Medio Oriente

Il linguaggio cerimoniale di Erri De Luca e il tormento intellettuale di David Grossman a confronto

De Luca analizza il sionismo sotto un profilo rigorosamente storico-militare e formale per tutelare la legittimità dello Stato ebraico, Grossman non distoglie lo sguardo dal collasso etico che vede sotto i propri occhi, denunciandolo secondo coscienza.

27 Maggio 2026

David Grossman ed Erri De Luca, due scrittori sionisti, il primo israeliano, l’altro nostro connazionale. Esprimono due visioni profondamente diverse sul sionismo e sulla tragedia di Gaza, originate da percorsi emotivi ed etici opposti: Grossman è una voce interna e dolente che critica aspramente il governo israeliano pur difendendo il diritto a esistere d’Israele, mentre De Luca adotta una posizione esterna di difesa incondizionata del sionismo come diritto statuale. L’intellettuale gerolosimitano si definisce sionista ma appartiene alla sinistra pacifista israeliana. Per lui, il sionismo ha il fine etico di garantire un rifugio sicuro agli ebrei, e questo non avrebbe dovuto prescindere dalla convivenza pacifica e dal riconoscimento dei diritti del popolo palestinese. La sua riflessione è segnata da un profondo lutto personale (ha perso il figlio Uri nella guerra in Libano nel 2006). È stato sempre critico verso l’occupazione e le derive oltranziste di destra del governo di Netanyahu, esprimendo parole durissime e dichiarando pubblicamente il suo dissenso. L’angoscia morale di Grossman si concentra sulla disumanizzazione reciproca, ritenendo che il massacro di Hamas del 7 ottobre e la reazione militare israeliana stiano annientando l’umanità e la speranza di futuro per entrambi i popoli.

L’intellettuale italiano, invece, conoscitore della cultura ebraica e della lingua biblica, difende il sionismo di governo nella sua accezione basilare, ovvero il diritto di Israele di esistere come Stato. Sostiene che chiunque supporti la soluzione dei “due popoli in due Stati” riconosce implicitamente questo diritto. Sull’eccidio permanente del popolo palestinese ha una posizione netta e piuttosto pragmatica: rifiuta ogni equiparazione storica con l’Olocausto e ribadisce l’autonomia dello Stato di Israele nel difendersi. In sostanza, ritiene opportune e legittime le strategie (violente e assassine) adottate dall’Idf sul suolo di Gaza.

