I nuovi poteri dei presidi, la nuova impotenza dei docenti

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31 agosto 2016

G. ha ottenuto una cattedra grazie alla chiamata diretta, con esame del curriculum. Non conosceva né il preside né la scuola. E dunque questa cosa della chiamata diretta non dev’essere così terribile, conclude sul suo profilo Facebook.
G. è giovane, colta, brillante. Le piace insegnare, ed ai suoi studenti piace il suo modo di insegnare. E verrebbe dunque da darle ragione: questa cosa no, non dev’essere così terribile. Ma c’è un particolare della faccenda che mi impedisce di partecipare al suo ottimismo. Il suo incarico, quello che ha ottenuto grazie al suo curriculum, è triennale. Tre anni di insegnamento: e poi? Poi dipende da te, certo. Può essere che quella scuola non ti piaccia, che tu voglia cambiare città o semplicemente scuola. Ma dipende soprattutto dal preside. E’ il preside che dopo tre anni decide se è il caso che tu rimanga in quella scuola o debba cercarti un altro posto per insegnare.
Non è difficile immaginare le implicazioni di questo sistema. Abbiamo una nuova classe di docenti la cui sorte dipende interamente dai presidi. Sono assunti direttamente dal preside e il preside stesso può mandarli via se non piacciono più. Che ne sarà della loro libertà, della loro indipendenza, del loro spirito critico? Le cronache scolastiche degli ultimi tempi ci hanno consegnato l’aggettivo contrastivo, associato ai docenti. L’aggettivo, guarda caso, è balzato fuori da una slide di un corso della Associazione Nazionale dei Presidi. Il contesto era: “mano libera nei confronti dei docenti contrastivi”. Uno dei nuovi poteri dei presidi garantiti dalla riforma. Chi sono i docenti contastivi? Quelli che si oppongono. Quelli che hanno un’idea di scuola diversa rispetto a quella del loro preside, o che magari hanno qualche perplessità riguardo al modo in cui vengono spesi i soldi. Certo, non manca qualche docente contrastivo per temperamento e vocazione, ma nel complesso per la scuola italiana che ci siano docenti contrastivi è più un bene che un male. Vuol dire che le procedure vengono sottoposte a verifica, che c’è dibattito, confronto, dialettica. Vuol dire che c’è democrazia.
Ora, nei confronti dei docenti contrastivi la mano non è libera: è liberissima. Il docente contrastivo poteva trovarsi emarginato, più o meno mobbizzato, ma nessuno poteva davvero impedirgli di parlare e di mettere a verbale le sue dichiarazioni. Aveva tutte le garanzie della legge. Adesso quelle garanzie restano, formalmente. Ma mentre sempre più si riduce l’ambito di competenza del Collegio dei docenti, ossia l’organo che gestisce democraticamente la scuola (un solo esempio: l’animatore digitale e i membri del team per l’innovazione sono stati scelti direttamente dai presidi), la sorte professionale dei nuovi docenti è legata a doppio filo alla volontà dei presidi. Ogni contrastività, ogni opposizione alla politica del preside costerà non solo l’emarginazione e la mobbizzazione, più o meno pesante. Costerà la cattedra su quella scuola. I presidi potranno contare su Collegi dei docenti sempre più perfettamente allineati, almeno su quelle poche cose di sua competenza (per il resto, farà da solo). Se allarghiamo lo sguardo, questo dirigente statale le cui dimensioni sembrano essere cresciute a dismisura, torna a farsi piccino: perché non è, a sua volta, che una pedina, uno strumento nelle mani di un potere più grande. Dare potere ai presidi è un modo, per il Ministero, per controllare la scuola. Se controlli un preside che controlla la scuola, hai controllato la scuola. I poteri che il governo dà ai presidi sono poteri che dà a sé stesso. Nella politica di allineamento, che si sta chiaramente delineando, il preside non è che un esecutore, cui si chiede di adeguarsi alle politiche dall’alto e rendersi garante della loro applicazione.
