Cosa hanno in comune Volkswagen e Lehman Brothers (o London Whale)?

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25 Settembre 2015

Oggi in un corso di risk management non si può non parlare di Volkswagen. Molte lezioni sulla gestione del rischio questa settimana saranno cominciate così, come ho cominciato la mia. E anche nei corsi di gestione dei rischi finanziari ci si occupa di Volkswagen perché il caso è un episodio di rischio di mercato, per le perdite che ha causato su tutti i mercati del mondo, e può diventare un episodio di rischio di credito, se i numeri delle perdite di cui parliamo si realizzeranno. Inoltre, è il primo caso di rischio finanziario che nasce dalle viscere dell’economia reale, che non vuol dire semplicemente dal mondo dell’impresa, ma proprio dalla sua operatività industriale. Di fronte alla nenia continua dell’economia reale strangolata dall’economia di carta, in questo caso è successo il contrario, e uno si potrebbe chiedere: Volkswagen avrebbe fatto meno danni se si fosse dedicata a investimenti finanziari. Per questo comincia a diffondersi il tentativo di paragonare il caso Volkswagen ai grandi casi di dissesto finanziario, come ha fatto Federico Fubini sul Corriere. Idea buona, ma argomentata solo sulla base della frode. Ci sono in realtà somiglianze più profonde, e però una differenza fondamentale: la mancanza del controllo dei rischi nel mondo dell’industria.

Guardando al caso Volkswagen attraverso la lente del risk-management, la prima questione che balza agli occhi è lo sperpero di soldi in ricerca e sviluppo spesi non per innovare il prodotto, o il processo, ma per aggirare una regola. Oggi i giornali riportano di 7 miliardi spesi da Volkswagen per penetrare nel mercato americano, e parte integrante di questa spesa è stata dedicata al progetto che ha generato lo scandalo. Su questo, la similitudine con quanto è accaduto e accade nel mondo finanziario è fortissima. Il paragone patologico è quanto è successo nel caso London Whale, il trader che è costato 6 miliardi di dollari di perdite a JP Morgan nel 2012. Anche qui trovate un gruppo di ingegneri, in questo caso ingegneri finanziari, che spendevano tempo e neuroni per costruire modelli matematici con il fine di ridurre la misura del rischio dei prodotti finanziari e ridurre il capitale da porre a garanzia. Il capo di questi matematici, in gergo “quant”, di nome Pat Hagan, che con naturalezza parlava di questi progetti per posta elettronica, non ha risentito più di tanto della vicenda, e sembra che sia poi passato a Deutsche Bank. E il motivo è che faceva quello che i “quant” fanno praticamente in tutte le grandi banche: escogitare modelli matematici per ridurre il capitale che la regolamentazione richiede alle loro banche. L’Economist di questa settimana ha destinato un bellissimo articolo proprio alla lotta tra i modelli delle banche e la regolamentazione, che continua ancora.

La seconda considerazione che emerge dal caso Volkswagen, e che è paurosamente simile ai casi classici di crisi dei mercati finanziari, riguarda il grado di contagio che ha esercitato sui mercati. La stessa cosa è successa dopo il caso Enron, la grande azienda di produzione di energia fallita nel dicembre del 2001, quando venne alla luce che i bilanci erano falsi. Dopo il default, gli scambi sul mercato azionario si rallentarono o arrestarono per un lungo periodo. Dapprima, la paura si trasmise ai titoli azionari delle imprese i cui bilanci erano controllati da Arthur Andersen, la società di revisione che accompagnò Enron nella tomba come una sposa in un qualche antico rito funebre. E il rallentamento si trasmise poi a tutto il mercato, per la stessa paura che tutti i bilanci potessero essere falsi. E quando gli scambi si arrestano, sui mercati cala l’adrenalina e sale la paura, e bastano poche vendite a far crollare i prezzi. Questo contagio propagato dalla paura è quello che in quell’occasione un mio amico dell’ETH di Zurigo, Philip Schoenbucher, chiamava “contagio da informazione”. L’episodio venne archiviato solo con l’emissione del Sarbanes-Oxley Act sulla trasparenza dei bilanci. Questo stesso contagio abbiamo vissuto oggi con il caso Volkswagen. E il contagio indotto dalla paura che ci siano altri casi di aggiramento delle regole è rafforzato dalla possibilità che le perdite scatenino una serie fallimenti e stronchino la domanda e la ripresa.

