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Questioni di genere

Nido d’infanzia, il paradosso delle graduatorie: chi cerca lavoro resta in fondo alla fila

Nei regolamenti comunali l’occupazione dei genitori pesa quasi ovunque, la disoccupazione molto meno. Per le madri che provano a rientrare nel mercato del lavoro, il servizio che dovrebbe aprire la strada rischia di arrivare solo dopo il traguardo.

30 Settembre 2026

Cercare un impiego per una donna è un lavoro a sua volta, e come ogni cosa richiede tempo: servono giorni, alle volte settimane, per preparare e inviare le candidature e presentarsi a un colloquio, fissato con un giorno di preavviso, per frequentare un corso di formazione o attraversare la città fino a un centro per l’impiego.

In poche parole, Tutti vogliono salvare la terra – nessuno vuole aiutare la mamma a lavare i piatti come diceva il celebre giornalista e politico statunitense, Patrick Jake O’ Rourke. E tale provocazione risponde bene alla questione delle donne madri oggi, la cui vita è sempre più complicata dalle “agevolazioni fantasma” per conciliare lavoro e vita da mamma.

Da sempre, per una donna, madre con un figlio sotto i tre anni, ognuno di questi passaggi si scontra con un interrogativo molto concreto, cioè a chi affidare il bambino nel frattempo? Il nido potrebbe essere la soluzione migliore, ma nelle graduatorie comunali il lavoro già conquistato tende a contare più di quello ancora da trovare, ed è proprio in questo scarto che la promessa delle pari opportunità mostra una falla che va risolta.

Graduatorie del nido: cosa dicono i dati Istat

I numeri più recenti parlano chiaro: il rapporto Istat sull’offerta di servizi per la prima infanzia, pubblicato nel febbraio 2026 con riferimento all’anno educativo 2023/2024 sottolinea come, nell’88,2% dei regolamenti comunali esaminati, l’occupazione a tempo pieno di entrambi i genitori figura tra i criteri di ammissione. Al contrario, la disoccupazione, di uno o di entrambi, costituisce un titolo di priorità in meno della metà dei Comuni e, quando è prevista, vale in genere punteggi modesti.

Tali dati sono una fotografia delle regole rilevate in quell’anno e non di tutti i bandi attualmente in vigore, tanto che per capire come verrà valutata una specifica domanda è opportuno consultare il regolamento del proprio Comune.

Chi è senza impiego non è escluso a priori, così come due genitori occupati non si vedono garantito automaticamente un posto, perché i requisiti lavorativi si intrecciano con altre condizioni del nucleo familiare e, soprattutto, con la reale disponibilità delle strutture. Resta tuttavia una differenza di peso nel modo in cui le due situazioni vengono riconosciute. E, dunque, la domanda sorge spontanea: quanto spazio viene lasciato a chi ha bisogno del nido proprio per poter cominciare a lavorare?

Chi cerca lavoro arriva sempre troppo tardi

Un turno, un contratto, un orario d’ingresso sono vincoli che non si possono spostare a piacimento, e assicurare continuità nella cura dei figli significa aiutare chi ha un posto a non perderlo, il che rappresenta a sua volta un obiettivo di equità. Il problema nasce nel momento in cui il servizio finisce per accompagnare quasi esclusivamente chi è già dentro il mercato del lavoro, arrivando troppo tardi per chi sta tentando di entrarvi. E una neomamma come potrà mai realizzare le sue ambizioni lavorative e garantire un futuro sereno ai propri figli?

La ricerca di un’occupazione segue ritmi poco prevedibili: una proposta può richiedere disponibilità immediata e organizzare la cura dei figli solo a contratto firmato, inoltre, presuppone di poter contare, fino a quel momento, su una rete familiare o su risorse proprie. Chi non ha né l’una né le altre si trova a inseguire due traguardi nello stesso tempo, il lavoro e il posto al nido, pur sapendo che le rispettive scadenze possono non coincidere affatto.

