Cento tecniche segrete del giornalista investigativo. Domande, strategie e consigli pratici per arrivare alla verità.

Giornalismo

Cento tecniche segrete del giornalista investigativo per condurre una perfetta intervista

“Cento tecniche segrete del giornalista investigativo.” per curare un’intervista esemplare è il nuovo libro di Alessandro Politi, noto giornalista investigativo italiano.

29 Maggio 2026

“Un vero giornalista investigativo usa come sua arma favorita la deontologia e ha come unica sua meta la verità, vista non come un trofeo da conquistare bensì come un impegno costante quotidiano da rinnovare. La verità mai si estorce e mai si inventa, al contrario si conquista sempre con rispetto, pazienza e coraggio, il coraggio di andare oltre alla mera apparenza dei fatti.“ Questo è il punto di partenza del nuovo libro Cento tecniche segrete del giornalista investigativo. Domande, strategie e consigli pratici per arrivare alla verità. scritto da Alessandro Politi – con prefazione di Gianluigi Nuzzi e postfazione di Alfonso Sabella – in cui sviscera cento tecniche pratiche ed utili (come La prima domanda non innocua, Il perché ripetuto tre volte, Racconto in terza persona e Ruolo invertito) per realizzare una perfetta intervista, azione fondamentale per chi vuole svolgere un’ottima inchiesta giornalistica. Politi nel suo libro inserisce diversi collegamenti a varie discipline di stampo giuridico, psicologico e criminologico, delle quali ha acquisito conoscenza tramite numerosi corsi di laurea e master. Come afferma infatti lo stesso Politi: “Per me la formazione non è mai un punto d’arrivo, ma un percorso continuo. Studiare resta uno dei modi più seri per provare a capire meglio la complessità delle indagini e dei fatti che si raccontano.” Ricordiamo essere anche autore del primo manuale italiano di giornalismo investigativo pubblicato dall’Ordine Nazionale dei Giornalisti e dalla Fondazione Murialdi e direttore dei laboratori universitari dedicati al giornalismo investigativo presso l’Università degli Studi di Milano e l’Università dell’Insubria di Varese.

Politi inserisce in quest’opera un’ampia gamma di metodi e possibilità per poter svolgere la professione di giornalista investigativo o semplicemente per capirne i meccanismi. Non si tratta, quindi, di un mero elenco di “trucchetti”. È il risultato di anni di lavoro come inviato e collaboratore per Le Iene (Italia 1), Oggi, FQ Millennium, IlGiornale.it, Rainews.it ed IlFattoQuotidiano.it. Per Rai 1 dal 2024 è autore e conduttore della rubrica Unomattina Crime e nel 2026 è inviato per 1 Mattina News, Storie Italiane e Storie di Sera.
Questo libro vuole rappresentare un insieme di linee guida per un’attività lavorativa condotta diligentemente che, tramite etica, metodo, rigore, buona fede ed empatia, può davvero fare la differenza in un mondo in cui si fatica a distinguere l’informazione dalla disinformazione, in cui il giornalismo investigativo rimane un servizio pubblico orientato alla tutela dell’interesse collettivo se svolto in maniera coscienziosa.

L’intervista all’autore

Innanzitutto, come ti è nata l’idea di scrivere questo libro?

L’idea di scrivere questo libro è nata dopo anni passati sul campo, tra tribunali, scene del crimine, archivi, errori investigativi, fughe di notizie, pressioni mediatiche e soprattutto tanta disinformazione. Ad un certo punto mi sono reso conto che mancava un manuale vero sul giornalismo investigativo. Non un libro costruito sui “mostri” o sulle sentenze da tifoseria, ma uno strumento pratico che spiegasse davvero come lavora un giornalista investigativo serio. Oggi chiunque apre un profilo social e si improvvisa esperto di cronaca nera, di genetica forense, di diritto o di investigazioni. Io sentivo invece il bisogno di riportare al centro il metodo, la verifica, il dubbio, la responsabilità. Cento tecniche segrete del giornalista investigativo. nasce proprio da questo: dall’idea che la verità non sia un’opinione ma qualcosa che va dimostrato coi fatti.

C’è un’inchiesta a cui sei più legato o che ritieni più significativa per la tua carriera?

