Criminalità
Casuzze(RG): Il mare restituisce 700 mila euro: il granello di sabbia che svela la rotta della cocaina
Un motoscafo partito da Malta, 700 mila euro gettati in mare e un serbatoio rimasto vuoto: a Casuzze un errore minuscolo apre uno squarcio su una possibile rotta della cocaina che dal Sud America attraversa Malta e il Sud Est siciliano per spingersi fino al cuore dell’Europa
A Casuzze basta un serbatoio vuoto perché il mare cominci a parlare.
Un motoscafo proveniente da Malta si ferma a poche centinaia di metri dalla costa, i soccorsi si avvicinano e dalle mani degli uomini a bordo partono verso l’acqua borsoni carichi di denaro: circa 700 mila euro che avrebbero dovuto restare invisibili e che invece riaffiorano davanti agli occhi dei bagnanti. È il guasto a spezzare il meccanismo e a lasciare intravedere ciò che, se tutto avesse funzionato, sarebbe probabilmente rimasto nascosto.
Ma la crepa aperta quel giorno nel mare non è l’unica. Ce n’è un’altra, molto più sottile, rimasta aperta sulla terraferma, dentro un profilo Facebook che qualcuno ha provato a ripulire cancellando fotografie, video e perfino il proprio nome. È la porta socchiusa di Owen Jones.
La porta socchiusa di Owen Jones
Settecentocinquantamila euro galleggiano davanti a Casuzze, chiusi in borse che qualcuno ha provato a consegnare al mare. Un motoscafo resta fermo al largo. A bordo c’è anche un tredicenne, poi affidato alle autorità italiane. Suo padre, Jeffrey Cassar, indicato dalla stampa maltese tra gli uomini presenti sull’imbarcazione, viene arrestato al suo rientro a Malta.
Secondo la stampa maltese l’arresto riguarda la presunta violazione delle condizioni della libertà su cauzione in un diverso procedimento. Non risulta, allo stato, formalmente collegato al fascicolo aperto in Sicilia per accertare origine, destinazione e titolarità del denaro.
È uno sviluppo che cambia il peso della scena. Per giorni il ragazzo è stato il punto più silenzioso e inquietante della vicenda: troppo giovane per spiegare quel viaggio, abbastanza presente da rendere ogni domanda più grave. Ora il padre viene arrestato a Malta, il motoscafo resta sequestrato in Sicilia e nessuno ha ancora rivendicato quei contanti.
È qui che torna una porta rimasta socchiusa.
Owen Jones cancella fotografie e video, cambia nome al profilo, prova a toglierе dalla rete tutto ciò che può raccontare di lui. Ma nelle storie che arrivano dal mare e poi passano da Facebook resta quasi sempre un dettaglio minimo, quasi invisibile: una connessione che non viene rimossa insieme al resto.
Aprendo quella porta appare Jeffrey Cassar. Sul suo profilo social ci sono fotografie con il figlio, immagini con amici, il ritratto apparente di una persona comune. Tutto cambia quando si arriva a “Jon Es Garage”, il nuovo profilo riconducibile a Jones dopo la cancellazione dei contenuti precedenti: tra gli amici compare anche Cassar.
Non è una prova di rapporti operativi, non dimostra responsabilità individuali e non consente di trasformare un collegamento digitale in una ricostruzione giudiziaria. È però un filo rimasto visibile mentre tutto il resto veniva oscurato.
Il Times of Malta identifica Cassar come padre del minore e come uno degli uomini che sarebbero stati a bordo insieme a Sage Gauci. Owen Jones era già stato indicato dalla stampa italiana come proprietario dell’imbarcazione. Su presenze e ruoli non risultano, al momento, conferme pubbliche delle autorità italiane: l’attribuzione resta quella della stampa maltese. Jones, attraverso il proprio legale Franco Debono, ha respinto ogni collegamento con il denaro recuperato e non ha confermato la propria presenza in Sicilia. Gauci, tramite il suo avvocato, ha a sua volta negato ogni coinvolgimento.
Il collegamento fra Jones e Cassar non prova un traffico di droga, né dimostra che il denaro gettato in mare costituisse il pagamento di una partita di cocaina. Riporta però nella stessa scena il proprietario indicato del mezzo, il padre del minore rimasto in Italia, una rotta fra Malta e il Sud Est siciliano e 750 mila euro finiti in acqua proprio quando avrebbero dovuto restare invisibili.
