Cronaca

Il tifo sul corpo di un uomo morto

Un poliziotto che non è in grado di mettere in sicurezza una persona non armata non ha ricevuto, con ogni evidenza, una formazione adeguata. Ed è di questo che dovremmo parlare, invece di schierarci.

21 Luglio 2026

Non so quante volte, alle superiori, sono stato invitato dai miei docenti a lasciare la scuola. Particolare era lo zelo di un docente di musica che aveva ben chiaro anche il mio percorso lavorativo: a diciotto anni avrei potuto fare il concorso in polizia. Perché sprecare tempo tra i banchi?

L’ho preso in parola. Compiuti i diciotto anni, mi sono ritrovato in uno stanzone dell’hotel Ergife di Roma per la prova scritta del concorso in polizia. Ricordo, di quel pomeriggio, il gran sonno: ero partito di notte, viaggiando nel corridoio di un treno espresso affollatissimo, e avevo passato la mattina a visitare Roma; ora cercavo di fare in modo di tenere gli occhi aperti e rispondevo svogliatamente a domande non particolarmente difficili.

Andò bene. Ma la notizia del superamento della prova scritta mi giunse quando ormai avevo dato un bel po’ di esami all’università, con più di qualche trenta sul libretto. Decisi di proseguire e lasciar sbiadire l’immagine di me in divisa.

Avrei studiato, poi, tutti i libri, come si dice. Marx e Gramsci e Althusser. Avrei scoperto che le forze dell’ordine sono un apparato repressivo al servizio di uno Stato che è a sua volta al servizio dei ricchi. Sarei stato tentato dall’ACAB – All Cops Are Bastards –, una delle scritte più persistenti sui muri delle nostre città. Ma anche quando la mia formazione politica virava decisamente verso l’anarchismo, mi ha lasciato sempre un po’ fredda la rabbia antipoliziesca, che sfociava nell’epica dello scontro di piazza. Immagino per qualche affetto che ancora provavo per quell’ipotesi di me. Ma non solo. Proprio per aver letto Althusser, sapevo che la repressione dello Stato passa attraverso la scuola non meno che attraverso la polizia. Apparati Ideologici e Apparati Repressivi dello Stato fanno lo stesso lavoro; e i primi sono anche più efficaci, e dunque pericolosi, dei secondi. Le pressioni del mio professore di musica perché lasciassi la scuola e facessi il poliziotto non erano diverse da una manganellata di un poliziotto e rispondevano allo stesso fine di mantenimento del presunto ordine sociale, economico e disciplinare.

Ho visto le riprese della manifestazione di ieri a Bologna per la morte di Abderrahim Fakir. Una manifestazione non solo legittima, ma anche doverosa. Durante la quale tuttavia ho sentito dei giovani dare degli “assassini” ai poliziotti e poi cercare lo scontro con loro. Ora, dare degli assassini a tutti i poliziotti in base a quanto compiuto da un poliziotto non è diverso, come procedimento logico, dal dare dei criminali a tutti gli extracomunitari in base ai reati compiuti da alcuni di loro. Ed è un atteggiamento speculare a quello di pensa che un poliziotto che sbaglia vada difeso a prescindere, perché altrimenti ne va del prestigio di tutta la polizia; un atteggiamento apparentemente amico, che in realtà danneggia la polizia anche di più dell’attacco frontale di chi vorrebbe una società senza polizia. Tocca assistere anche ai deliri della fazione per la quale va benissimo ammazzare un uomo, se questo è straniero, o agitato. Come se la stessa cosa non possa capitare a un uomo italiano in preda all’alcol, o alterato per qualche ragione, o con disturbi psichiatrici, o autistico.

Un poliziotto che non è in grado di mettere in sicurezza una persona non armata non ha ricevuto, con ogni evidenza, una formazione adeguata. Ed è di questo che dovremmo parlare, invece di schierarci. Al di là delle visioni politiche, paghiamo le tasse anche per avere forze dell’ordine preparate. L’Agenzia delle Entrate mi informa che degli 8.065 euro di tasse che ho pagato lo scorso anno, 675 sono finiti nella voce Difesa, ordine pubblico e sicurezza. Da cittadino, voglio che quei soldi vengano ben spesi. E se si ammazza un uomo durante un’operazione di ordinaria amministrazione, vuol dire che c’è qualcosa che non va nella formazione di chi dovrebbe garantire la sicurezza. Di questo deve rispondere il Governo.

Fakir non è un caso isolato: prima di lui, con la stessa dinamica – immobilizzazione a terra in posizione prona, compressione del torace, richieste d’aiuto ignorate fino al silenzio – sono morti Federico Aldrovandi nel 2005, il disabile psichico Riccardo Rasman nel 2006, l’ex calciatore Riccardo Magherini nel 2014, il trentatreenne milanese Igor Squeo nel 2022. Il rischio dell’asfissia posizionale non è una scoperta di oggi: il Comitato europeo per la prevenzione della tortura lo segnalava già nel 20031, e solo dopo la morte di Aldrovandi l’Arma dei Carabinieri emanò una circolare interna sui pericoli di quella tecnica. Lo scorso gennaio la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia proprio per il caso Magherini, rilevando carenze nella formazione delle forze dell’ordine sui rischi dell’immobilizzazione prona. E appena due mesi fa, l’11 maggio, la Polizia di Stato ha diffuso un nuovo protocollo per la gestione delle persone non collaborative. Vent’anni di casi quasi identici, un avvertimento internazionale ignorato per un decennio, una condanna europea arrivata sei mesi fa, un protocollo nuovo di zecca disatteso alla prima occasione: è la fotografia di uno Stato che sa da vent’anni cosa non va fatto e continua, sistematicamente, a non insegnarlo bene a chi dovrebbe applicarlo. E che a quanto pare non interessa a nessuno: dà più soddisfazione fare il tifo sul corpo di un uomo morto.

 


1 Council of Europe, European Committee for the Prevention of Torture and Inhuman or Degrading Treatment or Punishment (CPT), 13th General Report on the CPT’s Activities: covering the period 1 January 2002 to 31 July 2003, CPT/Inf (2003) 35, Strasbourg, 10 settembre 2003, url: https://rm.coe.int/doc/0900001680696a7f, § 34, p. 18: “The CPT has made it clear that the use of force and/or means of restraint capable of causing positional asphyxia should be avoided whenever possible and that any such use in exceptional circumstances must be the subject of guidelines designed to reduce to a minimum the risks to the health of the person concerned”. 
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