Purity o dell’esser giovani alla maniera di Franzen

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30 marzo 2016

Con Purity (nella strepitosa traduzione di Silvia Pareschi), Jonathan Franzen si pone come il più rilevante scrittore contemporaneo. Jonathan Franzen è oggi infatti l’unico in grado di miscelare una narrazione di carattere popolare con una rilevante ricerca linguistica capace di sedurre il lettore, ma anche di incuriosirlo rispetto a temi la cui centralità non è sempre immediata al primo colpo d’occhio.

Ossessionato dal tema del successo intrecciato a quello della famiglia e quindi della più generale crisi del modello americano che dalla seconda metà del Novecento ha trasformato il sogno americano in una disillusione spesso atroce con cui ogni grande narratore ha fatto e deve fare i conti, Jonathan Franzen elabora con “Purity” un discorso solo apparentemente facile.

In realtà lo scrittore – originario di Western Springs nei pressi di Chicago, ma organicamente e strutturalmente newyorkese – costruisce un raffinato impianto narrativo in grado di portare negli anni dieci del duemila la fisicità letteraria di autori come Philip Roth, Saul Bellow e Vladimir Nabokov. Autori che tuttavia non rappresentano il suo ideale pantheon concettuale che includerebbe invece figure come quella di Thomas Pynchon, Don DeLillo e il compianto amico David Foster Wallace. La grandezza e la bravura di Franzen è nel riuscire a declinare l’arte narrativa e allo stesso tempo le tematiche in un discorso popolare che da un lato rimetta al centro del dibattito pubblico la letteratura, ma dall’altro che sia in grado di preservare una libertà autoriale sempre a rischio o perché troppo isolata dalla mondanità o perché prosciugata da logiche non sue, ma tipiche invece dello show business.

In tal senso Purity appare come il completamento di un percorso letterario capace di contenere i più rilevanti stilemi di Jonathan Franzen, ossia la famiglia, la crisi ecologica, l’ossessione per una tecnologia sempre più pervasiva e che ormai penetra fino nelll’intimità delle persone e infine una visione della società disincantata, ma non per questo priva di un afflato che spinga oltre un congestionato futuro di desideri, ma verso un presente di felicità piena e compiuta anche se questo spesso può significare rischiare certezze e rispettabilità sociale.

Purity oltre che il titolo è il nome della protagonista di un romanzo privo di facili agganci emotivi, ma denso di una sensibile attenzione per quella generazione che ha superato il disagio della precarietà come fatto temporaneo e oggi vive una ancor più vivida e pericolosa lotta per la necessità quotidiana. Franzen non è un autore del futuro possibile o immaginabile, ma del presente. Un presente inteso non come stato delle cose, ma come stato del possibile, dell’azione continua e inesorabile verso quella forma di salvezza che di volta in volta prende il nome di libertà e felicità.

Tuttavia Purity non è un’opera priva di limiti e di difetti, primo fra tutti un’eccessiva prolissità che troppo spesso appiattisce invece di approfondire e spiega invece di raccontare così come anche una lingua che non sempre è all’altezza, ma del resto quella di Franzen è una strada impervia che al momento solo lui sembra in grado di percorrere.

TAG: DeLillo, Einaudi, Giulio Einaudi Editore, Jonathan Franzen, Nabokov, Philip Roth, Purity, Pynchon
CAT: Letteratura

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