Storia
L’italia sotto minaccia e il Lodo Moro. Intervista a Giacomo Pacini
Con i suoi ultimi lavori Giacomo Pacini, ricercatore e saggista ha illuminato trame e aspetti oscuri della democrazia italiana, in particolare tra gli anni Sessanta e Settanta quando il potere democristiano inizia a offrire le prime crepe. Dal suo libro scritto con Antonella Beccaria, Divo Giulio (Nutrimenti 2012),passando per Le altre Gladio (Einaudi, 2014), La spia intoccabile (Einaudi, 2021) fino a L’italia e il Lodo Moro (Einaudi 2026), Pacini ha tracciato una percorso che chiarisce dinamiche, equilibri interni e rapporti tra l’Italia e gli alleati. Accordi segreti che hanno segnato la vita democratica del paese
Come rivelato anche nel suo ultimo lavoro, L’Italia e il Lodo Moro, il paese sembra aver vissuto di una pace garantita da una politica che si svolgeva nelle segrete stanze, in questo caso quelle dei servizi e non alla luce del sole. Questo atteggiamento da parte della classe dirigente democristiana fu più una necessità o un utilizzo spericolato delle istituzioni?
È una domanda che tocca un punto centrale, ma che va letta alla luce del contesto in cui quelle scelte furono compiute. Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, che costituiscono l’arco temporale principale del mio libro, infatti, lo Stato italiano si trovò sotto una pressione straordinaria.
Il mio lavoro mostra come il cosiddetto Lodo Moro si inserisca in una fase in cui l’Italia era esposta a una molteplicità di minacce: il terrorismo interno, quello internazionale e una collocazione geopolitica particolarmente delicata nel Mediterraneo. In questo quadro, una parte della classe dirigente ritenne che fosse necessario affiancare ai canali ufficiali una forma di interlocuzione informale con alcuni attori del mondo arabo.
Per questo, forse più che di una scelta “spericolata”, parlerei di una strategia di gestione del rischio, che, tuttavia, si muoveva in una zona grigia, difficilmente compatibile con i principi di trasparenza di uno Stato democratico. Ma il nodo, a mio avviso, non è tanto esprimere un giudizio ex post, quanto comprendere che si trattò di una risposta pragmatica a uno scenario molto complesso, i cui effetti e le cui ambiguità hanno poi certamente pesato nella storia italiana.
Sulla base delle nuove ricerche come cambia la storia e il senso dell’azione della politica italiana di quegli anni?
Le nuove ricerche, soprattutto alla luce della documentazione oggi disponibile, contribuiscono a mettere in discussione alcune letture consolidate della politica estera italiana di quegli anni.
In particolare, tende a emergere un quadro più articolato rispetto all’idea di un’Italia sempre e comunque subordinata agli equilibri internazionali o, in modo schematico, agli Stati Uniti. Senza chiaramente negare i vincoli derivanti dalla collocazione atlantica, emergono però con chiarezza anche spazi di autonomia operativa in un’area calda e sensibile come il Medio Oriente.
In questo senso il cosiddetto Lodo Moro è emblematico: non tanto come eccezione, ma come manifestazione di una capacità della classe dirigente di muoversi anche attraverso canali non convenzionali per tutelare interessi nazionali specifici.
Lavorando sulle fonti, un elemento che mi ha colpito è proprio l’ampiezza e la profondità della presenza italiana, per esempio, all’interno dei meccanismi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Un dato che difficilmente si concilia con una rappresentazione dell’Italia come attore marginale o passivo.
Più che riscrivere la storia, queste ricerche restituiscono all’azione italiana una dimensione più complessa, in cui vincoli e margini di iniziativa coesistevano. È proprio in questa tensione tra dipendenza e autonomia che, a mio avviso, si comprende meglio la natura e i limiti dell’azione politica italiana di quegli anni.
Dagli anni Settanta emerge un doppio Stato che fino a pochi anni fa poteva essere denunciato, ma senza prove concrete. Secondo Lei esistono i margini per dare corpo ad un’inchiesta pubblica che ridefinisca i contorni dell’azione politica di quelli anni?
L’espressione “doppio Stato” è suggestiva, ma occorre attenzione a usarla in senso troppo rigido. La documentazione oggi disponibile mostra piuttosto l’esistenza, in alcune fasi, di livelli paralleli di azione dello Stato, soprattutto in ambito di politica estera e di sicurezza.
