America
Senato Usa. Texas. Fine di un’era: Paxton umilia Sen. Cornyn e cambia il GOP. Il Texas è contendibile per i DEM
La vittoria di Ken Paxton nelle primarie repubblicane del Texas rappresenta molto più della sconfitta di un senatore uscente. Dopo l’uscita di scena di Sen. Bill Cassidy in Louisiana è uno dei passaggi politici più significativi del ciclo elettorale 2026 (e più costosi visto che sono stati investiti complessivamente oltre 100 milioni di dollari) e fotografa con chiarezza la trasformazione del Partito Repubblicano nell’era trumpiana.
Paxton ha travolto Sen. John Cornyn con un margine vicino ai trenta punti, cancellando uno dei grandi veterani del GOP senatoriale. Cornyn sedeva al Senato dal 2002, era stato a lungo esponente di primo piano della leadership repubblicana e per anni aveva incarnato il conservatorismo istituzionale texano: vicino al mondo economico, pragmatico, disciplinato, profondamente inserito nei meccanismi del Congresso.
Conservatore senza ambiguità su immigrazione, tasse e sicurezza, Sen. John Cornyn era però diventato il simbolo di un repubblicanesimo percepito dalla base MAGA come troppo legato a Washington e troppo incline al compromesso. In questo senso ebbe un peso politico enorme il suo ruolo nei negoziati bipartisan del 2022 sulla gun safety dopo la strage alla Robb Elementary School proprio in Texas. Dopo l’uccisione di 19 bambini e 2 insegnanti, Cornyn (pur essendo da sempre vicino alla National Rifle Association e favorevole al Secondo Emendamento) guidò il negoziato repubblicano che portò al “Bipartisan Safer Communities Act”, il più importante intervento federale sulle armi degli ultimi decenni. Per molti moderati fu una prova di responsabilità istituzionale; per la destra trumpiana divenne invece il simbolo di un senatore disposto a trattare con i democratici su uno dei temi identitari del conservatorismo americano.
Dall’altra parte Paxton ha incarnato l’esatto opposto. Procuratore Generale del Texas dal 2015, ha costruito tutta la propria carriera recente come guerriero della guerra culturale conservatrice: anti-Biden, durissimo sull’immigrazione, protagonista delle cause contro il governo federale e fedelissimo di Donald Trump dopo le elezioni del 2020.
La sua figura è però accompagnata da un’enorme quantità di controversie giudiziarie e politiche. Nel 2023 fu sottoposto a impeachment dalla Camera texana — controllata dai repubblicani — con accuse di abuso d’ufficio, corruzione e favoritismi verso l’imprenditore Nate Paul. Il processo si trasformò rapidamente in una guerra civile interna al GOP texano. Trump intervenne personalmente in sua difesa e l’assoluzione finale al Senato del Texas trasformò Paxton, agli occhi della base MAGA, in una sorta di martire politico perseguitato dall’establishment moderato.
La sconfitta di Sen. John Cornyn assume quindi un significato nazionale enorme. Dopo il caso di Sen. Bill Cassidy in Louisiana, emerge con forza un messaggio politico chiarissimo: nel GOP contemporaneo la fedeltà personale a Trump pesa ormai più dell’anzianità parlamentare, della capacità legislativa e perfino del ruolo nella leadership senatoriale.
Per i repubblicani del Senato il problema non è soltanto simbolico. Molti strateghi del GOP consideravano Cornyn un candidato molto più sicuro per mantenere il seggio texano a novembre. La leadership repubblicana aveva investito decine di milioni di dollari per fermare Paxton, ritenuto vulnerabile presso indipendenti e moderati a causa dei suoi scandali e della sua forte polarizzazione.
Ed è qui che entra in scena James Talarico, probabilmente il democratico texano più interessante emerso negli ultimi anni. Trentasei anni, ex insegnante, deputato statale dell’area di Austin, Talarico propone un modello politico molto diverso da quello tradizionale dei democratici progressisti urbani. Parla continuamente di fede, comunità, dignità del lavoro e moralità pubblica; usa riferimenti cristiani e toni moderati pur mantenendo posizioni progressiste su welfare, istruzione e diritti civili.
I democratici vedono in lui una figura capace di parlare non solo alla base liberal delle grandi città, ma anche agli indipendenti, ai moderati repubblicani, all’elettorato evangelico giovane.
Per questo molti analisti definiscono oggi la corsa texana “fully competitive”. Fino a pochi anni fa sarebbe stato quasi impensabile considerare il Texas uno Stato contendibile in una corsa senatoriale.
L’ultimo democratico eletto al Senato federale texano fu Sen. Lloyd Bentsen nel 1988.
Resta vero che il Texas continua a essere uno Stato repubblicano. Trump nel 2024 ha vinto con oltre il 56% dei voti, migliorando sensibilmente i risultati del 2020.
Tuttavia, il cambiamento demografico delle aree urbane e suburbane, unito alla forte polarizzazione di Paxton, costringe ora il GOP a investire risorse enormi per difendere un seggio che fino a poco tempo fa sembrava quasi automatico.
In questo senso la partita texana potrebbe diventare uno dei veri test nazionali del 2026:
non solo sulla forza elettorale di Trump, ma anche sulla sostenibilità politica di un Partito Repubblicano sempre più identitario, radicalizzato e modellato attorno alla lealtà personale verso il presidente.
Vedremo come finirà nel frattempo aggiorno le previsioni su quella che sarà la futura mappa del Senato USA (le precedenti, datate 2 maggio sono qui)
Seggi non in rinnovo GOP 31 – DEM 34
Seggi con esito sicuro GOP 14 – DEM 8
Seggi con vantaggio importante GOP 3 – DEM 2
Situazione attesa GOP 48 – DEM 44
8 Stati decideranno controllo del Senato: Alaska, Ohio, Maine, North Carolina e Texas (oggi GOP) e Georgia, Michigan e New Hampshire (ora DEM)
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