Italia
Dalla prosa alla sposa: la Feltrinelli di Salerno fa spazio al wedding
L’indicatore delle nostre priorità suggerirebbe, a quanto pare, meno libri e più strascico.
Si dice sempre che in Italia si legga poco, ma a quanto pare si spende tantissimo per un vestito che dura il tempo cerimoniale di una giornata. Un ottimo indicatore delle nostre priorità culturali: meno saggistica, più strascico. La notizia è questa: la storica libreria “La Feltrinelli” di Corso Vittorio Emanuele, a Salerno, ha ceduto il suo primo piano a un atelier di abiti da sposa. Dalla carta, che ingiallisce, al tulle che si impiglia direttamente nelle sedie del ristorante durante il pranzo nuziale. Almeno una libreria ridotta costringerà i lettori alla sintesi, mentre il volume della gonna della sposa richiederà stanze intere. I piani alti della cultura, dunque, cedono il passo alle altezze vertiginose dei tacchi per la navata. La Feltrinelli di Salerno, nella battaglia per la cultura, cede terreno. Eh, sì, dove prima si cercava di assecondare una curiosità e un gusto letterario per indirizzarsi sul classico da leggere, ora si rischia una crisi di nervi per la scelta del bianco avorio o del bianco seta. Lungo il corso più simbolico della bella città tirrenica si è stabilita una proporzione inversa, al ritmo della marcia nuziale, che allontana le note ardite delle metafore ricercate o di maniera: la lingua scritta si accorcia, la coda dell’abito da sposa si allunga. Pare piuttosto evidente che l’ansia da prestazione per il giorno del sì non conosca crisi, al contrario del mercato del libro, su cui i tromboni di ogni sorta intonano a turno le loro litanie, senza offrire soluzioni adeguate e osservazioni pertinenti.
A ogni modo, se prima i salernitani salivano le scale della celebre libreria per cercare risposte esistenziali tra i libri, ora lo faranno per capire se l’abito a sirena valorizza i fianchi. Vi sarebbe da da aggiungere che un libro, se non ti piace, puoi chiuderlo; l’abito da cinquemila euro te lo devi far piacere per forza nelle foto dei prossimi cinquant’anni. Lassù, su quel piano dove un tempo si meditava sulle grandi narrazioni e sulle utopie filosofiche, oggi si progetta l’evasione più romantica (spesso la più inutile) e costosa di tutte. D’altronde pare chiaro che quanto più i nostri consumi culturali tendano alla sintesi, alla brevità e alla dematerializzazione digitale, più i riti del consumo materiale si facciano iperbolici, volumetrici, ingombranti. Quella di Salerno è solo l’ultima, emblematica evoluzione (si fa per dire) di questa metamorfosi. Ve ne sono state e ve ne saranno altre, in luoghi diversi e con diverse modalità, dove a rosicare spazio culturale sarà il food o il fashion, oppure semplicemente un barber shop o un nail salon. E restando, per mero spasso e gioco, imbrigliato in questa serie fastidiosa di anglicismi, si può tranquillamente affermare che, almeno a Salerno, si è passati con disinvoltura dal bookstore al bridal boutique.
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