Genitori occupati e non: il divario nella frequenza

Il divario emerge anche nei dati sulla frequenza, secondo il Rapporto Bes 2024, che per questo indicatore considera il triennio 2022-2024, frequenta il nido la metà dei bambini con entrambi i genitori occupati, mentre la quota scende al 25,8% tra quelli che hanno un solo genitore occupato o nessuno, un gruppo che comprende anche i nuclei monogenitoriali. Non sarebbe corretto attribuire questa distanza alle sole graduatorie, dal momento che vi concorrono il reddito, l’offerta presente sul territorio e le scelte delle famiglie; le percentuali indicano però con nettezza che la posizione dei genitori sul mercato del lavoro si accompagna a opportunità di accesso molto diverse.

Il rischio è quello di dare avvio ad un circolo vizioso, in cui chi ha poco tempo per cercare un impiego si vede riconoscere meno il bisogno di quel tempo proprio perché l’impiego ancora non c’è. Misurare la reale portata del fenomeno oggi non è possibile date le informazioni carenti sulle famiglie rimaste escluse, sui motivi della mancata ammissione e sulle conseguenze che ne sono derivate, ma la questione resta aperta per la ricerca e per le politiche pubbliche e riguarda entrambi i genitori, gravando in misura particolare sulle donne.

Il lavoro di cura pesa ancora sulle madri

L’approfondimento Istat su tempi di lavoro e disuguaglianze di genere, diffuso nel settembre 2026 su dati aggiornati al 2023, documenta un’asimmetria ancora marcata nella distribuzione del lavoro familiare non retribuito. Parlare del rientro delle madri nel mondo del lavoro significa, quindi, fare i conti con questo squilibrio, e la corresponsabilità dei padri va letta insieme all’offerta di servizi pubblici come parte di un’unica riflessione su quanto tempo ciascun genitore possa dedicare alla propria occupazione e alla propria autonomia.

Nido privato, una soluzione che costa

Per le donne una soluzione ci sarebbe secondo l’opinione dei più: asili a pagamento, che per chi è in cerca di occupazione significa anticipare una retta senza sapere quando arriverà il primo stipendio, una spesa spesso difficile da sostenere. Allo stesso tempo, anche due redditi possono rivelarsi insufficienti, ed è per questo che una contrapposizione rigida tra genitori occupati e disoccupati finisce per semplificare realtà che meritano uno sguardo più attento a reddito, orari, fragilità e sostegni disponibili, elementi che variano sensibilmente da una famiglia all’altra.

Il nido come diritto del bambino

Al centro del dibattito “asilo nido sì oppure no?”, del resto, dovrebbe restare il bambino. L’articolo 1 del decreto legislativo 65 del 2017, che ha istituito il sistema integrato di educazione e istruzione da zero a sei anni, indica tra le sue finalità le pari opportunità educative e il superamento delle disuguaglianze e delle barriere economiche e territoriali. Il principio non garantisce un posto immediato a ogni richiedente, ma invita a considerare il nido anche come un servizio educativo che ha valore per il bambino in sé, indipendentemente dalla condizione lavorativa di chi lo cresce.

Cosa possono fare i Comuni

E allora come ovviare a questa vexata quaestio? Le risposte possibili sono molteplici e nessuna è sufficiente da sola: aumentare i posti disponibili, rendere trasparenti i criteri di priorità, valutare in che modo riconoscere una ricerca di lavoro documentata o un’assunzione ormai prossima. Gli eventuali inserimenti in corso d’anno andrebbero poi sostenuti con personale adeguato e con attenzione alla continuità educativa. Sono scelte di cui i Comuni possono essere chiamati a rispondere, senza illusioni su soluzioni rapide.

Tutelare il lavoro che già esiste e rendere possibile quello che ancora manca sono esigenze da tenere insieme, non da mettere in competizione. Una graduatoria stabilisce chi entra, ma rivela anche quali bisogni un’amministrazione ha deciso di riconoscere e quali trascurare.

Quanto emerge da questi dati rasenta l’assurdo, soprattutto in un Paese che sbandiera costantemente l’impegno per le pari opportunità e che cerca di contrastare la deriva demografica a cui l’Italia sta andando incontro con il calo delle nascite.

Pretendere che una madre abbia già trovato un impiego prima di offrirle gli strumenti per cercarlo significa rischiare che la parità resti un principio scritto sulla carta, quando talvolta il primo passo verso il lavoro, incoraggiando anche le nuove nascite,  passa proprio dalla porta di un nido.

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