Chi è che fa davvero “il gioco dello straniero” sulle Assicurazioni Generali

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6 novembre 2019

Assistiamo con interesse in questi giorni al tentativo di Leonardo Del Vecchio di scalare Mediobanca, di cui ha fin qui rastrellato il 7,5 per cento. Il timore in via Filodrammatici è tanto, perché la situazione è debole: fare utili non basta, se questi utili vengono fatti ammazzando la gallina dalle uova d’oro: ovvero le Assicurazioni Generali. Senza i proventi ottenuti dalla partecipata assicurativa, gli utili di Mediobanca sarebbero sostanzialmente inferiori, non solo per i dividendi ma anche per tutti i ricavi dell’investment banking supportati dalla partecipata assicurativa. Credo che Donnet si sia fatto elaborare una tabella in merito e la tabella dovrebbe essere molto interessante.

Sotto il giogo di Mediobanca, Generali si è progressivamente indebolita. Il quadro che emerge guardando l’andamento dei premi degli ultimi dieci anni è impietoso: i volumi si sono contratti, a differenza dei principali concorrenti.

 

Guardando l’andamento in borsa la situazione è ancora più deprimente: i prezzi dei titoli e le capitalizzazioni di mercato dei principali concorrenti si sono moltiplicati e Generali è rimasta stabile. Generali oggi è un nano con  28 miliardi di euro di capitalizzazione, rispetto ai 54 di AXA, 56 di Zurich, agli 87 di Allianz.

 

Non si può continuare così in eterno. Prima o poi Generali verrà persa e Mediobanca sarà finita. Ma per capire se quanto accade è colposo, si dovrebbe capire l’obiettivo dei manager di Mediobanca: avere un’impostazione strategica sostenibile nel lungo termine ovvero guadagnare tempo per mantenere le poltrone, lasciando la patata bollente a chi verrà dopo?

Del Vecchio entra e scardina un equilibrio di per sé già insostenibile. Mille voci erano state fatte circolare nel retrobottega della finanza, alimentate dalla paura di dover rispondere a qualche azionista attivo: attenzione che interverrà Unipol (e come può fare, visti i problemi antitrust con Generali?) o BlackRock (frequentazioni e simpatie dell’a.d. Alberto Nagel) o Intesa Sanpaolo (grata per il prezzo generoso ottenuto sulla cessione degli npl a Intrum, di cui Mediobanca era advisor). Per ora, comunque, questi fantasmi non spaventano Del Vecchio, che va avanti come un treno.

Allora cosa inventarsi di meglio che Del Vecchio amico occulto degli scalatori francesi, interessati a fondere AXA con Generali, regalando ai nostri cugini d’oltralpe la società più preziosa, assieme a ENI e Finmeccanica? È un po’ il bue che chiama cornuto l’asino. È Mediobanca che ha favorito la penetrazione dei francesi, non Del Vecchio! Ma alimentare il timore è funzionale a creare ostacoli alla scalata di Mediobanca (in primis le autorità di vigilanza, i politici, il Governo), e quindi l’idea va diffusa, anche col supporto di qualche società di ricerca amica. Anche perché il pericolo maggiore è che l’Unicredit di Jean Pierre Mustier segua Del Vecchio, quindi meglio agitare in anticipo lo spettro di un interesse estero occulto, oltre che ipotesi di concerto (i.e. patto parasociale occulto fra Unicredit e Del Vecchio).

Riguardiamo ai fatti, però. Agli eventi. È Mediobanca che ha messo lì l’a.d. Philippe Donnet, per compiacere a suo tempo Vincent Bolloré, favorendo l’uscita di Mario Greco (oggi ceo di Zurich) e di Sergio Balbinot (oggi tra i manager più rispettati di Allianz, voci lo davano in corsa anche per la posizione di amministratore delegato). Quel Donnet che possiamo pensare ben vedrebbe una fusione con AXA, benedetta da Claude Bébéar, creatore dell’AXA che conosciamo oggi, negoziatore eccezionale e grande cacciatore. Passione, la caccia, che condivide proprio con Donnet, Mustier e Nagel (si vedono ogni tanto?). La fusione AXA-Generali è stata scampata qualche anno fa grazie all’intervento di Intesa, nonostante la scalata strisciante. AXA allora acquisì XL, compagnia americana per 15 miliardi di dollari. Oggi con Thomas Buberl (attuale a.d. di AXA) in difficoltà proprio per l’acquisizione di XL, la tentazione di Donnet di vedersi a capo di AXA più Generali deve essere fortissima.

E se si parla con i francesi, quando citano Generali, parlano della “nostra partecipata italiana”. Molto divertente. Questa situazione l’ha creata e sostenuta nel tempo Mediobanca, che ha sostenuto il rinnovo dei vertici francesi, non Del Vecchio. E non è stata per caso Mediobanca il consulente del Crédit Agricole nella peggiore svendita di un asset strategico del risparmio gestito italiano come Pioneer (rivedersi le strane coincidenze aiuta), Generali si fermò, salvo poi spendere tanti soldi per micro-acquisizioni nell’asset management con poco senso strategico. E se volete ridere considerate che, una di queste società acquisite, Sycomore, ha votato contro Del Vecchio ed a favore dei francesi su Essilor-Luxottica. Che senso ha tutto ciò?

Come avevamo già spiegato qui, la gestione del risparmio è strategica per il paese. Non mi sembra, nei fatti, che Mediobanca sia stata un paladino degli interessi nazionali. Del Vecchio, invece, sull’ILVA ha mostrato doti umane eccezionali quando ha deciso di sostituire CdpArvedi quando questi si sono sfilati, in modo da rilanciare sul prezzo e salvare l’ILVA. Una moltiplicazione dell’investimento e della partecipazione (dal 15% al 50%) decisa in pochi giorni, che solo chi ha un forte senso dell’onore e dell’interesse della sua terra può fare. Quindi, se proprio si vuole screditare Del Vecchio, consiglierei a chi vuole mantenere lo status quo, di inventarsi storielle più verosimili.

TAG: Alberto Nagel, Axa, Generali, Jean Pierre Mustier, Leonardo Del Vecchio, mediobanca, Philippe Donnet, Unicredit
CAT: Banche e Assicurazioni

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