Ilaria Alpi, 25 anni dopo

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20 marzo 2019

Sono passati 25 anni dal giorno in cui Ilaria Alpi e Miran Hrovatin morirono in Somalia.

Un traffico senza sosta, caotico e fuori controllo era quello di Mogadiscio, il 20 marzo 1994, dove lei, una coraggiosa giornalista e dove lui, un bravo operatore, persero la vita. Un commando di sette persone accerchiò l’auto con cui i due stavano lasciando la città, la costrinsero a fermarsi e scaricarono numerosi colpi di arma da fuoco prima di darsi alla fuga. Ilaria e Miran morirono poco dopo, i carnefici si dileguarono in una città in cui imperversava l’inferno e dove l’ONU tentava impietrita di ristabilire la calma con l’operazione “Restore Hope”, che i due reporter stavano seguendo.

Sarebbe auspicabile dire che quell’omicidio, dopo un quarto di secolo, avesse finalmente trovato scritto il nome dei complici, dei mandanti e delle motivazioni. Sarebbe meglio che Ilaria non avesse avuto voglia di indagare scrivendo taccuini colmi di idee, appunti, nomi e ipotesi. Brevi frasi, interrogativi e tanta fantasia, forse, su traffici illeciti più grandi degli Oceani in cui non avevano nemmeno navigato.
 Però, purtroppo, succede che Ilaria Alpi possedeva la voglia di andare in fondo alle cose, trasformando le intuizioni in ammissioni e le battute scambiate per strada in argomenti da considerare, legando con la logica ogni risposta ricevuta.

L’inchiesta di Ilaria

Ilaria stava indagando su un brutto traffico di rifiuti chimici portati e abbandonati sulle coste della Somalia in cambio di soldi, un mercato nero che comprendeva anche armi e chissà quale altra cosa. Purtroppo in mezzo a tutto questo andirivieni di navi piene di container vi erano attori istituzionali troppo nascosti, servizi segreti, bande di pirati, un paese al collasso in mano a sedicenti sultani, in cui il colonialismo italiano aveva fatto la sua parte e non era ancora del tutto sopito, quantomeno nei rapporti commerciali e istituzionali.

Sulla morte di Ilaria e Miran si indagò. Furono conservati spezzoni di video girati proprio poco dopo il delitto, interviste e tanti appunti scritti a mano. Nessuno di essi fu considerato imprescindibile ai fini di una ricostruzione, seppur parziale, di quelle ultime ore in terra africana.

Abdullahi Mussa Yussuf fu l’ultima persona intervistata quel giorno da Ilaria, si tratta del “sultano” del Bosaso da cui si vennero a sapere parecchie cose circa un traffico di armi e rifiuti tossici alquanto sospetto. Di quei momenti, di quelle domande, sono rimaste le tracce che riescono pur nella loro brevità a fare emergere il carattere coraggioso e ostinato di una giornalista che amava il proprio lavoro fino a pretendere di conoscere la verità, ad ogni costo.

Le indagini sulla morte di Ilaria e Miran

Nell’inchiesta sul caso Alpi — Hrovatin è finita un sacco di gente, sultani, uomini del Sisde, funzionari della Digos, del Sismi e dirigenti di diversi comparti amministrativi e dell’Interno. Si è trovato anche un responsabile a cui dare la colpa di tutto: Omar Hashi Hassan, cittadino qualsiasi che viene condannato come esecutore dell’omicidio.
In tutti questi anni, i genitori di Ilaria hanno setacciato la stanza della figlia alla ricerca di indizi utili; hanno persino classificato ogni singolo appunto per argomento, nella speranza di trovare qualcosa che potesse essere utile per giudici e avvocati. È terribile dover dire di rinunciare a conoscere la verità su quella giornata di sangue. Eppure è così.

Hassan viene scarcerato nel 2016 dopo aver scontato in carcere 17 anni, ingiustamente, la Procura di Roma ha chiuso, con una richiesta di archiviazione, l’inchiesta su quanto avvenuto. “I genitori di Ilaria mi hanno sempre aiutato e hanno sostenuto la mia innocenza, fin dal primo giorno – ha detto Hassan -. La famiglia Alpi chiese da subito che venissi scarcerato, perché era convinta della mia innocenza, e mi è stata vicina fino all’assoluzione”.

Le tappe principali della vicenda : clic.

L’addio di Luciana e Giorgio Alpi

Luciana Alpi, intervistata da Repubblica a marzo del 2017 ha dichiarato di aver deciso di astenersi, dopo 23 anni di combattimento per la verità “dal frequentare uffici giudiziari e dal promuovere nuove iniziative”.

