Partiti e politici

Berlinguer, ha vinto o è stato sconfitto?

La figura di Enrico Berlinguer nell’analisi del filosofo politico Biagio De Giovanni morto ieri 22 aprile 2026

23 Aprile 2026

Apprendo dai giornali la notizia della morte di Biagio De Giovanni, filosofo e politico italiano. (Napoli, 21 dicembre 1931 – Napoli, 22 aprile 2026). Qualche tempo fa ho ripreso dai miei appunti un’analisi dell’azione politica di Berlinguer, messa da parte per tempi di riflessione che sono ora giunti.  Era un’analisi a cura di Biagio De Giovanni, un intellettuale organico si sarebbe detto una volta, sicuramente un intellettuale non ostile, e che pure, qui, si spoglia dell’animo del supporter e tenta un’analisi spassionata, disinteressata, für ewig, avrebbe detto Gramsci (che citava Goethe), seppur nelle modalità tortuose che sapevano ancora della rigida prosa di “Rinascita”. Vi fui abbonato a questo  settimanale dal Partito quando ero il segretario della FGCI della borgata di Fossa Creta di cui ero l’unico iscritto. Ricordo che quando non ce la facevo a leggervi le articolesse che zeppavano quel periodico del Pci “respiravo” con gli articoli di Oriana Fallaci su “L’Europeo”.

Si tratta di un lungo articolo apparso sull’Unità del 20 ottobre 2015 dal titolo “Berlinguer, ha vinto o è stato sconfitto?” che all’epoca non passò inosservato. Non mi aspettavo da De Giovanni una risposta netta (negativa e tranchant come quella del Dimenticare Berlinguer di Miriam Mafai) ma pur nelle sfumature del giudizio e con l’onore reso all’uomo politico, gli approdi del giudizio sono analoghi: non certo una strategia di successo, forse  un mezzo fallimento.

Tento un’analisi del lungo testo di De Giovanni per punti sintomatici facendomi largo in una prosa sfumata ed ellittica e includendo i miei commenti a latere perlopiù sotto parentesi quadra.

1. Il tratto personale. Uomo politico mite, dal fisico minuto, catturò la simpatia di molti anche non comunisti. Il sembiante da “asceta politico” e la tragica passione dell’ultimo comizio a Padova rendono la sua figura memorabile. [Le analogie vistose con la morte-martirio di Pasolini accomunano i due nell’immaginario collettivo che non è mai analitico ma mitico appunto nel cielo dei santi laici intoccabili: più da ammirare acriticamente che sottoporre ad analisi spassionata].

Nessuno si stupì quando Benigni lo prese in braccio. Il mito di “Berlinguer ti voglio bene”, insomma. La vicinanza agli umili, che fossero i minatori del Sulcis o gli operai di Mirafiori fu un dato fermo, ma un altro dato resta fisso: Berlinguer fu un comunista fino all’ultimo: la linea di faglia della storia a cui fare riferimento per lui resta il ’17, la rivoluzione russa. [Da ciò Berlinguer non deflettè. Il nome “comunista/comunismo” designava la cosa in sé, non era solo un rivestimento nominalistico. Nessuno poteva in quegli anni intentare il cambio del nome pena la perdita della cosa — o il sogno di una cosa — cui erano stati ammaestrati generazioni di attivisti, militanti, elettori. Quando lo si fece sotto la caduta dei calcinacci del muro di Berlino era forse troppo tardi. La chiusura dell’esperienza apertasi col ’21 di Livorno avvenuta esattamente settant’anni dopo, nel 1991, fu affrettata e anfanante. Se n’è parlato in questi giorni in occasione dei 90 anni di Occhetto Non fu preceduta da un dibattito pubblico né da discussioni dei vertici, fatto che sorprende in un partito aduso a riunioni assembleari e a logomachie lunghissime ed estenuanti. Ma ciò chiederebbe un discorso a parte].

2. Il socialismo reale. Certo, Berlinguer espresse le sue riserve e insoddisfazioni nei confronti dei Paesi del socialismo reale, aprì alla Nato, affermò il valore universale della democrazia, ma riteneva che il capitalismo fosse «giunto ai suoi confini». Ciò a dispetto della capacità vitalistica di quel sistema di rinnovarsi sorprendentemente trovandosi infatti «alla vigilia della più grande rivoluzione capitalistica di tutti i tempi», ossia gli anni di Reagan e Tatchcer. E qui De Giovanni acumina lo stiletto: «Una lettura del capitalismo, quella berlingueriana, rinchiusa negli schemi più classici della tradizione comunista e che potrebbe sembrare singolarmente disattenta ad aspetti fondamentali dello stesso pensiero gramsciano, cui fu certo assai più sensibile Togliatti». [Insomma rigidità dottrinale, assenza di acume storico e di esprit de finesse].

