Aldo Nove, le banche e i Monty Python

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12 Dicembre 2015

La considerazione più profonda e arguta, semplicemente la più intelligente, in seguito al fallimento di quattro banche popolari l’ha scritta su facebook lo scrittore e poeta Aldo Nove:

«Questa cosa di chi si suicida perché “ha perso tutti i risparmi” mi lascia raggelato. Da parte mia non ho mai “messo da parte” nulla e preso atto di questo credo che non mi suiciderò perché oggi devo vedere una bella ragazza, un ottimo musicista e imparare nuove forme di meditazione sul respiro. Che cazzo sono sti “risparmi”? Se la religione è l’oppio dei popoli, il culto dei soldi ne è il cianuro»

Una considerazione forse inopportuna, tanto che lo ha costretto per gli attacchi più o meno civili a sospendere per 20 giorni la sua presenza su facebook. Una considerazione assolutamente condivisibile, salvo per una cosa che dirò alla fine.

Aldo Nove non si chiede se azionisti e sottoscrittori di obbligazioni sono stati truffati perché le informazioni disponibili (che era loro responsabilità raccogliere) erano ingannevoli oppure perché hanno semplicemente investito ed il rendimento è stato negativo, molto negativo: -100%
Questo sarà il lavoro degli organi di vigilanza (Consob ha lasciato mano libera ai banchieri e Banca di Italia è il problema) che finora hanno permesso, quantomeno per leggerezza, questo disastro: non intervenendo tempestivamente, hanno in sostanza inviato informazioni fuorvianti al mercato. Sarà il compito della magistratura verificare caso per caso se alcuni degli investitori sono stati raggirati.

Aldo Nove fa una considerazione da scrittore.  In passato altri scrittori come Ezra Pound e Fernando Pessoa hanno scritto  cose non banali di economia e denaro.

La prima cosa che Aldo Nove afferma è che è raggelante morire per denaro. Credo che ognuno sia libero di suicidarsi per ciò che gli pare. Uccidersi per aver perso del denaro, molto probabilmente in buona fede, magari per assicurare un po’ di benessere ai propri cari, è davvero triste: significa assegnare un valore monetario alla propria vita. Penso poi che la ragione di un tale gesto è più la vergogna che la quantità del denaro perduto. Una vergogna che affonda le radici in una versione demenziale della morale cristiana, per cui risparmiare è una virtù, perché è indice di moderazione, di mortificazione della carne. Per cui se spendete 300 euro per un paio di scarpe siete da condannare ma se li affidate ad una banca, magari a tasso garantito (e tanti saluti a San Tommaso e l’usura) siete onesti e probi.

La stessa morale demenziale che, secondo alcuni editorialisti altrettanto demenziali, doveva portarci a lodare e votare Mario Monti perché, pur con un reddito nient’affatto sobrio intorno al milione di euro all’anno, a Natale mangiava i tortellini in brodo e vestiva sobriamente: praticamente un taccagno, un avaro. Tali editorialisti sorvolavano sul fatto, che me invece lo rendeva simpatico, che un sobrio completo di Mario Monti costa quanto diversi stipendio mensili di un operaio specializzato.

La seconda cosa che Aldo Nove afferma, chiedendosi cosa sono questi risparmi, è che sono un veleno per la nostra società. Cosa sono i risparmi? Nella migliore della ipotesi, se non si è ricevuto nulla in eredità, il risparmio è una parte del denaro guadagnato, lavorando e investendo, che non si spende in consumi ma si accantona, insomma è frutto di una rinuncia.

Non si risparmia solo per una malintesa virtù, per avarizia si sarebbe detto un tempo, ma spesso si risparmia per ragioni molto pratiche: per qualche giorno di svago, per utili regali di natale, per i figli.

In fondo non è paradossale ammazzarsi di lavoro per poi mettere i soldi in banca (la parabola dei talenti tenetela per altre occasioni!)?

Nelle società primitive, come ricorda George Bataille ne Il limite dell’utile, le feste e i sacrifici servivano proprio a distruggere il sovrappiù per entrare in contatto con gli invisibili, gli spiriti e gli dei. Oggi in nome dell’utile, risparmiando per un motivo o per un altro, non ci liberiamo del sovrappiù, così sacrifichiamo il denaro al dio denaro.

Insomma a mio parere nella riflessione Aldo Nove contro il risparmio c’è solo una cosa che non condivido: il tono. In essa ho sentito l’eco del De André  sui Dieci comandamenti. Eco rafforzata dal racconto della sua adolescenza costellata di lutti e di una vita condotta all’insegna della precarietà, della sobrietà mi verrebbe da dire se il termine non fosse stato sputtanato. I Comandamentti contro cui si scagliava De Andrè erano l’espressione del Dio del Vecchio testamento. Il comandamento del risparmio a me sembra dettato da un dio partorito invece dai Monty Python e forse come tale andava affrontato.

TAG: banca d'italia, banche, Bataille, consob, De André, Facebook, Pessola, Pound
CAT: Banche e Assicurazioni

2 Commenti

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  1. giulio-ciappelli 5 anni fa

    Al signor Nove manca una sola cosa per parlare… dei figli.

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  2. gianluca.greco 5 anni fa

    Non mi pare granché l’argomento del “tengo famiglia, allora…”

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