Per capire dove possa condurre quel filo, però, bisogna allontanarsi per un momento dal motoscafo di Casuzze e guardare ciò che esiste prima dell’ultimo miglio: i grandi porti, i container e la rete internazionale dentro la quale uomini, merci e denaro possono attraversare il Mediterraneo senza incontrarsi mai nello stesso luogo.
Il Malta Freeport, i container e la rotta del Mediterraneo
La cocaina non arriva con il rumore delle sirene. Arriva dopo avere attraversato oceani, cambiato navi, porti, uomini e documenti; passa tra piazzali, container, uffici direzionali, società di spedizione e merci apparentemente ordinarie, fino a riapparire nel Mediterraneo centrale, dove il mare restituisce talvolta soltanto ciò che qualcuno aveva provato a far sparire.
Da Casuzze la mappa torna a Malta, ma il punto centrale non è l’isola.
È il Malta Freeport di Birżebbuġa, affacciato sulla baia di Marsaxlokk, nel sud-est dell’isola: uno dei grandi snodi mediterranei del transhipment, una macchina portuale nella quale i container arrivano, cambiano nave, destinazione apparente e circuito commerciale senza essere necessariamente destinati al mercato maltese.
La sua struttura aiuta a comprendere la scala della pista che si sta approfondendo. Come i porti di Augusta o Gioia Tauro, il Freeport non è soltanto un porto: è un’infrastruttura globale, fatta di banchine, gru, terminal, piazzali, depositi, uffici, dogane, spedizionieri, compagnie marittime e documenti che accompagnano ogni carico. Un luogo nel quale l’economia internazionale si muove a ritmi tali da rendere possibile il transito di migliaia di contenitori, ciascuno apparentemente parte di una filiera commerciale lecita.
Nella ricostruzione il Freeport entra nella pista che collega l’area portuale di Guayaquil, in Ecuador, società europee, possibili passaggi africani fra Bissau e Freetown, Malta e le coste del Sud Est siciliano.
La catena mette in fila capitali riconducibili a interessi albanesi impiegati per l’acquisto della droga, società di copertura, contatti nella filiera portuale e container caricati fra merci legittime, sigilli e documenti regolari. Non una rotta lineare, ma un sistema di compartimenti: chi finanzia non necessariamente spedisce, chi spedisce non necessariamente riceve, chi riceve non necessariamente conosce l’intero viaggio.
In questo schema il Freeport potrebbe rappresentare la cerniera mediterranea: non necessariamente il luogo nel quale la merce sbarca o viene estratta dai container, ma il punto nel quale una spedizione può cambiare nave, destinazione formale, intermediari e uomini incaricati dell’ultimo tratto.
Da Marsaxlokk alle coste del Sud Est siciliano il salto geografico è breve.
Ragusa, Siracusa e Catania potrebbero diventare non soltanto luoghi di arrivo, ma cerniere capaci di frammentare un carico e rilanciarlo verso altri mercati.
Marsaxlokk resta sullo sfondo come territorio di relazioni, denaro e disponibilità logistiche da approfondire. Il nome di Jeffrey Cassar non emergerebbe però dal luogo, ma — secondo fonti dell’inchiesta — dalla rete di relazioni criminali che attraversa Malta. In quella rete viene indicato come possibile punto di contatto tra broker calabresi che tratterebbero l’acquisto dei carichi di cocaina e ambienti della mafia albanese incaricati della logistica.
È una pista investigativa, non un fatto giudiziariamente accertato. E apre una domanda più ampia: se Cassar fosse soltanto il volto visibile del contatto, chi sono gli uomini che restano dietro di lui? Chi è in grado di alzare il telefono, trattare con il Sud America l’acquisto della cocaina e decidere come farla arrivare, distribuirla in Sicilia, in Italia e nel resto d’Europa?
A questo punto Casuzze non è più soltanto il luogo di una barca rimasta senza carburante. È il punto in cui, per pochi minuti, potrebbe essere affiorato l’ultimo frammento visibile di una rotta molto più grande: Ecuador, Africa occidentale, Malta, Sicilia, e poi ancora verso l’Italia e l’Europa.
Perché quella mattina il mare non ha restituito soltanto 700 mila euro. Ha restituito un errore. Un granello di sabbia finito dentro un ingranaggio che avrebbe dovuto continuare a girare senza rumore.
E quando un meccanismo costruito per restare invisibile si inceppa, anche soltanto per pochi minuti, può accadere che davanti agli occhi di tutti compaia qualcosa che normalmente nessuno dovrebbe vedere: non soltanto il denaro, non soltanto una barca, ma l’ombra della macchina che li ha portati fin lì.
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