America
Senato USA. West Virginia. Continua la lunga storia di Sen. Shelley Moore Capito (e della sua famiglia)
Il West Virginia è un altro “Stato-bolla” nella geografia politica americana contemporanea. In verità uno Stato “perso dai DEM” che lo hanno dominato politicamente a lungo e ora “non toccano palla”.
Anche qui la vittoria della nomination repubblicana equivale sostanzialmente all’elezione al Senato.
Come iabbiamo visto n Louisiana, in Arkansas e in Mississippi e, da ultimo in Nebraska.
Ma, ancora una volta, emerge un’anima del GOP di questi anni completamente diversa
Nulla a che vedere con Sen. Tom Cotton che rappresenta il nazional-conservatorismo ideologico e aggressivo del nuovo GOP trumpiano o con Sen. Cindy Hyde-Smith che incarna il conservatorismo identitario, rurale ed evangelico del Deep South o Sen. Pete Ricketts e il suo conservatorismo manageriale e di forte impronta cattolica.
Sen. Shelley Moore Capito – 72 anni, eletta per la prima volta in Senato dal 2014 – rappresenta invece il conservatorismo territoriale tipico degli Appalachi: meno ideologico, più relazionale, fondato su reti locali di potere, difesa dell’economia energetica tradizionale e capacità di mediazione dentro istituzioni sempre più polarizzate.
Nel nuovo Partito Repubblicano dominato dal trumpismo, dalla polarizzazione permanente e dalla radicalizzazione identitaria, figure come Sen. Shelley Moore Capito sembrano appartenere quasi a un’altra epoca politica americana.
Eppure, proprio questa capacità di attraversare epoche diverse senza perdere il controllo del proprio potere territoriale spiega perché la senatrice del West Virginia abbia appena conquistato senza difficoltà l’ennesima nomination repubblicana verso un nuovo mandato al Senato (sarà per lei il terzo mandato pieno)
Sen. Shelley Moore Capito rappresenta infatti qualcosa di molto specifico nella geografia politica americana: il conservatorismo pragmatico degli Appalachi. Un modello costruito meno sulla guerra ideologica permanente e più su relazioni personali, radicamento territoriale, protezione degli interessi locali e capacità di mediazione.
La sua stessa biografia coincide quasi perfettamente con la trasformazione storica del West Virginia che rappresenta il caso più emblematico del collasso democratico nella working class bianca americana.
Per decenni fu uno degli Stati più democratici del Paese: miniere, sindacati, New Deal, welfare federale e voto operaio crearono una cultura politica quasi “laburista” dentro gli USA. Fino agli anni Novanta i Democratici dominavano quasi ovunque.
La rottura nasce da più fattori intrecciati.
In primo luogo, la crisi del carbone: la deindustrializzazione, la crisi mineraria e la perdita di lavoro stabile hanno devastato intere comunità rurali e operaie, creando rabbia, impoverimento e sfiducia verso Washington.
In secondo luogo, la trasformazione culturale del Partito Democratico che ha portato gli elettori del
West Virginia a percepire i Democratici come partito delle élite urbane, ambientaliste e liberal, lontano dai valori tradizionali locali (religione, armi, patriottismo…) Le politiche climatiche democratiche sono state vissute non come transizione economica ma come attacco diretto al loro modo di vivere.
Infine, la crisi delle strutture sociali tradizionali della working class. Sindacati indeboliti, declino delle comunità industriali e crescita del consumo degli oppioidi hanno prodotto un forte senso di abbandono sociale soprattutto tra i ceti popolari bianchi meno istruiti.
Proprio i ceti economicamente più fragili sono diventati il cuore del nuovo voto repubblicano. Oggi la West Virginia è uno degli Stati più repubblicani d’America. Nel 2024 i Democratici sono usciti completamente di scena anche a livello senatoriale con la vittoria di Sen. Jim Justice (2024) sul candidato DEM democratico Glenn Elliott per il seggio lasciato libero da Sen. Joe Manchin (2010) ultimo grande simbolo DEM dello Stato.
Sen. Shelley Moore Capito è stata una delle protagoniste di questa transizione.
Ma la sua storia politica nasce ancora prima, dentro una delle grandi famiglie del potere appalachiano. È figlia di Arch A. Moore Jr., governatore storico del West Virginia, figura quasi leggendaria nella politica locale: amatissimo da una parte dell’elettorato per il suo stile populista e relazionale, ma anche travolto da scandali e condanne per corruzione che lo portarono persino in carcere.
Ed è forse proprio qui che si trova una delle chiavi più interessanti della sua parabola personale.
Sen. Shelley Moore Capito non ha mai rinnegato pubblicamente il padre, ma ha costruito la propria immagine quasi come una “redenzione istituzionale” della dinastia familiare: stile sobrio, disciplina personale, assenza di scandali, reputazione di serietà amministrativa. A Washington molti la descrivono infatti come l’opposto caratteriale di Arch Moore: lui teatrale e spericolato, lei controllata e prudente.
