Cronaca
Morire chiedendo aiuto – Il caso Fakir
Da Abderrahim Fakir ai casi che lo hanno preceduto, una riflessione sul rapporto tra fragilità psichica, intervento dello Stato e tutela dei diritti fondamentali. Perché una crisi non dovrebbe mai trasformarsi in una condanna a morte.
Ci sono espressioni che, a forza di essere ripetute, finiscono per perdere il loro significato. Anzi, per assolvere una funzione ancora più pericolosa: quella di anestetizzare le coscienze.
Una di queste è “dava in escandescenze”.
L’abbiamo letta dopo la morte di Federico Aldrovandi. L’abbiamo sentita per Riccardo Magherini, Andrea Soldi, Riccardo Rasman, Enrico Lombardo e, oggi, per Abderrahim Fakir. Ogni volta la stessa formula, quasi fosse sufficiente a spiegare tutto. Come se bastasse descrivere il comportamento di una persona per rendere meno urgente la domanda su come e perché sia morta.
Ma cosa significa davvero “dare in escandescenze”?
Significa, molto spesso, trovarsi nel punto più fragile della propria esistenza. Può essere una crisi psicotica, un attacco di panico, uno stato di alterazione dovuto a una malattia mentale, all’assunzione di sostanze o a una condizione di estrema sofferenza. Situazioni profondamente diverse tra loro, ma accomunate da un elemento fondamentale: chi le vive ha bisogno, prima di tutto, di essere protetto.
Ed è proprio qui che dovrebbe misurarsi la forza di uno Stato di diritto.
Nei giorni scorsi Piazza Maggiore si è riempita di oltre cinquemila persone. Non era una piazza contro la polizia, né contro i carabinieri. Era una piazza che chiedeva qualcosa di infinitamente più semplice e, proprio per questo, più difficile da ottenere: che nessuno muoia mentre è affidato allo Stato.
È una richiesta che dovrebbe appartenere a tutti, indipendentemente dalle convinzioni politiche. Perché una democrazia non si distingue dalla forza con cui reprime il disordine, ma dalla capacità di tutelare la persona proprio quando è più vulnerabile e meno in grado di difendersi.
C’è un filo che lega storie profondamente diverse come quelle di Aldrovandi, Magherini, Soldi, Rasman, Lombardo e Fakir. Persone diverse per età, carattere, condizioni di vita e circostanze. Eppure accomunate dall’essere entrate, in un preciso momento, in una condizione di estrema fragilità e dall’essere morte durante procedure di immobilizzazione a terra, o, nel caso di Andrea Soldi, durante un trattamento sanitario obbligatorio, in cui la compressione del torace e la conseguente insufficienza respiratoria hanno avuto un ruolo centrale.
Le responsabilità individuali sono state accertate in modo diverso dalla magistratura nei vari procedimenti, e sarebbe scorretto sovrapporre vicende tra loro differenti. Esiste però una domanda che attraversa tutti questi casi e che continua a rimanere senza una risposta convincente: quante di queste morti sarebbero state evitabili con protocolli diversi, una formazione più adeguata e una migliore integrazione tra forze dell’ordine e personale sanitario?
Porsi questa domanda non significa schierarsi contro chi indossa una divisa. Al contrario. Significa riconoscere che poliziotti e carabinieri sono chiamati ogni giorno a intervenire in situazioni estremamente complesse, spesso imprevedibili, nelle quali si trovano a gestire persone in piena crisi psichica senza avere sempre gli strumenti migliori per farlo.
Difendere il lavoro delle forze dell’ordine non può voler dire sottrarlo a qualsiasi riflessione critica. Significa, piuttosto, pretendere che gli operatori siano messi nelle condizioni di intervenire senza trasformare un’operazione di contenimento in una tragedia. Perché anche loro hanno diritto a lavorare con procedure efficaci, aggiornate e realmente orientate alla tutela della vita.
Eppure, ogni volta che una vicenda come questa arriva all’attenzione dell’opinione pubblica, il dibattito sembra imboccare sempre la stessa strada. Si cercano immediatamente elementi che possano distinguere quella vittima dalle altre: aveva assunto sostanze, soffriva di disturbi psichiatrici, era agitato, era aggressivo. È un riflesso quasi automatico, come se individuare un’imperfezione nella biografia di una persona fosse sufficiente ad attenuare il peso della sua morte.
È un meccanismo culturale che dovrebbe preoccuparci. Perché il valore della vita non può dipendere dal comportamento tenuto nei minuti precedenti alla morte, né dalle fragilità che una persona si porta addosso. Se così fosse, finiremmo per stabilire che alcune vite meritano di essere protette più di altre.
Ma lo Stato costituzionale nasce esattamente per affermare il contrario.
Nasce per garantire diritti soprattutto a chi è più debole, più fragile e più esposto all’arbitrio. È facile difendere la dignità di una persona lucida, collaborativa e perfettamente in controllo di sé. Molto più difficile è riconoscerla quando qualcuno urla, ha paura, perde il controllo o non è più in grado di comprendere ciò che gli sta accadendo. Eppure è proprio in quel momento che si misura la qualità delle nostre istituzioni e, prima ancora, della nostra umanità.
Le parole pronunciate dal cardinale Matteo Zuppi nelle ore successive alla morte di Abderrahim Fakir sembrano andare proprio in questa direzione. Invitando a «non stancarsi di costruire percorsi di pace e di incontro affinché alla cultura della morte prevalga la forza dell’amore», Zuppi non propone soltanto una riflessione religiosa. Ricorda che ogni comunità democratica è chiamata a scegliere ogni giorno se abituarsi alla violenza o continuare a interrogarsi sulle sue cause, sui suoi errori e su ciò che può fare perché non si ripetano.
Le migliaia di persone che hanno riempito Piazza Maggiore non chiedevano vendetta. Chiedevano che si imparasse qualcosa da una sequenza di morti che continua a ripetersi con inquietante regolarità. Chiedevano che la sofferenza psichica smettesse di essere trattata esclusivamente come un problema di ordine pubblico e venisse finalmente riconosciuta, anzitutto, come una questione sanitaria e umana.
Perché una società davvero civile non si giudica soltanto da come punisce chi sbaglia, ma soprattutto da come protegge chi, anche solo per pochi minuti, perde il controllo di sé e affida inconsapevolmente la propria vita alle istituzioni.
Ed è proprio in quei minuti che lo Stato è chiamato a dare la prova più difficile: dimostrare che la forza della legge non consiste nella capacità di immobilizzare un corpo, ma nella responsabilità di riportarlo vivo a casa.
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