Nelle vicende che ho analizzato non emerge un secondo Stato contrapposto, quanto piuttosto una dimensione informale e riservata dell’azione statale, gestita da apparati (in questo senso è emblematica la figura del colonnello Stefano Giovannone) e avallata, almeno in parte, dal livello politico.
Quanto alla possibilità di una nuova inchiesta pubblica, ulteriori approfondimenti sono certamente utili, anche alla luce delle progressive desecretazioni degli ultimi anni. Tuttavia, pur riconoscendo l’importanza del lavoro della magistratura, va ricordato che la responsabilità penale è per sua natura individuale e che la dimensione giudiziaria non sempre è lo strumento più adatto per cogliere pienamente il significato di vicende storiche complesse come quelle degli anni Settanta. In questi casi, è soprattutto attraverso l’analisi critica delle fonti e il confronto tra interpretazioni che è possibile avvicinarsi a una comprensione più ampia, capace di tenere insieme responsabilità, contesti e logiche dell’azione politica.
La condizione italiana durante la guerra fredda era molto particolare, protetta, ma anche schiacciata, con il senno del poi, l’idea del compromesso storico fu più un azzardo o una visione capace di immaginare un futuro per il Paese?
Il compromesso storico va letto dentro le coordinate molto specifiche della Guerra fredda, in cui l’Italia occupava una posizione particolarmente esposta, sia per la sua collocazione geopolitica sia per la forza del Partito comunista.
In quel contesto, l’intuizione di Aldo Moro e, su un versante diverso, di Enrico Berlinguer, fu quella di provare a stabilizzare il sistema politico italiano ampliandone la base. Con il senno di poi, è difficile ridurre quella scelta a un “azzardo” o a una “visione” in senso univoco. Fu, piuttosto, un tentativo di risposta a una condizione di equilibrio bloccato, in cui le alternative apparivano tutte, in misura diversa, problematiche. Tenendo sempre ben presente che un conto era il compromesso storico evocato da Berlinguer, altra cosa la solidarietà nazionale cui ambiva Aldo Moro.
Che giudizio dà della politica di Aldo Moro?
Più che esprimere un giudizio complessivo sulla politica di Aldo Moro, che richiederebbe una valutazione molto più ampia, il mio lavoro si concentra su un aspetto specifico: il funzionamento concreto di alcune scelte di politica estera e di sicurezza negli anni Settanta.
Il metodo che ho seguito è quello di lasciare emergere le carte, evitando interpretazioni aprioristiche. È proprio da questo approccio che nasce anche l’esigenza di occuparsi del Lodo Moro, cercando di restituirgli la sua reale dimensione: non un’anomalia o un “passaggio oscuro”, ma una componente della politica estera italiana, uno strumento attraverso cui lo Stato cercava di tutelare interessi strategici e gestire rapporti delicati in un contesto internazionale estremamente complesso. Questo non significa offrirne una lettura celebrativa. Come ogni politica estera, anche quella legata al Lodo comportava ambiguità e zone d’ombra, legate alla necessità di operare attraverso canali riservati. Il punto, però, è comprenderne la logica e la funzione storica, evitando che un’etichetta negativa ne distorca il significato.
In sostanza, più che formulare un giudizio su Moro, è importante capire come e perché certe scelte siano state adottate. Ed è su questo terreno – quello delle fonti e della ricostruzione storica – che credo sia utile collocare la discussione.
Le molteplici zone oscure di quegli anni hanno alimentato una visione complottistica della storia dell’Italia, secondo lei hanno anche generato l’attuale forma di populismo?
Le cosiddette “zone d’ombra” di quegli anni hanno certamente contribuito, nel tempo, ad alimentare letture dietrologiche della storia repubblicana. È un effetto però in parte comprensibile, che si verifica quando eventi complessi e drammatici restano a lungo privi di una ricostruzione pienamente documentata.
Tuttavia, stabilire un nesso diretto tra quelle vicende e fenomeni contemporanei rischia di essere eccessivo, perché si tratta di processi storici molto diversi, che rispondono a dinamiche sociali, culturali ed economiche, proprie del presente. Per questo, il lavoro storico ha anche il compito di ridurre le aree di opacità attraverso l’analisi delle fonti, sottraendo spazio a interpretazioni non verificate.
Spesso si avvertono forme di rimpianto verso la classe politica della Prima Repubblica, cosa recupererebbe di quella politica e in cosa invece la classe attuale è riuscita a far meglio?
Il rischio, quando si guarda alla Prima Repubblica, è quello di oscillare tra due letture opposte ma ugualmente inadeguate: da un lato la nostalgia, dall’altro una condanna indistinta.
