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Diritti

Il potere nell’ombra: le Fondazioni bancarie tra supplenza dello Stato e democrazia sospesa

Oggi, con un patrimonio che si misura in decine di miliardi di euro, le Fondazioni rappresentano il braccio operativo di un welfare sussidiario che, nei fatti, ha finito per colmare i vuoti lasciati dal progressivo ritirarsi del settore pubblico

28 Maggio 2026

Esiste un’Italia che non vota, che non risponde al Parlamento, ma che decide, spesso in via esclusiva, il destino culturale, sociale e assistenziale di intere città e province: è l’Italia delle Fondazioni di origine bancaria. Nate negli anni Novanta dalla trasformazione delle ex casse di risparmio e degli istituti di credito pubblico, questi soggetti si sono evoluti da semplici azionisti di banca a veri e propri attori sistemici. Oggi, con un patrimonio che si misura in decine di miliardi di euro, le Fondazioni rappresentano il braccio operativo di un welfare sussidiario che, nei fatti, ha finito per colmare i vuoti lasciati dal progressivo ritirarsi del settore pubblico. Ma questa “supplenza” solleva un interrogativo costituzionale di portata enorme: è compatibile con i principi democratici che scelte strategiche sulla coesione sociale e sulla tutela del patrimonio siano delegate a organi di nomina privata, svincolati dal controllo elettivo?

L’origine dell’anomalia: dalla banca alla filantropia di potere

Per comprendere la natura delle Fondazioni occorre guardare alla loro genesi. Quando, con la Legge Amato del 1990, lo Stato decise di privatizzare il credito pubblico, il patrimonio degli istituti fu scisso in due tronconi: l’attività bancaria, conferita a società per azioni, e la proprietà della banca stessa, rimasta in mano a enti senza scopo di lucro. Queste, appunto, le Fondazioni. L’intenzione originaria era garantire che il radicamento territoriale delle banche fosse preservato attraverso una proprietà locale stabile.

Nel corso dei decenni, tuttavia, le Fondazioni si sono progressivamente disimpegnate dalla gestione bancaria, vendendo le quote di controllo per diversificare i propri investimenti. Questo passaggio ha trasformato entità nate per “controllare una banca” in mastodontici fondi d’investimento filantropici. Il loro capitale – derivante storicamente dal risparmio dei cittadini – è diventato una sorta di “tesoro civico” la cui gestione è però affidata a consigli di amministrazione cooptati, formati da espressioni di enti locali, diocesi, università e corpi intermedi. Un sistema che, di fatto, ha creato una zona d’ombra dove il confine tra interesse pubblico e gestione privata si è fatto invisibile.

La supplenza come alibi: il welfare in mano ai privati

Il dibattito sulla legittimità di questo potere non è meramente accademico. La presenza capillare delle Fondazioni sul territorio è diventata, in molte aree del Paese, la condizione necessaria per la sopravvivenza di interi settori. Dalle stagioni liriche dei teatri alle borse di studio universitarie, dai restauri di monumenti al sostegno alle mense per i poveri: senza l’erogazione a fondo perduto delle Fondazioni, il tessuto civile di molte città si sgretolerebbe.

Questa funzione di “supplenza” viene spesso celebrata come l’essenza stessa del principio di sussidiarietà orizzontale. Eppure, a un’analisi più attenta, essa rivela una patologia del sistema democratico. Quando lo Stato abdica ai suoi doveri fondamentali, ossia finanziare la cultura, garantire il welfare e promuovere la ricerca, e delega tali funzioni a enti privati, il cittadino cessa di essere titolare di un diritto e diventa destinatario di una concessione benevola. Il merito di un progetto non viene più valutato in base all’interesse generale definito da una linea politica elettorale, ma in base alla vicinanza o alla coerenza con gli indirizzi strategici di un consiglio di amministrazione ristretto e autoreferenziale.

Si crea così una sorta di “feudalesimo filantropico”: la Fondazione diventa il centro di potere attorno al quale ruotano le ambizioni della classe dirigente locale. I presidenti di queste istituzioni, pur non essendo eletti, esercitano un peso superiore a quello di molti sindaci o consiglieri regionali, influenzando le nomine, determinando le priorità urbanistiche e culturali, e condizionando gli equilibri di potere nel territorio.

