel 2027.
L’obbligo del Campo Largo e il bisogno di una nuova legge elettorale
Pochi mesi dopo le elezioni, a fine inverno del 2023, Elly Schlein vince le primarie, diventa segretaria del PD e da subito imposta una strategia e una tattica “testardamente unitarie”. In sostanza, per far tornare il suo partito al governo non punta a portare dalla sua parte chi vota per gli altri e neanche, se non secondariamente, quelli che non vanno a votare. L’obiettivo primario è di stringere un patto con chi è, come il Pd, all’opposizione perchè, numeri alla mano, anche le elezioni appena perdute sarebbero andate diversamente. Può sembrare minimale, poco ambizioso, e forse lo è: ma è di certo consapevole di una continuità profonda delle dinamiche del consenso lungo tutto il tempo politico della cosiddetta Seconda Repubblica, inaugurato con la creazione della destra di Governo da parte di Silvio Berlusconi. La nascita e l’ascesa del Movimento 5 Stelle ha rappresentato sicuramente una discontinuità rispetto al ventennio precedente, ma il suo (auspicato, da Schlein) riassorbimento nel blocco del centrosinistra finisce col riproporre uno schema psicologico e politico già visto: le forze di “non destra”, se stanno tutte insieme, più o meno equivalgono a quelle di destra. Punto più, punto meno. A fare la differenza è appunto il sistema elettorale. Ed è per questo che, pur essendoci parecchie altre questioni pressanti sulla vita di imprese e cittadini, una parte importante delle residue energie della politica italiana, in questo finale di legislatura, sarà appunto dedicata a modificare la legge elettorale, dopo che è fallito ancora prima di incominciare il cammino del “premierato” costituzionale, tanto caro a Giorgia Meloni. La mia personale convinzione è che, alla fine, si voterà con la legge che c’è, il Rosatellum. Difficile dire adesso, ovviamente, chi vincerà, senza sapere esattamente chi sarà alleato con chi, se il centrosinistra farà le primarie, chi sarà in campo e come. È però possibile invece immaginare, fin da adesso, che nessuno davvero vincerà le elezioni del 2027.
La legislatura che verrà
Il tema arriverà a un certo punto al dibattito pubblico, con l’inizio della campagna elettorale vera e propria in vista delle elezioni del 2027. Al più tardi, quindi, con l’anno nuovo, dopo l’ennesima manovra di Bilancio contenitiva e rigorosa firmata da Giorgetti. È molto probabile che, alle domande sul dopo in caso di “pareggio”, le leadership politiche risponderanno che non ci sarà alcun pareggio, che vincerà una parte, la propria, e sarà chiamata a governare. Nel caso in cui le domande si facessero incalzanti e puntuale, Meloni risponderà che per lei parla la storia, mai ha sostenuto di governi di larghe intese pur essendo in parlamento in un tempo che da questi governi è stato caratterizzato, mentre Schlein ribadirà che la sua segreteria si è caratterizzata fin dagli albori proprio per il rifiuto di accordi con la destra. Conte, con ogni probabilità precederà tutti, dicendo che il Movimento dice no, puntando a massimizzare i consensi anche in vista della competizione interna al centrosinistra.
Queste saranno le premesse, naturalmente molte volte ipotetiche: poi però succederà la realtà, quella vera. E se davvero di pareggio si tratterà, ad esempio con una situazione nella quale le due camere hanno maggioranze diverse, bisognerà decidere il da farsi. A inizio legislatura, lo sappiamo bene, la spinta a trovare un accordo è sempre molto forte. Ci sono i nuovi eletti in parlamento e le vecchie volpi, e poi c’è anche la missione alta del Parlamento: quella per la quale chi vi siede, appunto, deve parlare con gli altri nell’interesse del paese. Ci saranno sic uramente altre emergenze internazionali da fronteggiare, una situazione economica che non potrà essere diventata rosea nell’anno a venire e poi ci sarà la scadenza principe per la politica italiana: quel 2029 nel quale finirà il secondo mandato presidenziale di Sergio Mattarella, e il Parlamento dovrà eleggere il successore.
Il sogno antico di Giorgia Meloni era quello di arrivare a quel momento dopo un trionfo alle elezioni del 2027 e con la forza di chi il Presidente poteva eleggerselo da solo, o quasi, mandando al Colle un uomo di assoluta fiducia o, perfino, se stessa. Quell’aspirazione sembra aver perduto di spinta e forza. Il dopo-Mattarella sarà frutto di lunghe trattative tra le parti. Un governo di larghe intese sarà, ragionevolmente, il primo laboratorio. Tra curve, frenate e colpi di mano per evitare quell’epilogo, il cammino è già cominciato.
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