La professione dell’insegnante sta cambiando in modo talmente rapido da lasciare sconvolti. Tra i nuovi poteri dati ai presidi c’è anche questo: di decidere in quale direzione deve andare la professione docente. Dimenticatevi la libertà di insegnamento. Ora il modo di insegnare sarà deciso da questo nuovo, singolare mercato. Saranno i presidi a decidere quali competenze sono importanti. C’è il preside che chiede che i candidati si presentino con un video a figura intera; e si commenta con malizia: vorrà vedere se il candidato, o più probabilmente la candidata, ha belle gambe. Sfugge la cosa più grave: quel preside ha deciso che saper stare davanti ad un video è una competenza-chiave, e in base a quella sua convinzione – discutibilissima – deciderà chi assumere e chi no. E’ una dei profili di maggior successo, e bisogna ammettere che qui il ministero c’entra poco. Molto si deve alla cosiddetta flipped classroom, che si è diffusa dal basso, e che ha trasformato il modo di intendere la professione docente. Basta lezioni frontali: e questo va benissimo, sono decenni che lo dice tutta la pedagogia più avvertita. Ma cosa mettiamo al posto delle lezioni? Ed è qui che la metodologia, che può avere applicazioni interessantissime, spesso scade in qualcosa che rischia di essere perfino peggio della lezione frontale. Agli studenti, impegnati al pomeriggio secondo la logica capovolta, i docenti propongono video da guardare comodamente a casa. Video che sono di due tipi: o prodotti dal docente stesso, o trovati in rete. Il docente dunque diventa un produttore di video didattici o una sorta di deejay didattico, che mixa e propone video prodotti da altri. E non è detto che questo secondo caso sia peggiore, perché per quanto sappia usare gli strumenti informatici, sia telegenico ed abbia una bella voce, un docente difficilmente supererà i professionisti della divulgazione televisiva.
Il docente videogenico, produttore di materiali didattici informatici, è uno dei profili vincenti. Si integra alla perfezione nel Piano Nazionale Scuola Digitale, che è come dire l’autostrada della scuola renziana. Un altro profilo di buon successo è il docente bilingue: servirà per il CLIL, ossia l’insegnamento di una disciplina in una lingua straniera; non proprio un’autostrada, ma una strada rispettabile e redditizia. La sua competenza naturalmente dovrà essere adeguatamente certificata, perché nell’epoca della selezione tramite curriculum conta solo quello che puoi certificare. La corsa alle certificazioni è già iniziata, ed apre un mercato significativo, alimentato anche dal bonus di cinquecento euro per la formazione dei docenti.
Quale spazio resterà per la sperimentazione di una scuola dal basso, diversa da quella proposta/imposta dal ministero? Che ne sarà della libertà di insegnamento? Che ne sarà dello studio intenso, profondo, rigoroso di un testo, in una scuola che va verso la divertente divulgazione audiovisiva? Che ne sarà della scuola come palestra di critica sociale? Che ne sarà della democrazia, delle scelte condivise, della collegialità? Si dirà che è da tempo che la democrazia scolastica è in crisi. E’ vero. I collegi dei docenti sono, in molte scuole, penosi happening e psicodrammi nei quali si approva qualsiasi cosa pur di andarsene a casa e farla finita. Quanto alle assemblee degli studenti, in molte scuole (la maggior parte di quelle cui ho insegnato) semplicemente non si tengono: si va a casa, se va bene i rappresentanti restano per una mezz’ora a chiacchierare tra di loro. Ma quando c’è poca democrazia, o la democrazia funziona poco, bisogna chiedersi come fare affinché ci sia e funzioni. Non togliere anche quel poco di democrazia che c’è.
Si assiste con impotenza a questo nuovo scenario. La scuola che abbiamo frequentato come studenti non c’è più. La scuola nella quale abbiamo insegnato per anni non c’è più. E questa potrebbe essere una buona notizia, perché la scuola che abbiamo frequentato come studenti aveva molti mali, tutt’altro che lievi, e questi mali sono rimasti nella scuola in cui si siamo trovati a lavorare come docenti. Ma lo scenario della nuova scuola che si sta delineando suscita preoccupazione. L’impressione è che stiamo assistendo al passaggio dall’istruzione all’intrattenimento di massa.

