Italia
La morte per pena. Il monito di Marco Pannella
Quando il carcere si riduce alla sopravvivenza, la pena perde il suo volto costituzionale e la giustizia comincia ad assomigliare alla vendetta.
Ci sono carceri italiane nelle quali oggi il problema principale non è la rieducazione, ma arrivare a sera senza un suicidio, un incendio, un’aggressione o un nuovo gesto di autolesionismo. Il rapporto di metà anno dell’Associazione Antigone, pubblicato il 5 agosto, racconta che al 28 luglio 2026 nelle carceri italiane erano presenti 64.741 persone, a fronte di 46.343 posti effettivamente disponibili. Il tasso reale di sovraffollamento era arrivato al 139,7 per cento. Nei primi sette mesi dell’anno almeno 38 persone si erano tolte la vita. Quando la priorità quotidiana di un istituto diventa evitare che la giornata finisca in tragedia, significa che qualcosa si è spezzato molto prima della sicurezza e dell’organizzazione. Si è spezzato il significato stesso della pena.
Ogni volta che un delitto scuote l’opinione pubblica riaffiora la stessa richiesta. Pene più dure, carcere più lungo, meno benefici, meno garanzie. È una reazione comprensibile. Il male commesso provoca indignazione, paura e bisogno di giustizia. Il problema nasce quando chiediamo alla pena qualcosa che nessuna pena potrà mai dare.
Nessuna condanna restituisce una persona uccisa. Nessun ergastolo cancella una violenza. Nessun carcere ricompone una famiglia distrutta. La giustizia può riconoscere il male, affermare la responsabilità e proteggere la società. Ma non può eliminare ciò che è accaduto.
Una parte del populismo penale nasce proprio da qui. Chiediamo al diritto di compiere ciò che soltanto un lungo lavoro umano, familiare e comunitario di elaborazione del dolore può tentare di fare.
È un passaggio quasi impercettibile. All’inizio desideriamo una pena giusta. Poi, quando ci accorgiamo che quella pena non colma il vuoto lasciato dal reato, iniziamo a desiderarne una più severa. Se non basta, ne chiediamo un’altra ancora. Ma il dolore continua a rimanere. Così la pena smette di essere lo strumento della giustizia e diventa il contenitore della nostra frustrazione.
La nostra Costituzione ha scelto un’altra strada. L’articolo 27 afferma che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è una concessione al colpevole. Non cancella la vittima e non attenua la responsabilità. È una scelta sulla qualità morale dello Stato.
Ma c’è una domanda che oggi dovremmo avere il coraggio di porci. Come può una persona intraprendere un percorso di rieducazione quando vive in una condizione di pura sopravvivenza? Quando il sovraffollamento rende impossibile ogni spazio di vita dignitosa, quando il caldo diventa insopportabile, quando l’assistenza psichiatrica è insufficiente e il problema quotidiano è evitare che qualcuno si tolga la vita, la pena rischia di perdere il proprio volto costituzionale.
In una pena ridotta alla sopravvivenza non si cambia. Si resiste.
Eppure il consenso sembra andare nella direzione opposta. Più una pena appare afflittiva, più viene percepita come giusta. Come se la misura della giustizia fosse la quantità di sofferenza inflitta.
Qui emerge un paradosso che raramente viene riconosciuto. Chi rivendica con forza l’identità giuridica e culturale dell’Occidente, quando parla di pena finisce talvolta per immaginare una giustizia puramente retributiva. Al male si risponde con un male equivalente. Nell’immaginario collettivo riaffiorano espressioni come «buttate via la chiave» o «deve marcire in carcere». Accade così che chi difende lo Stato di diritto finisca per desiderare, almeno sul piano simbolico, una pena che assomiglia più alla vendetta che alla giustizia.
Se il criterio fosse soltanto la quantità di sofferenza inflitta, l’esito estremo e coerente di quella logica sarebbe la pena di morte. Ma proprio perché abbiamo rifiutato quella logica, le democrazie costituzionali hanno scelto di limitare il potere dello Stato persino nei confronti di chi ha commesso il male più grave.
Marco Pannella condensava questo rischio nella formula della «morte per pena». Ricordava che uno Stato può abolire formalmente la pena di morte e continuare a far morire le persone di pena attraverso la giustizia e il carcere. Non era un invito a inasprire la detenzione. Era una denuncia. Una pena può restare formalmente legittima e, nello stesso tempo, perdere il proprio volto umano.
La vera domanda, allora, non è se le pene debbano essere più dure o più miti. La domanda è un’altra. Che cosa chiediamo alla pena?
Se le chiediamo di restituirci ciò che il reato ha distrutto, resteremo inevitabilmente delusi. Se invece le chiediamo di affermare la giustizia, proteggere la società e offrire al condannato la possibilità di non identificarsi per sempre con il proprio delitto, allora la pena ritrova il suo significato.
Una democrazia non si misura soltanto da come protegge gli innocenti. Si misura anche da come punisce i colpevoli.
Perché è proprio nel momento in cui avrebbe la forza di vendicarsi che sceglie, invece, di restare fedele al diritto.
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