Partiti e politici
Un 25 aprile senza vergogna: cos’altro deve succedere per ammettere di avere un problema?
Verrebbe quasi da ridere, se non ci fosse da piangere. Di fronte ad alcune scene delle manifestazioni per la Festa della Liberazione di ieri, si è assistito a paradossi che avrebbero confuso chiunque abbia un minimo di conoscenza storica del passato e del presente.
Sì, perché da qualche anno, più precisamente da quando la destra è salita al governo, la parola d’ordine dei cortei del 25 aprile è tornata ad essere “resistenza”, termine con cui si identifica la ribellione di tutti gli italiani che, giustamente, si opposero al fascismo. Ecco, sarebbe già comico paragonare Giorgia Meloni a Benito Mussolini e sostenere che oggi in Italia ci sia un regime, ma non è questo il punto. Fortunatamente, il fascismo è morto e sepolto da 81 anni.
Tuttavia, la “resistenza” no. È più viva che mai. A circa 1600 chilometri da Roma c’è un popolo, quello ucraino, che da oltre quattro anni resiste eroicamente a chi vorrebbe privarli della propria identità. Centinaia di migliaia di morti, tra cui tantissimi giovani, pur di custodire la loro terra e, soprattutto, la loro libertà. Ed ecco il primo paradosso delle manifestazioni di ieri: ai cortei “antifascisti” e “per la resistenza” non è ammessa la bandiera ucraina: non solo viene strappata dalle mani, ma viene anche aggredito chi la porta. La scena più triste si consuma a Bologna: Tino Ferrari, ex professore universitario e oggi pensionato, viene allontanato dai servizi d’ordine del corteo organizzato da Potere al Popolo. “Non scattare foto e togli le bandiere” gli viene detto. La sua colpa è quella di sventolare tre bandiere: quella dell’Italia, quella dell’Ucraina, e quella dell’Europa. Un cittadino di 81 anni (tra l’altro da sempre di sinistra e iscritto al partito Italia Viva) a cui viene negata la libertà di scattare foto e partecipare a un evento. Un episodio che avremmo fatto fatica a digerire anche se fosse accaduto in Paesi come Iran o Corea del Nord.
Ma quando si pensa di aver toccato il fondo, ecco che c’è chi riesce a stupire. A Milano, tra una bandiera della Palestina e l’altra, viene cacciata la Brigata Ebraica dal corteo al grido di “siete solo saponette mancate”, in riferimento agli orrori di alcune pratiche dei campi di concentramento. Ed ecco, anche qui, un grande paradosso. Perché il vero dramma del fascismo furono proprio quelle infami leggi razziali che discriminavano gli ebrei e li destinavano ai campi di sterminio. Nessuno più della Brigata Ebraica ha il diritto di festeggiare il 25 aprile. Non i centri sociali, non i comunisti di “Cambiare Rotta” o “Potere al Popolo”.
Anche i giovani di Forza Italia che erano scesi in piazza per celebrare la libertà, valore simbolo del partito, vengono allontanati dai manifestanti: “fuori i fascisti dal corteo”. E pure qui, beata ignoranza. Silvio Berlusconi, nell’illuminante ed emozionante discorso del 25 aprile del 2009, parlò di “sacrificio partigiano” e “parte giusta e parte sbagliata”.
Quindi, riassumendo il 25 aprile antifascista: è vietato manifestare per la resistenza di oggi, quella ucraina. Gli ebrei non sono ammessi nonostante soffrirono più di tutti il regime. Dulcis in fundo, chi la pensa diversamente non ha diritto di parola. La verità è che se i veri partigiani avessero assistito a tale scempio, avrebbero preso questa parte marcia di manifestanti a calci nel sedere a uno a uno.
Ci si aspettava quanto meno una condanna da parte di esponenti politici da sempre vicini a certi ambienti, ma nulla. Anzi, sui social, alcuni riferimenti culturali e influencer di sinistra giustificano i manifestanti definendo le bandiere ucraine e la stella di David delle “provocazioni”. Non c’è da stupirsi: successe la stessa cosa quando un ragazzo di 31 anni di nome Charlie Kirk venne ucciso da un proiettile. Anche lì si giustificò. Anche lì c’era un “però…”.
Sia chiaro: così come quando mille persone fanno il saluto romano ad Acca Larentia non è colpa di Meloni e Salvini, allo stesso modo, Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni non hanno nulla a che fare con gli episodi di ieri. Ma una cosa è certa: a sinistra c’è una parte marcia che mette a rischio l’incolumità delle persone. Non si tratta più di un caso isolato. Negli ultimi mesi: forze dell’ordine aggredite e mandate all’ospedale, vetrine e stazioni distrutte, divieto di manifestare a chiunque non la pensi come loro. Il compito di un politico di valore è anche quello di educare il proprio elettorato mettendo da parte calcoli politici. Vale a destra e vale a sinistra. In Italia si sta tornando a respirare un clima di odio e violenza che pensavamo di esserci lasciati alle spalle decenni fa. È forse giunto il momento che chiunque si renda conta che è il caso di abbassare i toni. Vale per i politici, per i cittadini, ma soprattutto per quegli pseudo-giornalisti influencer da social che ogni giorno vengono invitati a seminare odio in prima serata su determinati canali, facendo leva sulla pancia di coloro che poi si rendono protagonisti di episodi come quelli di ieri. Abbiamo un problema di odio e intolleranza proveniente da parte marcia di società, e va affrontato ora, prima che sia troppo tardi: il rischio è quello di arrivare a una tragedia.
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