Criminalità
Sud Est siciliano: dove la cocaina diventa invisibile. Puntata 3 La storia comincia trent’anni prima
Per capire la nuova rotta della cocaina bisogna tornare agli anni Novanta, quando il Sud Est siciliano costruiva la propria ricchezza agricola.
Il camion è già partito da ore quando la vera storia deve ancora cominciare.
Ha lasciato il mercato ortofrutticolo prima dell’alba insieme a centinaia di altri mezzi diretti verso il Nord Italia e l’Europa, ha imboccato l’autostrada rispettando gli stessi orari, le stesse procedure e gli stessi controlli di qualsiasi altra spedizione di prodotti agricoli e ormai è soltanto uno dei tanti veicoli che attraversano la penisola trasportando la ricchezza costruita nelle campagne del Sud Est siciliano. L’autista non guarda mai il carico. Guarda l’orologio. Sa che un’ora di ritardo può compromettere un’intera giornata di mercato, perché alle sue spalle viaggiano migliaia di cassette di pomodori, zucchine, melanzane, peperoni e uva destinate a seguire lo stesso percorso che compiono ogni giorno, in ogni stagione, verso i mercati italiani ed europei. Tutto appare ordinario. Tutto sembra appartenere esclusivamente all’economia agricola di questo territorio.
Se ci fermassimo qui, sarebbe facile pensare che la storia sia cominciata poche ore prima, sulla costa, nel momento in cui un’imbarcazione ha toccato terra per poi scomparire nel buio. Sarebbe la spiegazione più semplice. Ed è proprio per questo che sarebbe anche la più sbagliata.
Per comprendere perché oggi il Sud Est siciliano possa rappresentare uno dei punti più delicati della nuova geografia del narcotraffico internazionale bisogna tornare molto più indietro delle cronache degli ultimi anni, a un’epoca in cui la cocaina non occupava ancora il centro delle indagini, le rotte del Mediterraneo avevano un significato diverso e questo territorio era conosciuto quasi esclusivamente per la sua straordinaria capacità produttiva.
La storia, infatti, non comincia con la droga.
Comincia quando le serre del Sud Est siciliano si riempiono di uomini, i mercati ortofrutticoli diventano il cuore pulsante dell’economia locale e migliaia di camion iniziano ogni giorno a percorrere le stesse strade verso il Nord Italia e l’Europa. È in quel momento che prende forma una logistica costruita per trasportare ortaggi, frutta e fiori e che, molti anni dopo, qualcuno comprenderà di poter utilizzare per interessi completamente diversi.
All’inizio degli anni Novanta migliaia di uomini e donne arrivano dall’Albania in cerca di lavoro e trovano nelle serre del Ragusano un territorio che ha bisogno di manodopera, resistenza fisica e disponibilità a un’attività dura, spesso invisibile, scandita dai ritmi dell’agricoltura intensiva. Per decenni quella presenza cresce lontano dai riflettori, contribuisce allo sviluppo economico dell’area, lavora nelle campagne, nei magazzini, nella logistica e nel mercato ortofrutticolo, imparando a conoscere il territorio non sulle carte geografiche ma attraversandolo ogni giorno, stagione dopo stagione, raccolto dopo raccolto, camion dopo camion.
La presenza della comunità albanese nel Ragusano non nasce con il narcotraffico e non può essere letta attraverso una lente esclusivamente criminale. La stragrande maggioranza di quelle persone ha costruito la propria esistenza attraverso il lavoro e rappresenta ancora oggi una componente fondamentale del tessuto economico e sociale di questo territorio. Ma proprio dentro questa lunga permanenza si forma anche un patrimonio di conoscenze che, nelle mani sbagliate, può diventare decisivo.
Chi lavora ogni giorno nelle serre, nei magazzini e nel mercato ortofrutticolo finisce inevitabilmente per conoscere il territorio in modo diverso da chi lo osserva soltanto sulle mappe. Sa quali camion lasciano il mercato prima dell’alba e quali attendono il completamento degli ordini, quali percorrono ogni giorno la stessa direttrice verso il Nord Italia e quali cambiano itinerario in funzione delle destinazioni commerciali; sa quando i muletti continuano a muoversi senza sosta tra i piazzali, quando le celle frigorifere lavorano senza interruzione e quando, invece, il mercato rallenta. Conosce le abitudini degli operatori, i tempi della filiera e quella geografia invisibile fatta di orari, automatismi e percorsi che nessuna carta stradale riesce a raccontare. Sono conoscenze che nessuno insegna e che non hanno nulla di criminale. Si accumulano vivendo il territorio, lavorando ogni giorno dentro il suo sistema produttivo, fino a diventarne parte integrante.
Le organizzazioni criminali non costruiscono mai i propri traffici nel vuoto.
Arrivano quando una rete logistica funziona già da anni, quando il territorio ha imparato a muoversi sempre allo stesso modo, quando la normalità produce ogni giorno gli stessi percorsi, gli stessi orari e gli stessi automatismi. È proprio dentro quella ripetizione che il traffico trova il suo spazio. Prima esiste un sistema economico che funziona. Poi qualcuno comprende quanto quel sistema possa diventare utile ai propri interessi. Soltanto dopo arrivano i traffici.
È da quel momento che anche la geografia della cocaina comincia a cambiare.
Mentre nei grandi porti europei ogni container può trasformarsi in un controllo, qui il mercato continua a fare ciò che ha sempre fatto. I camion partono, la merce viaggia, gli orari vengono rispettati e la filiera continua a muoversi con la stessa regolarità di sempre.
Ed è qui che il Sud Est siciliano assume un valore diverso, non perché assomigli ai grandi porti commerciali, ma proprio perché non gli assomiglia affatto. Qui la forza non sta nelle banchine, nei container o nelle infrastrutture oceaniche, ma in una filiera agricola che, ogni giorno, movimenta uomini, camion, cassette, bancali, muletti, documenti di trasporto, celle frigorifere e migliaia di tonnellate di prodotti destinati ai mercati italiani ed europei, costruendo una normalità così intensa e così consolidata da poter diventare, se attraversata dagli interessi criminali, la più efficace forma di mimetizzazione.
Da questo momento il mare diventa quasi un dettaglio.
La parte decisiva della rotta non si svolge più sull’acqua ma sulla terra, dentro una filiera economica che continua a funzionare esattamente come ha sempre fatto. È lì che la cocaina smette di essere un carico appena sbarcato e diventa qualcos’altro. Diventa una merce che attraversa un territorio senza alterarne il ritmo, fino a confondersi con la sua stessa normalità.
Quando quel camion arriverà a destinazione, nessuno sarà più in grado di distinguere, osservandolo dall’esterno, il viaggio di una normale spedizione agricola da quello di un carico che, molte ore prima, ha toccato il Mediterraneo.
È questo il punto in cui una rotta smette di essere soltanto una rotta.
La Sicilia smette di essere il punto d’arrivo e diventa una tappa.
Per capire dove comincia davvero questa storia bisogna attraversare di nuovo il Mediterraneo.(Segue…)
Puntata 1 — Dalla Colombia alle serre del Ragusano
Puntata 2 – La costa dove arrivano i carichi
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