Quella stagione politica va invece collocata nel suo contesto. Era una classe dirigente che operava dentro vincoli molto stringenti – internazionali, ideologici, di sicurezza – e che, proprio per questo, sviluppò una forte capacità di lettura strategica dei rapporti di forza, sia interni sia internazionali.
Se c’è un elemento che si può recuperare, è forse proprio questa attenzione alla dimensione strategica e alla complessità degli scenari, che emerge anche nelle vicende che analizzo nel libro. Allo stesso tempo, però, è evidente che quel sistema presentava limiti profondi: opacità decisionali, scarsa trasparenza e un uso disinvolto di strumenti informali, che nel lungo periodo hanno contribuito a incrinare il rapporto di fiducia con l’opinione pubblica. Quanto al presente, più che stabilire gerarchie tra “meglio” e “peggio”, credo sia utile osservare come lo scenario sia radicalmente cambiato: oggi la politica si muove in un ambiente molto più esposto, immediato e meno strutturato. Questo ha prodotto maggiore visibilità e, in alcuni casi, maggiore trasparenza, ma anche una riduzione della capacità di elaborazione strategica di lungo periodo.
Più che contrapporre le due fasi, forse la vera sfida è comprendere cosa si è perso e cosa si è guadagnato, evitando però letture nostalgiche o moralistiche che rischiano di semplificare una realtà molto più complessa.
Sembra che in tutta Europa, per non andare oltre, si sconti una mancanza di leadership e al tempo stesso un’incapacità di andare oltre i vincoli, spesso economici, imposti dalle condizioni attuali. Quanto di questa “fatica politica” è riconducibile alle mancanze precedenti e quanto invece a una decadenza sostanziale delle classi dirigenti attuali?
Ricollegandomi a quanto detto prima, più che essere ricondotta a una “mancanza” delle classi dirigenti, la cosiddetta “fatica politica” va spiegata alla luce dei cambiamenti profondi nelle condizioni in cui oggi la politica si trova a operare.
Rispetto alla fase che analizzo nel libro, il cambiamento è evidente: allora gli Stati, pur entro vincoli stringenti, disponevano di margini più ampi di iniziativa, soprattutto in ambito di sicurezza. Oggi questi margini sono in parte ridotti da fattori economici e istituzionali che rendono più complessa la capacità di incidere.
In questo senso, attribuire la situazione attuale a errori del passato o a una presunta “decadenza” delle classi dirigenti rischia di essere una lettura parziale. È più corretto parlare di una trasformazione delle condizioni in cui si prendono le decisioni, in cui il rapporto tra vincoli e capacità di iniziativa si è profondamente modificato. Se c’è una differenza che si può cogliere, è forse nella difficoltà contemporanea di sviluppare una visione di lungo periodo dentro contesti sempre più frammentati e immediati. Più che formulare giudizi netti, credo quindi sia utile mantenere uno sguardo storico, che aiuti a distinguere tra responsabilità individuali e mutamenti strutturali.
Sembra che seppur discutibilmente la politica di allora sapesse occuparsi di proteggere senza dichiarare politiche di carattere emergenziale che ormai affollano o meglio giustificano ogni decisione o ogni riforma. Cosa è cambiato e cosa comporta questa mutazione anche dialettica?
È vero che, soprattutto negli anni che analizzo, una parte dell’azione politica si sviluppava in forme meno visibili e meno dichiarate, in particolare sui temi della sicurezza e della politica estera. Tuttavia, questo non va necessariamente letto come un modello più efficace in senso assoluto, quanto come il riflesso di un contesto molto diverso. Oggi la politica si muove in uno spazio pubblico molto più esposto, in cui la comunicazione ha un peso decisivo e in cui ogni decisione è sottoposta a una pressione immediata. In questo quadro, il ricorso al linguaggio dell’emergenza diventa spesso non solo una risposta a situazioni reali, ma anche uno strumento per legittimare e rendere comprensibili le scelte politiche. Nel passato, al contrario, la gestione delle crisi avveniva più frequentemente attraverso canali riservati. Ma quella modalità comportava, a sua volta, limiti evidenti sul piano della trasparenza e del controllo democratico. Più che contrapporre due modelli, credo sia utile osservare come sia cambiato il rapporto tra decisione, comunicazione e legittimazione: ieri più opaco ma più concentrato, oggi più visibile ma anche più esposto alla semplificazione.
Ed è proprio in questo equilibrio tra efficacia, trasparenza e qualità del dibattito pubblico che si gioca una parte importante della politica contemporanea.
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