3. Compromesso storico. Fu la penultima strategia (l’ultima ebbe il nome di “Alternativa democratica”) di Berlinguer. De Giovanni vi scorge mancanza di prospettiva strategica. Berlinguer vede in alcune componenti del mondo cattolico istanze anticapitalistiche e antimperialiste, e nella presupposizione di egemonizzare queste istanze nonché nella convinzione che il futuro fosse nella parte comunista, lanciò la nuova strategia nella convinzione di perseguire la vittoria finale, vista la conventio ad excludendum verso il Pci. [De Giovanni a differenza di Donald Sassoon in Cento anni di socialismo — altra severa analisi del compromesso storico —, ignora che tale proposta politica. comprendeva anche i socialisti. Sassoon sottolineerà che ciò fu uno degli errori capitali tattici di Berlinguer che alla fine la condannarono al fallimento. L’altro e più grave errore tattico dei comunisti consistette nel fatto che non vi fu mai alcun serio dibattito su cosa l’eventuale alleanza tra Dc e Pci avrebbe dovuto produrre. Tale errore tattico «consistette nel dare per scontata l’adesione del partito socialista […] I comunisti ritenevano in qualche misura che il Psi non avesse altra scelta che appoggiare il loro grande piano strategico. Sebbene sempre negandolo, alla fin fine i comunisti finirono spesso col comportarsi come se esprimessero l’intera sinistra.» Insomma Berlinguer fece i conti senza l’oste, il Psi del coriaceo Bettino Craxi, e in un certo senso, non aprendo un dialogo franco e diretto con tale partito (che in fondo disprezzava come Gramsci disprezzava Turati o Matteotti quest’ultimo da egli definito «pellegrino del nulla»), anzi includendolo nella propria strategia ma senza una negoziaziazione quando non snobbandolo apertamente, lo indusse a comportamenti esasperati che forse erano dentro il suo codice o forse no, comunque a comportamenti di puro opportunismo politico di sopravvivenza nella strategia del day by day e per quel che riguarda i suoi leader a comportamenti sibaritici, tipo “l’Appia dei popoli” ]

4 Austerità. «L’austerità […] fu schiettamente anticapitalistica, contro l’irrompere della società dei consumi e degli individualismi connessi». Qui, ma De Giovanni non lo dice, Berlinguer ereditava l’ostilità dei comunisti che lo precedettero verso i consumi individuali ritenuti oggettivamente edonistici, corruttivi delle coscienze e fiaccanti lo spirito di lotta. [Pasolini ne fece una critica analoga ma in nome di un lirico mito regressivo personale, della nostalgica civiltà contadina distrutta dall’industrialismo]. Celebri le avversioni in tal senso verso l’Autostrada del Sole con i suoi autogrill-cornucopia e la TV a colori. De Giovanni si limita a constatare che «nell’opposizione tra un tipo di società, secolarizzata e consumista, e l’immagine di una società regolata» l’approdo non potesse che essere quello delle afflittive società socialiste dell’Europa orientale. [In fondo è l’approdo di Pasolini stesso quando loda l’uniformità dell’abbigliamento nell’URSS dell’epoca. Cfr Scritti corsari. Art. 11 luglio 1974 dove scriveva: «Ciò che più impressiona camminando per una città dell’Unione Sovietica è l’uniformità della folla: non si nota mai alcuna differenza sostanziale tra i passanti, nel modo di vestire, nel modo di camminare, nel modo di essere seri, nel modo di sorridere, nel modo di gestire, insomma, nel modo di comportarsi.»]

5 – Questione morale. In questo punto De Giovanni piazza un affondo audace. Nel dipingere tutti gli avversari politici come bande di trafficanti corrotti, tutti tranne il Pci, Berlinguer «contribuì sia a interrompere il dialogo politico, sia a preparare le condizioni […] di sconvolgimenti radicali che, azzerando il sistema italiano, avrebbero spalancato le porte di un’altra storia, e quasi a una società senza partiti». Grave accusa che però coglie nel segno. [A mio avviso non fu solo Berlinguer, ricordo la critica pre-grillina con punte di uomoqualunque di Marco Pannella alla cosiddetta “partitocrazia” o “La casta” come sarebbe stata battezzata in seguito la classe politica nel best seller di Stella&Rizzo. Il risultato è stato lo scenario che seguì: i partiti patrimoniali alla Berlusconi e quelli carismatici tipo quello del comico-leader o dei leader designati da beauty contest come quello dell’avvocato del popolo successivo. ]

6. Ultimo punto. L’ossessione di Berlinguer per la questione cattolica. Una «continuità che impedì all’insieme di quel partito di immettere nella propria storia gli elementi più fecondi di un liberalismo laico». [Giusta critica, a mio avviso, che mette buona parte della sinistra specie quella estrema e pacifista tuttora sotto il manto protettivo dei papi, specie quello defunto e ancor rimpianto peronista descamisado (secondo l’interpretazione di Loris Zanatta) e seguirlo nelle sue ingiunzioni. Il catto-comunismo insomma coi suoi tratti di contemptus mundi spesso esibito da consumisti locupletati di ogni bene ma scontenti ideologicamente —, un disprezzo pubblico ma non privato dei consumi, un approccio non laico ma farisaico verso la Modernità con l’aggiunta di tutti i retropensieri di presunta perenne superiorità verso il Secolo, sempre in difetto o in ritardo in direzione del proprio Alto Sentire, e comunque sempre messo in mora rispetto alla propria Moralità Leggendaria. Articolo oggi praticatissimo questo presso non pochi accigliati prof dell’Università Vita e Salute di Milano.]

Chiudo questo spoglio con il seguente brano in cui De Giovanni sottolinea il carattere astratto, rigido e moralistico dell’azione politica di Berlinguer, sordo, come si palesò, ai diktat della realtà effettuale e ai richiami della storia. «Mantengo l’opinione che il suo intero tragitto […] fu segnato da quel formidabile condizionamento che lo spingeva a vedere la storia del mondo divisa definitivamente da un evento [il ’17], e a mantenere, anche, su questa base, la durezza di una scelta etica prima ancora che politica, resistendo a qualsivoglia smentita o dura replica della storia».

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