Le due considerazioni che abbiamo fatto su Volkswagen conducono in maniera naturale a una domanda di fondo. Non c’era una funzione di controllo del rischio in Volkswagen? E se questa funzione c’era, aveva accesso all’analisi di tutta l’operatività dell’azienda, compresa quella industriale? Se fosse stato così, il progetto di aggiramento delle regole sull’inquinamento sarebbe stato bloccato. Sarebbe stato sufficiente calcolare la probabilità che questa elusione venisse scoperta, prima o poi pari a uno, moltiplicata per la perdita, che oggi troviamo riportata sui giornali. Il valore attuariale di questo rischio, che la funzione di controllo dei rischi avrebbe imposto all’azienda, e che avrebbe potuto essere dell’ordine di venti miliardi, aggiunti ai sette miliardi di costo del progetto di sfondamento negli Stati Uniti, l’avrebbe senz’altro affossato.

In conclusione, ha ragione chi traccia un parallelo tra il caso Volkswagen e i grandi scandali finanziari. La somiglianza più preoccupante è che sia in finanza che nell’industria parte delle risorse è indirizzata a aggirare le regole. Pare una conseguenza necessaria della natura umana. La scienza si è sviluppata per il desiderio dell’uomo di piegare le leggi della natura, e una parte di essa si rivolge in maniera naturale a piegare anche le stesse leggi dell’uomo. L’antidoto a questo non è tanto, o solo, l’etica, come ha suggerito Luigi Zingales sul Sole 24 Ore, ma è la diffusione di una cultura del rischio e la presenza di un’attività di controllo del rischio in ogni attività umana. Qui sta la differenza tra il mondo finanziario e il mondo industriale: negli scandali finanziari la funzione di controllo del rischio c’era, ma non ha funzionato, mentre nel mondo industriale questa funzione non c’è. Se esiste, viene segregata e limitata ai fenomeni finanziari: si occupano di entrate e uscite, e non dei disastri che una scelta industriale può scatenare. E poi c’è un’altra attività umana in cui il rischio non viene preso in considerazione ed i risk-manager vengono considerati uccelli del malagurio: l’attività in questione è la politica, e i risk-manager sono chiamati “gufi”.

TAG: contagio, Enron, lehman brothers, London Whale, Quant, Regolamentazione, Risk Management
CAT: Banche e Assicurazioni, Grandi imprese

2 Commenti

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  1. franco-pecchio 5 anni fa

    perfetta analisi del ruolo del risk management, adesso aspettiamo i numeri della crisi. Economist ha cominciato a darne qualcuno come ha fatto lei, ma, davvero, a questo punto, è il rischio contagio che sta sospeso a mzz’aria.
    In geneale il risk management si occupa di parte finanziaria e non mette il naso nella parte di produzione del bene percé non ha la capacità di coprenderlo fino in fondo. Sono due mondi che praticamente non si parlano e quando si parlano non si capiscono.
    Ma la domanda da fare è: impariamo da questi errori oppure no? Dopo Enron ci sono stati i subprime e non sembra che la lezione sia stata appesa. Se si possono fare analogie ta le due siuazioni.

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    1. umberto.cherubini 5 anni fa

      Perfetto commento, e la ringrazio di avere aggiunto la domanda fondamentale. La risposta mi sembra che non impariamo, e l’analogia che lei cita tra Enron e i subprime è la prova evidente. Spiego per i lettori. Uno degli aspetti che ha scatenato il caso Enron è che debiti (e bonus) erano nascosti in società controllate. Lo stesso è successo sette anni dopo con la crisi dei subprime. Anche questi erano nascosti in una circolazione estracorporea dei bilanci delle banche, quelli che venivano chiamati SIV. E uno si chiede: ma le banche non avevano visto cosa era successo a Enron? La domanda ulteriore è quindi: perché non impariamo dagli errori? Io vedo due risposte. O è la “diabolica Mrs Nature” che ci pone davanti scenari sempre diversi (o che almeno a noi paiono sempre diversi), oppure è nella nostra natura di voler prendere rischi senza calcolarne il valore.

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