“Con il cuore pieno di amarezza, come cittadina e come madre — ha continuato Luciana — ho dovuto assistere alla prova di incapacità data, senza vergogna, per ben ventitré anni dalla Giustizia italiana e dai suoi responsabili, davanti alla spietata esecuzione di Ilaria e del suo collega Miran Hrovatin”. “Non posso tollerare ulteriormente — ha concluso la madre della giornalista — il tormento di un’attesa che non mi è consentita né dall’età né dalla salute. Per questo motivo ho deciso di astenermi d’ora in avanti dal frequentare uffici giudiziari e dal promuovere nuove iniziative”.

Luciana Alpi è morta il 12 giugno 2018 senza mai conoscere la verità sulla morte di Ilaria. In un’intervista disse: “Questa vicenda non riguarda solo la nostra famiglia. Riguarda chiunque, nel nostro Paese, creda nella verità è nella giustizia. Sono anni che aspetto e spero che sentenze e giudici facciano emergere la verità, ma è tutto inutile perché dietro le quinte ci sono persone che cercano di occultare e nascondere. Non ricordo neppure le numerosi solenni promesse che ho ricevuto”.

Il 12 luglio di 8 anni prima se ne andò anche il padre di Ilaria, Giorgio, trascorse gli ultimi anni della sua vita a partecipare attivamente nello svolgersi del processo sulla morte della giornalista, creando archivi, appunti, revisioni dettagliate di ogni fotogramma in suo possesso che potesse essere di aiuto per capire qualcosa di più su come fossero andate le cose.

Dopo Ilaria

Oggi, a 25 anni dal 20 marzo 1994 si rischia di mettere davvero un punto fermo alle indagini e alla ricerca della verità, per uno dei casi più oscuri del giornalismo contemporaneo: la procura di Roma ha avanzato una richiesta di archiviazione sulle ultime indagini. “Ancora una volta – ha scritto la procura nelle sue conclusioni – non si può fare a meno di constatare che si sono rivelati privi di consistenza quegli elementi che apparivano idonei, se non all’identificazione degli autori materiali ovvero dei mandanti dell’omicidio, almeno ad avvalorare la tesi più accreditata del movente che ha portato al gesto efferato o ad esplorare l’ipotesi del depistaggio”.

Ilaria aveva scoperto qualcosa di più grande di lei, che superava i rigidi schemi dei servizi segreti e dei trafficanti senza scrupoli che, approfittando di un paese totalmente senza alcun controllo e sotto “protezione” dell’Onu, avevano steso le basi, su strade insanguinate, periferie di macerie, bambini storpi e morenti, di un business dalle dimensioni mai viste prima.

Dopo Ilaria qualcuno è tornato sui suoi passi, Paul Moreira, ed ha indagato, a 20 anni di distanza, su una “Toxic Somalia” che è ancora in mano dei pirati e in cui i figli di una generazione mai cresciuta iniziano a nascere con malformazioni dovute all’esposizione a sostanze che ormai sono dappertutto, nelle risorse idriche che non ci sono e nei fanghi putridi della città, dove Ilaria lasciò i suoi petali, come un fiore.

Cara Ilaria,
non sappiamo se ti farà piacere questa cronistoria di quattro anni di avvenimenti, di lotta e di inchieste per conoscere la verità di questo orrendo delitto che ha troncato la tua gioia di vivere. Ci pare di ascoltare, a volte, la risata con cui sdrammatizzavi certe situazioni, ma d’altra parte non possiamo dimenticare la tua rabbia di fronte a tante ingiustizie che hai dovuto affrontare. Ti chiediamo di capirci. Per noi questa lotta è ragione di vita nel tentativo, forse illusorio, di portare a termine il tuo impegno. Non sarà facile tratteggiare questo lungo periodo di speranze, illusioni e grandi amarezze. Sappi, tesoro, che tante persone ti hanno tradito, hanno cercato di rendere difficile ogni ricerca della verità. Un bacio.

Mamma e papà.

(dall’introduzione del libro “L’esecuzione, Inchiesta sull’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin”, di Giorgio e Luciana Alpi, Mariangela Gritta Grainer, Maurizio Torrealta, 1998 Kaos Edizioni)

 

Link utili:

TAG: giornalismo, Ilaria Alpi, inchiesta, Miran Hrovatin, processo, Rai3, somalia, tg3
CAT: Africa, Storia

Un commento

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  1. beniamino-tiburzio 5 mesi fa
    Direi che se dovessimo fare delle icone e dei casi auspicabilmente da risolvere sulle migliaia di giornalisti morti, uccisi o no, dentro o fuori dei teatri di guerre, sicuramente faremmo attività oziosa. Qualche volta, addirittura, prenderemmo tali casi come pretesti, al fine di confezionore "articolesse" da pubblicare. Oggi ricorrono 5 lustri, poi 4 settenni, poi 5 sessenni.......Che pizza !
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