Eppure, la dimensione quasi romanzesca della famiglia Moore-Capito continua a far parte della mitologia politica del West Virginia. Negli ultimi anni i DEM della West Virginia hanno accusato la famiglia Capito di usare il peso politico della senatrice per favorire la carriera del figlio. Anche altri membri della famiglia finirono periodicamente nelle cronache giudiziarie, senza però distruggere davvero il potere politico del clan. Anzi: in parte rafforzandone il carattere quasi dinastico dentro la cultura politica appalachiana fatta di fedeltà personali e reti relazionali profondissime.
La carriera di Sen. Shelley Moore Capito è stata costruita lentamente.
Dopo l’esperienza nella legislatura statale, nel 2000 conquista un seggio alla Camera federale, diventando per anni l’unica repubblicana della delegazione congressuale del West Virginia. Era ancora un’epoca in cui lo Stato votava democratico e una repubblicana poteva sopravvivere soltanto dialogando anche con moderati, sindacati e democratici conservatori.
Quell’esperienza ha plasmato il suo stile politico.
Capito non è una populista trumpiana classica. Non appartiene all’ala ideologica del Freedom Caucus e non utilizza i registri aggressivi del trumpismo mediatico.
Piuttosto viene considerata una “institutional conservative”: profondamente conservatrice ma attenta ai meccanismi del Senato, alle relazioni bipartisan e alla concretezza legislativa.
Il suo profilo ideologico resta comunque chiaramente repubblicano: fortemente schierata su aborto, armi, immigrazione e difesa dell’industria energetica tradizionale, soprattutto il carbone.
Sul carbone ha costruito gran parte della propria identità politica.
Negli ultimi anni è diventata una delle principali voci parlamentari dell’America mineraria contro le regolazioni ambientali federali considerate ostili al settore energetico tradizionale. Ma anche qui emerge il suo pragmatismo: più che agitare slogan ideologici, Sen. Shelley Moore Capito cerca spesso di coniugare difesa dell’industria estrattiva e investimenti infrastrutturali.
Capito ha costruito una reputazione molto bipartisan e relativamente moderata per gli standard trumpiani attuali. Mantiene ancora modi e stile da repubblicana establishment anni ’90: elegante, misurata, molto educata.
A Washington gode di relazioni trasversali molto solide. Emblematico il rapporto con Sen. Joe Manchin (2010, DEM), con cui ha condiviso per anni la rappresentanza dello Stato al Senato pur appartenendo a partiti opposti. O ancora il rapporto personale quasi amichevole con Sen. Sheldon Whitehouse (RI, 2006), DEM e suo opposto ideologico sui temi ambientali, energetici climatici.
Lei racconta spesso che quando iniziò la carriera politica i repubblicani in West Virginia erano così pochi, che per sopravvivere politicamente bisognava collaborare con i democratici.
Al Senato circola persino una battuta: “Shelley riesce a farti votare contro le tue idee senza farti arrabbiare”. Un’immagine che racconta molto bene la sua capacità negoziale.
Anche il rapporto con Donald Trump è stato gestito con estrema abilità politica. Sen. Shelley Moore Capito non apparteneva originariamente al trumpismo ideologico, ma comprese molto presto che il West Virginia stava diventando uno degli Stati più trumpiani d’America. Così ha scelto una strategia precisa: mai entrare in collisione frontale con Trump, mantenendo però uno stile politico completamente diverso dal suo.
Questo equilibrio le ha consentito di sopravvivere anche alle tensioni interne del GOP contemporaneo, sebbene non senza attriti. Nel 2024 Donald Trump Jr. attaccò apertamente il figlio di Sen. Shelley Moore Capito, accusandolo di essere un “RINO”.
Un episodio che mostrò come persino una delle famiglie più potenti del GOP appalachiano possa essere guardata con sospetto dall’universo MAGA più radicale.
E forse è proprio qui il punto politico centrale della sua figura.
Sen. Shelley Moore Capito rappresenta oggi uno degli ultimi ponti ancora esistenti tra il vecchio establishment conservatore territoriale e il nuovo Partito Repubblicano trumpiano. Non è una moderata liberal-republican come Sen. Susan Collins, ma nemmeno una populista rivoluzionaria.
È piuttosto una conservatrice territoriale appalachiana, profondamente radicata nella cultura politica del West Virginia, capace di attraversare trasformazioni enormi senza perdere il controllo della propria rete di potere. Un elemento molto “West Virginia” della sua immagine: Sen. Shelley Moore Capito è considerata bravissima nella cura della dimensione locale. Stringere mani, funerali, fiere agricole, eventi di contea, incontri comunitari. Molti dicono che abbia ereditato dal padre la capacità quasi istintiva di ricordare nomi, famiglie e storie personali degli elettori.
Anche per questo la sua riconferma appare oggi scontata.
Dopo il voto di novembre vedendo la composizione del caucus GOP in Senato potremo capire quanto spazio esista ancora, dentro il Partito Repubblicano americano, per figure conservatrici tradizionali, istituzionali e orientate alla mediazione come lei.
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