un alpeggio su un piccolo altopiano nel nord della lombardia

Italia

La vera frattura italiana è emotiva

La vera frattura, non solo italiana, oggi non è solo territoriale. È anche emotiva. La geografia è soltanto il luogo in cui questa frattura diventa visibile. Riflessioni a partire dal reportage di Jacopo Tondelli

3 Agosto 2026

Caro Jacopo,
Ho letto con interesse il racconto da quel piccolo altopiano lombardo. Colpisce proprio perché la distanza che descrivi non si misura nei chilometri, ma negli immaginari collettivi: un’ora e mezza di macchina, eppure due mondi che, come scrivi, non si parlano e – spesso – non si capiscono. Il bar dove la proprietaria conta i giorni alla pensione come una liberazione dal proprio stesso locale. Il pastore che ama un mestiere che nessuno vuole più fare. Il parroco che tiene aperto l’oratorio solo a metà giornata perché i bambini, ormai, sono pochi. E poi quel dettaglio che più di ogni altro racconta il nodo del nostro tempo: l’altopiano che d’estate offrirebbe frescura preziosa a una pianura che soffoca, e che resta con gli alberghi chiusi nei giorni feriali, le seconde case vuote per rendita, mentre al bar si sogna ad alta voce una seggiovia che colleghi due piste da sci ormai prive di neve certa.

È un’istantanea perfetta. Ma credo che il punto decisivo sia ancora più profondo di quanto la fotografia stessa riesca a mostrare. La vera frattura, non solo italiana, oggi non è (solo) territoriale. È (anche) emotiva. La geografia – il tuo altopiano, la pianura che sale col suo caldo, Milano che resta sullo sfondo come un altro pianeta – è soltanto il luogo in cui questa frattura diventa visibile.

Da anni la ricerca economica e politologica lo documenta con crescente precisione. Andrés Rodríguez-Pose ha mostrato che il malessere dei “luoghi che non contano” non nasce soltanto dalla perdita di occupazione o di reddito, ma da un sentimento più profondo di esclusione dalla mappa del progresso: la sensazione che investimenti, opportunità, giovani, idee (e perfino l’attenzione pubblica) si concentrino altrove. Il problema non è semplicemente la disuguaglianza. È la percezione dell’esclusione. E quando una comunità smette di sentirsi protagonista del futuro, la fiducia lascia spazio alla nostalgia, l’apertura diventa diffidenza, l’innovazione viene percepita come minaccia anziché come opportunità.

Il tuo altopiano lo mostra senza bisogno di dirlo esplicitamente. Il giornale sul tavolo del bar, i muri che iniziano a parlare di remigrazione, un consenso elettorale abbondantemente sbilanciato in una valle dove – lo racconti tu stesso, con onestà statistica – gli stranieri sono una frazione minima rispetto alla quota milanese e non hanno mai prodotto una cronaca degna di nota. La paura, lì, non nasce dall’esperienza. Nasce da un immaginario, una percezione, una deep story come direbbe Arlie Russel Hochschild. E si aggancia a un territorio che si sente ai margini.

C’è un episodio, che ovviamente non è nel tuo racconto ma che potrebbe benissimo starci, che illustra lo stesso meccanismo applicato alla tecnologia invece che alla migrazione. Nel maggio 2020 il comune di Gressan, in Valle d’Aosta, sospese in via precauzionale l’installazione delle antenne 5G. La decisione aprì la strada a provvedimenti simili in decine di municipi, spesso accompagnati da teorie complottiste importate da reti internazionali. Le agenzie sanitarie internazionali non hanno mai trovato prove di rischi entro i limiti vigenti: ma nei territori già segnati da spopolamento e distanza dalle decisioni politiche, anche una questione tecnica come le antenne diventa il simbolo di una modernità calata dall’alto, imposta da poteri lontani che non ascoltano. Il paradosso è che proprio quella tecnologia avrebbe potuto rappresentare una leva concreta di sviluppo per le aree interne e montane. Dall’agricoltura di precisione alla manifattura avanzata.

Non è un episodio isolato e va inquadrato in una dinamica sociale, politica ed economica più ampia. Uno studio condotto su oltre mille regioni europee mostra che il voto per i partiti populisti, in particolare di estrema destra, si associa a una produzione scientifica e a una capacità innovativa significativamente più basse, con l’effetto più marcato proprio nelle tecnologie verdi. È una spirale che si autoalimenta: la sfiducia nella scienza indebolisce l’innovazione locale, l’assenza di innovazione approfondisce il declino, il declino nutre ulteriore sfiducia. Lo stesso meccanismo vale, credo, per la scienza del clima: un territorio che si sente escluso dal futuro fatica a fidarsi anche della scienza che, in teoria, potrebbe restituirgli un ruolo.

E qui va fatta una precisazione, perché è facile scivolare nella narrazione opposta e altrettanto ingannevole. Non credo che la montagna vada raccontata come “rifugio climatico”, sarebbe l’ennesima etichetta consolatoria, riservata a pochi, che rischia di ridurre le Terre Alte a un parco giochi per chi fugge dal caldo di pianura, senza toccare il nodo vero: la loro vocazione produttiva. Il tuo altopiano lo dimostra bene: la frescura da sola non basta a tenere aperto un albergo un giorno in più a settimana, se manca tutto il resto:  infrastrutture, connessione, capitale umano, un’economia che non dipenda solo dalla rendita delle seconde case o dalla nostalgia di una neve che non tornerà.

La questione centrale, allora, non riguarda Milano. Riguarda il futuro.
Per anni abbiamo interpretato il divario territoriale come un problema di infrastrutture, incentivi, servizi. Tutti elementi indispensabili, ma insufficienti. Perché una comunità può avere anche una strada migliore o una connessione più veloce: se continua a pensare che il domani appartenga ad altri, resterà comunque marginale. È una questione di immaginario collettivo. Il progresso non produce soltanto ricchezza: produce appartenenza. Riconoscimento. E quando questa percezione si interrompe, la frattura diventa prima psicologica, poi politica. E, sempre più spesso, anche scientifica: si smette di credere non solo nel proprio futuro, ma nella conoscenza che potrebbe aiutare a costruirlo.

Per questo serve cambiare paradigma. Le aree interne, la montagna, le province non hanno bisogno di essere raccontate come luoghi autentici contrapposti alla metropoli. Narrazione che, per quanto affettuosa, rischia di trasformarle in musei della nostalgia, non troppo diversi, in fondo, dalla seggiovia sognata al bar del tuo altopiano. Hanno bisogno di essere riconosciute come luoghi della modernità: università, ricerca, innovazione, imprese capaci di competere, energie rinnovabili, infrastrutture digitali, nuovi modelli di welfare territoriale. Luoghi che offrano ai giovani una ragione per restare. E ad altri una ragione per arrivare.

In fondo, la sfida italiana non consiste nel ridurre la distanza tra Milano e il resto del Paese. Consiste nel fare in modo che ogni territorio possa tornare a immaginarsi dentro il futuro. Perché le persone accettano i cambiamenti – climatici, tecnologici, demografici – quando credono che quei cambiamenti riguardino anche loro. Se invece maturano la convinzione di esserne escluse, il progresso smette di essere una promessa e diventa il privilegio di qualcun altro.

Ed è proprio in quel momento che nasce la vera periferia. Non quella geografica. Quella emotiva.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.