La governance dei pochi e la crisi della rappresentanza

La governance delle Fondazioni è l’aspetto più controverso di questa struttura. Gli organi di indirizzo sono quasi sempre frutto di un meccanismo di designazione che coinvolge gli attori forti della società civile locale, ma senza alcun filtro di legittimazione democratica diretta. Questo modello garantisce certamente una continuità gestionale che la politica elettiva, per sua natura effimera e soggetta alle scadenze elettorali, non può assicurare. Ma proprio questa stabilità diventa il punto di rottura rispetto alla democrazia.

Le Fondazioni non rispondono agli elettori, non presentano programmi soggetti al vaglio delle urne e non sono responsabili davanti ai cittadini per le proprie scelte. Nel caso in cui una Fondazione decida di tagliare il sostegno a un’istituzione culturale strategica o di deviare i fondi verso un settore non prioritario per il territorio, non esiste alcuno strumento di revoca o di pressione popolare efficace. Il “controllore” è, in ultima istanza, l’Autorità di Vigilanza del Ministero dell’Economia, che però si limita a verifiche di carattere puramente tecnico-finanziario sulla tenuta del patrimonio, ignorando quasi del tutto l’impatto politico-sociale delle scelte erogative.

Il rischio di una paralisi strategica: quando la rendita prevale sull’investimento

Un ulteriore elemento di criticità riguarda la natura puramente finanziaria delle entrate delle Fondazioni. Poiché le loro erogazioni dipendono dai dividendi derivanti dai portafogli di investimento, le Fondazioni sono costrette a inseguire logiche di rendimento che spesso collidono con la missione di utilità sociale.

Non è raro osservare Fondazioni che, in momenti di crisi dei mercati, riducono drasticamente i contributi destinati al sociale proprio quando la domanda di aiuto da parte dei cittadini aumenta. Questo legame di dipendenza tra l’andamento dei mercati finanziari globali e la tenuta del welfare locale crea un’instabilità strutturale. In sostanza, il welfare territoriale diventa ostaggio della volatilità di Piazza Affari o delle dinamiche dei fondi speculativi. Questo ribaltamento di priorità pone una questione di fondo: le Fondazioni sono nate per valorizzare il territorio o per massimizzare la rendita finanziaria da distribuire in briciole filantropiche? La risposta, purtroppo, è spesso un ibrido che nega l’efficacia di entrambe le missioni.

Serve un nuovo patto democratico

È necessario, a questo punto, una riflessione coraggiosa sul ruolo delle Fondazioni di origine bancaria. Non si tratta di metterne in discussione l’esistenza o l’utilità, perché sarebbe sciocco ignorare l’enorme massa di risorse che immettono nel sistema, ma di interrogarsi sulla loro natura giuridica e politica.

Una democrazia matura non può permettersi di mantenere all’interno del proprio perimetro istituzionale dei “corpi separati” che gestiscono risorse di origine collettiva secondo logiche di cooptazione. Forse il futuro della filantropia istituzionale dovrebbe tendere verso una maggiore trasparenza e una forma di accountability verso le comunità di riferimento. Perché le Fondazioni smettano di essere luoghi di esercizio di un potere senza volto e tornino a essere strumenti al servizio del bene comune, è essenziale che le loro scelte siano integrate in una cornice di programmazione pubblica condivisa, dove la partecipazione e il controllo democratico non siano considerati un intralcio alla gestione, ma la condizione imprescindibile per la loro stessa esistenza.

Senza un’inversione di marcia, il rischio è quello di una progressiva “privatizzazione della democrazia”, in cui le decisioni che riguardano la vita delle persone vengono sottratte al dibattito pubblico e delegate alla discrezionalità di pochi, in un gioco di potere giocato al riparo da ogni scrutinio elettorale. Il Paese ha bisogno di risorse, certo, ma ha ancor più bisogno di sovranità sulle proprie scelte strategiche. E il primo passo per recuperare questa sovranità passa inevitabilmente per il ripensamento di quel potere silenzioso che, dalle sedi di prestigio delle fondazioni, continua a muovere i fili del nostro futuro.

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