Governo
Dalla parte giusta
La Russa vuole commemorare i repubblichini, Vannacci diserta il 25 aprile. Il revisionismo della destra di governo ha una cifra precisa: le virgolette sui liberatori.
Al Salone del Mobile di Milano, Ignazio La Russa ha dichiarato che da ministro della Difesa portava una corona ai partigiani, poi si recava al Campo 10 del cimitero di Milano dove sono sepolti caduti della Repubblica Sociale, per quella che ha chiamato “pacificazione doverosa”. E lo rifarei, ha aggiunto. Roberto Vannacci, inaugurando la sede del suo partito a Napoli, ha detto che il 25 aprile lui festeggia San Marco, e che scenderà in piazza per la Liberazione solo quando diventerà una festa capace di unire tutti gli italiani. Si attende con interesse.
C’è un filo che lega le due dichiarazioni, oltre all’ovvia appartenenza politica. Entrambe presuppongono che il 25 aprile abbia un difetto di fabbrica: sarebbe una celebrazione di parte, esclusiva, che lascia fuori qualcuno. La correzione ambita, implicita, è sempre la stessa. Per stare dentro, bisogna allargare il perimetro. Far entrare i repubblichini. Trovare in loro qualcosa degno di memoria pubblica, qualcosa che li equipari, se non moralmente, almeno formalmente, ai partigiani.
L’operazione ha un nome preciso nella storiografia: revisionismo compensatorio. Ha una logica interna piuttosto semplice: siccome i vincitori hanno scritto la storia, qualcuno deve prendere le difese dei vinti. Suona ragionevole, in astratto. Il problema è che qui non si tratta di correggere un’ingiustizia storiografica: si tratta di mettere sullo stesso piano chi ha lottato per la libertà e chi difendeva un regime che quella libertà aveva cancellato, consegnando le risorse del paese a una guerra sciagurata e le vite degli ebrei italiani alla Gestapo.
Le virgolette sui liberatori meritano attenzione, perché sono la cifra più onesta di questo revisionismo. Chi le usa sa bene che la parola, senza virgolette, porta con sé un giudizio: che qualcosa da cui liberarsi ci fosse. Le virgolette sono allora un espediente retorico per tenere aperta una domanda che la storia ha già chiuso. L’Italia del 1945 era sotto occupazione nazista, governata da un regime collaborazionista che aveva già consegnato i propri cittadini ai campi di sterminio. I liberatori erano tali in senso preciso e verificabile. Le virgolette le mette chi preferirebbe che non lo fossero.
La Repubblica Sociale ha operato sul territorio nazionale come forza di occupazione al servizio di un potere straniero già militarmente sconfitto. I suoi militari erano in larga parte ragazzi cresciuti dentro un sistema scolastico che aveva sostituito la storia con il mito, la geografia con l’impero, la cittadinanza con l’obbedienza. Vittime del regime, in un senso reale. Ma questo non trasforma la causa per cui hanno combattuto in una causa degna di commemorazione pubblica accanto a chi si batteva per rovesciarla. La pietà per i singoli e il giudizio sulla scelta collettiva sono due cose che possono coesistere senza che nessuna cancelli l’altra. Equiparare i due fronti nella forma di una commemorazione pubblica significa svuotare il 25 aprile del suo contenuto specifico.
Qui si innesta il secondo pezzo della retorica cui tengono tanto i posizionatori di virgolette: l’argomento dei bombardamenti e delle marocchinate. Temi che servono a costruire un’equivalenza morale tra oppressori e “liberatori”: anche loro hanno fatto cose orribili, dunque celebrare la liberazione significa osannare l’etica angloamericana o coloniale. L’argomento regge in apparenza, e solo in apparenza.
Sui bombardamenti la questione è semplice, anche se sembra passare inosservata: nel giugno del 1940 l’Italia ha dichiarato guerra a Francia e Gran Bretagna. Chi si aspettava che dall’altra parte arrivassero i fiori può essere deluso, ma difficilmente sorpreso. Le bombe sulle città italiane sono figlie di quella dichiarazione, firmata da Mussolini con un paese impreparato e un esercito già logorato dall’Etiopia e dalla Spagna. Addebitarle agli alleati come colpa morale equivalente a quella del nazifascismo è storicamente disonesto, oltre che, in un certo senso, ingeneroso verso chi quelle bombe le ha subite davvero.
Quanto alle marocchinate, il fenomeno è documentato e le responsabilità del comando francese sono accertate. Nella notte successiva alla caduta di Montecassino, il 18 maggio 1944, migliaia di goumiers marocchini e truppe coloniali del Corpo di spedizione francese si riversarono sui villaggi del Basso Lazio. Le violenze si estesero per settimane, fino in Toscana. Il tentativo di trasformare questo orrore in argomento contro la Liberazione rivela una confusione deliberata tra piani distinti. Le violenze commesse dai reparti coloniali francesi durante la campagna militare interrogano la Francia e la sua gestione delle truppe coloniali, questione seria, che merita rigore e trattazione separata. Il 25 aprile celebra la Resistenza italiana e la fine della dittatura. I goumiers non c’entrano con il senso di quella data.
Celebrare i liberatori — con o senza virgolette, a seconda di chi scrive — significa constatare un fatto storico: il nazifascismo italiano ha dichiarato guerra a potenze incomparabilmente più forti, e la conseguenza fortunata di quella scelta è stata che siamo stati trascinati, obtorto collo, dalla parte giusta della storia. Nessuno sta esaltando la morale degli alleati. Si sta registrando che senza quella sconfitta militare non avremmo avuto la Costituzione, la Repubblica, le libertà civili di cui oggi fruiscono anche La Russa e Vannacci. Le virgolette lasciano quel fatto esattamente dov’è.
E poi c’è la Resistenza: fu un popolo che scelse, spontaneamente, in condizioni di pericolo reale, di combattere la dittatura. Donne e uomini che decisero da che parte stare quando stare dalla parte sbagliata era più comodo e più sicuro. Mettere questo accanto ai repubblichini in nome di una “pacificazione” è un insulto a chi ha pagato di persona quella scelta.
Giorgia Meloni guida un governo che include chi le virgolette sui liberatori le mette per davvero, chi vorrebbe un 25 aprile senza contenuto, una festa generica dei caduti dove tutto si equivale e niente si giudica. Spetta a lei, in quanto presidente del Consiglio della Repubblica nata dalla Resistenza, fare in modo che il 25 aprile torni a essere quello che è sempre stato: la festa di tutta la nazione, nella consapevolezza condivisa di quale parte fosse quella giusta. Senza virgolette.
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