A quanto pare, il divario etico tra i due assume proporzioni enormi. Il contrasto risiede principalmente nel loro punto di osservazione: Grossman scrive da “cittadino deluso”, esprimendo l’importanza della responsabilità di chi vive in maniera diretta il conflitto. Denunciando le atrocità commesse dal proprio Paese a Gaza compie un atto di resistenza morale per salvare l’anima di Israele. De Luca scrive da “intellettuale consenziente ed esterno”. La sua è certamente un’esibizione di solidarietà culturale verso il popolo ebraico che si scontra non solo con la dura condanna internazionale delle operazioni militari israeliane, ma anche con la sensibilità umanitaria che lui stesso ha mostrato nel passato. Le sue interpretazioni del sionismo lo riducono a una sorta di opera pia, a una pura idea teorica o spirituale di autodeterminazione. Così facendo, ignora la storia reale e maledetta di occupazione, colonizzazione e violenza sistemica subita dai palestinesi. Risulta del tutto inaccettabile che un intellettuale storicamente vicino agli oppressi non riconosca il carattere strutturalmente escludente del sionismo politico, che ha portato alla pulizia etnica e a politiche di apartheid. Da una persona, come Erri De Luca, schierata contro le ingiustizie, ci si sarebbe aspettato che applicasse gli stessi identici criteri morali e universali anche alla sofferenza e al dramma dei bambini, delle donne e degli uomini della striscia di Gaza. In un’intervista rilasciata a Gerusalemme a “Il Foglio”, dichiarando esplicitamente di essere sionista, ha respinto la definizione di genocidio.  Per lo scrittore napoletano, evidentemente, applicare la categoria di genocidio ai massacri di Gaza rappresenta una distorsione storica e verbale. Descrive, infatti, gli eventi della striscia come una “guerra brutale e moderna”.  Spiega che l’alto numero di vittime civili è l’orribile conseguenza di combattimenti in spazi urbani densissimi, tra scuole e ospedali, e non di un piano di annientamento sistematico. Ha finanche aggiunto che le forze di difesa israeliane si sono adoperate per spostare i civili dalle zone dei combattimenti, escludendo così l’intenzionalità genocidaria. Al contrario, lo scrittore israeliano David Grossman ha vissuto un radicale travaglio interiore. In un’intervista a “La Repubblica”, ha detto: «Mi spezza il cuore dirlo, ma a Gaza è in corso un genocidio.» Per diverso tempo Grossman si era categoricamente rifiutato di fare riferimento a questa parola. Ha ceduto di fronte all’insostenibilità etica della devastazione continuativa e del livello di sofferenza inflitto alla popolazione palestinese. L’onestà intellettuale del testimone interno e la visione morale che gli vieta di proteggere il proprio Paese dietro l’ipocrisia del linguaggio sembra assurgere, qui, a principio fondativo del recupero dell’umanità perduta nella prevaricazione della geopolitica mondiale. Pur rimanendo sionista e difendendo il diritto all’esistenza di Israele, Grossman ritiene che l’entità del massacro a Gaza non abbia niente a che fare con la legittima difesa, intaccando i valori umani fondamentali.

Ecco, mentre De Luca analizza la questione sotto un profilo rigorosamente storico-militare e formale per tutelare la legittimità dello Stato ebraico, Grossman non distoglie lo sguardo dal collasso etico che vede sotto i propri occhi, denunciandolo secondo coscienza. Abbiamo, dunque, da un lato l’onestà viscerale di un testimone che vive il dramma sulla propria pelle, dall’altro l’esercizio intellettualistico eseguito, da una distanza protetta, mediante l’uso formale e geometrico delle parole e percepito come una distorsione della realtà. Grossman non parla da una cattedra europea; i suoi figli combattono in quell’esercito e uno di loro, come accennato, è caduto sul campo. Quando usa parole definitive come “genocidio”, compie una sorta auto-flagellazione morale e di immenso coraggio civile, poiché sa che sta lacerando il tessuto della sua stessa comunità. Per un israeliano, quella parola, “genocidio”, è il tabù assoluto, il trauma originario. Superare questo blocco significa rinunciare a qualsiasi giustificazione ideologica o militare. La sua onestà sta nel riconoscere che la sofferenza dell’altro ha superato il confine concettuale di “orrore”.

La chirurgia del dizionario di De Luca, l’osservatore distante e grande  appassionato della parola, applica al conflitto israelo-palestinese una griglia di definizioni rigorose. Sostenere che non sia genocidio perché “la popolazione viene avvertita di spostarsi” o perché “mancano le camere a gas” significa ridurre la tragedia dei gazawi a una questione di semantica giuridica. La sua scelta di insistere sui distinguo terminologici si è trasformata in uno scudo retorico. Permette, più o meno stilisticamente, a un intellettuale occidentale di dichiararsi solidale con le vittime, ma di giustificare nei fatti l’operato militare di uno Stato in nome del “diritto alla difesa” e della complessità della guerra urbana. A questo punto, mi sento di dire che il divario tra i due autori non è solo politico, ma antropologico: Grossman mette i corpi e l’umanità prima delle definizioni. Se la realtà produce quel livello di annientamento, il linguaggio deve piegarsi ed essere onesto, anche a costo di distruggere le proprie certezze identitarie. De Luca mette le definizioni storiche e la solidarietà ideale prima della realtà materiale. Il suo linguaggio rischia di agire come un filtro che anestetizza la percezione della violenza sul campo dello sterminio per preservare la coerenza di un teorema politico.

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