TAG: buonascuola, flipped classroom, scuola
CAT: scuola

6 Commenti

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  1. gianmario-nava 11 mesi fa
    "Il docente videogenico, produttore di materiali didattici informatici, è uno dei profili vincenti. Si integra alla perfezione nel Piano Nazionale Scuola Digitale, che è come dire l’autostrada della scuola renziana." 1) dimostrare empiricamente che la "scuola renziana" esiste in quanto tale 2) dimostrare empiricamente che il profilo sia "vincente", specificando quali siano gli altri 3) dimostrare empiricamente l'integrazione con il PNSD specificando i criteri di valutazione 4) dimostrare empiricamente che solo i docenti videogenici producono materiale didattico informatico
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  2. gianmario-nava 11 mesi fa
    Quale spazio resterà per la sperimentazione di una scuola dal basso, diversa da quella proposta/imposta dal ministero? ci saranno presidi che gestiranno gli istituti per quello scopo Che ne sarà della libertà di insegnamento? ci saranno presidi che la promuoveranno nei loro istituti Che ne sarà dello studio intenso, profondo, rigoroso di un testo, in una scuola che va verso la divertente divulgazione audiovisiva? la contapposizione tra mezzi e fini mi sembra ridicola ci saranno bravi insegnanti che proporranno uno studio profondo e rigoroso del testo in forme diverse dalla lettura di un unico testo cartaceo non commentato Che ne sarà della scuola come palestra di critica sociale? ci saranno bravi insegnanti che continueranno a proporla e nessuno potrà fermarli ci saranno presidi che la promuoveranno ci saranno genitori che cercheranno quelle scuole e poi ci saranno i ragazzi che ce l'hanno ne sangue (poi ci sarà gente che non ne vuole prorio sapere, come adesso) Che ne sarà della democrazia, delle scelte condivise, della collegialità? ammesso che ora funzionino così i collegi docenti, ne dubito fortemente e non credo esista una sola ricerca empirica sul tema, funzioneranno nello stesso modo al momento se parlo con chiunque nella scuola mi dice che lui non è responsabile di quasi nulla peccato che la somma delle irresponsabilità produca scelte di inefficienza quasi totale e che chi esercita potere effettivo, ad esempio turni e carichi di lavoro dei colleghi su delega del dirigente, lo faccia senza uno straccio di rendiconto e valutazione se le cose non funzionano o funzionano male nella realtà non c'è un criterio per affermarlo e se ci fosse non sarebbe, formalmente, affare suo la questione è quindi chi si prende la responsabilità di cosa, come si definiscono obiettivi, strumenti e sistemi di valutazione dagli oppositori della buona scuola non ho ancora sentito una sola parola che mi conforti sul tema
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    1. giampiero-catalano 11 mesi fa
      come dici tu ci saranno presidi.... ma ce ne saranno tanti altri che non faranno..... La democrazia impone che non sia un unico soggetto a decidere quali strategie adottare,ma che ci sia un collegio che decida. Per quanto riguarda le assunzioni, non possono essere individuale, non possono essere decise dal preside, perché il preside non dirige un'azienda dove deve garantire la produttività.... i criteri fino ad ora adottati non erano personali, ma erano dettati dalla preparazione (siss, TFA etc), che mi sembra siano più indicati, rispetto alla video chiamata. Perché devi guardarmi a figura intera? Cosa vuoi vedere, se sono magro? se sono grasso? se sono alto? se sono disabile? Il mio aspetto fisico, entra nelle competenze di un insegnate? Io non so se tu fai l'insegnate, ma da quello che dici, mi sa che non conosci bene i diregenti scolastici, e mi sembra che tu sappia poco di didattica.
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  3. gianmario-nava 11 mesi fa
    metto tutti gi a capo che posso per rendere comprensibile i miei commenti ma il sistema gli scarta ovvio che non si capisce niente
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  4. naciketas 11 mesi fa
    [1] Mi sorprende la domanda. Esiste una legge, la 107, che è la riforma renziana della scuola. Di cosa stiamo parlando? [2] Il settore della didattica digitale è quello nel quale si sta investendo maggiormente, con il Piano Nazionale Scuola Digitale, che è parte della riforma. Gli altri profili? Il mio, ad esempio. Adopero la maieutica reciproca, una metodologia che mira a stimolare il pensiero ed il confronto dialogico. A costo zero e senza necessità di tecnologie. [3] Non ho capito, manca il soggetto. Integrazione di cosa? [4] Non ho sostenuto questo. Un docente "capovolto" può anche non produrre materiale didattico, limitandosi a mixarlo.
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  5. gnocchi66 9 mesi fa
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