Ce ne sono davvero tantissime, perché ogni inchiesta ti lascia qualcosa dentro. Sicuramente una delle vicende che mi ha più colpito è quella di Pompeo Panaro, un caso legato alla criminalità organizzata e alla ’ndrangheta che ancora oggi presenta tantissime zone d’ombra. Una storia dura, complessa, fatta di silenzi, paure e interrogativi rimasti aperti, che mi ha segnato molto dal punto di vista umano e professionale. È una di quelle vicende che ti fanno capire quanto sia difficile raccontare certi ambienti e quanto coraggio serva a chi decide di parlare.
Un’altra inchiesta molto forte è quella sul cosiddetto bomb jammer collegato alle stragi di Falcone e Borsellino. Parliamo di una pista investigativa estremamente delicata che riguarda possibili apparati, tecnologie e anomalie attorno agli attentati mafiosi più devastanti della storia italiana. Anche lì il lavoro giornalistico richiede enorme prudenza, studio degli atti e capacità di distinguere sempre i fatti dalle suggestioni.
Mi ha segnato profondamente anche l’inchiesta sul plasma iperimmune durante il periodo del Covid. Ho vissuto per mesi accanto a medici, pazienti e ricercatori che sostenevano l’efficacia di questa terapia mentre veniva fortemente contestata, osteggiata o trattata con enorme diffidenza. È stata una delle esperienze più dure della mia carriera, perché vedevi persone che cercavano disperatamente una possibilità di cura mentre attorno si combatteva anche una guerra mediatica e scientifica. Col tempo, molti studi e dati hanno dimostrato che il plasma iperimmune, soprattutto se utilizzato tempestivamente e in determinate fasi della malattia, poteva avere un’efficacia importante e avrebbe potuto contribuire a salvare molte vite. Quella vicenda mi ha insegnato quanto sia fondamentale, nel giornalismo investigativo, mantenere sempre apertura mentale, equilibrio e capacità di approfondire senza pregiudizi ideologici.
Poi ci sono casi simbolici come quello di Denis Bergamini, che continuo a seguire con enorme attenzione, e tantissime altre storie che racconto ogni giorno sia per la Rai sia per ilGiornale. Ma probabilmente il caso che più mi ha conquistato, dal punto di vista investigativo e narrativo, è quello di Diabolich: un cold case torinese davvero impressionante, una sorta di Zodiac italiano. Una storia piena di lettere anonime, messaggi inquietanti, simboli, dettagli oscuri e misteri rimasti senza risposta. È uno di quei casi che ti restano dentro perché hai la sensazione che la verità sia ancora nascosta da qualche parte.

Quali sono le persone che ti hanno più spinto a crederci, anche nei momenti più difficili?

Sicuramente la mia famiglia ha avuto un ruolo fondamentale. Sono cresciuto in un ambiente dove il giornalismo era vissuto come una missione e non semplicemente come un lavoro. Mio padre faceva cronaca e fin da piccolo mi ha trasmesso il senso della curiosità, dell’etica e dell’importanza delle fonti. Anche mia madre mi ha insegnato il valore dello studio e della preparazione. Poi nella mia carriera ho incontrato professionisti straordinari che mi hanno aiutato a crescere, consigliandomi, criticandomi quando serviva e spingendomi a migliorare. Credo però che nei momenti più difficili la vera forza venga anche dalla consapevolezza di stare facendo il proprio lavoro in modo corretto. Quando sai di aver lavorato con onestà intellettuale, riesci ad andare avanti anche davanti alle critiche o alle pressioni.

Cosa ti spinge ad andare avanti tutti i giorni facendo questo mestiere?

La voglia di capire e di raccontare. Ogni storia nasconde qualcosa che va oltre la superficie. Fare il giornalista investigativo significa cercare ciò che non si vede immediatamente, mettere insieme dettagli, verificare informazioni, ascoltare persone che spesso nessuno ascolta. Ma soprattutto significa avere la possibilità di dare voce a chi teme di non essere creduto o di essere stato dimenticato. È un mestiere molto faticoso, che spesso invade anche la vita privata, però ha un enorme valore umano. Quando una persona ti dice “Grazie perché avete continuato a parlare di mio figlio.” oppure “Grazie perché avete raccontato questa storia con rispetto.”, capisci che questo lavoro può avere ancora un senso molto profondo.

Quanto le componenti empatia, umiltà e rispetto contano in quest’ambito?

Contano tantissimo. Senza empatia non puoi raccontare il dolore umano. Senza umiltà rischi di sentirti più importante della storia che stai raccontando. E senza rispetto fai soltanto rumore. Oggi spesso si confonde il giornalismo investigativo con l’aggressività o con la spettacolarizzazione. In realtà un buon giornalista investigativo deve sapere ascoltare, deve avere sensibilità, deve capire quando fermarsi e soprattutto deve ricordarsi che dietro ogni caso ci sono persone vere, famiglie vere, vite distrutte. L’empatia non significa perdere lucidità, ma mantenere umanità. Ed è proprio questa la differenza tra informare e sfruttare il dolore.

In quest’epoca di fake news, cosa pensi del fatto che spesso le persone faticano a fidarsi dei giornalisti che leggono o ascoltano? E come pensi che questa problematica possa tentare di essere gestita?

Penso che la sfiducia sia in parte comprensibile. Negli ultimi anni si è creato un enorme caos informativo. Sui social molte persone parlano di cronaca, giustizia o scienza senza avere competenze reali, e spesso lo fanno utilizzando toni sensazionalistici perché il sensazionalismo genera visualizzazioni e quindi guadagni. Questo ha danneggiato profondamente la credibilità dell’informazione. Però credo anche che il giornalismo serio abbia ancora una grande forza: il metodo. Verificare le fonti, distinguere i fatti dalle opinioni, correggere gli errori, rispettare le regole deontologiche. La fiducia si recupera con il tempo, con la trasparenza e con la qualità del lavoro. Per questo nel libro ho voluto spiegare concretamente come lavora un vero giornalista investigativo. Perché oggi più che mai le persone hanno bisogno di capire la differenza tra chi fa informazione e chi invece costruisce solo narrazioni senza basi reali.

Alessandro Politi
Alessandro Politi
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