Due birre in meno, un passo in più verso l’Himalaya

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4 luglio 2019

Fino a che punto il cambiamento climatico e nuovi modelli socio-economici possono modificare gli equilibri in Himalaya? E’ la domanda cui sta cercando di rispondere Emanuele Confortin, giornalista e fotogiornalista che 16 anni fa ha iniziato un intenso lavoro sul campo in Kinnaur, distretto tribale dell’Himalaya Indiano, posto lungo il delicato confine indo-cinese.

Si tratta di un territorio d’alta quota, dove vivono i Kinnauri, abitanti originari del distretto, la cui cultura attinge dal buddhismo tibetano, dall’induismo e si mescola ad antiche credenze animiste legate alle forze ancestrali della natura. Oggi, dopo secoli di parziale isolamento, la spinta di una crescita economica rapida, quasi febbrile, sembra non risparmiare neanche le aree più remote. La realizzazione di nuove vie di comunicazione e l’apertura del distretto al resto del mondo stanno evidenziando la fragilità di quest’angolo di Himalaya.

“Kinnaur Himalaya”, questo il nome del progetto, unisce indagine etnografica, analisi giornalistica e reportage, ed è coordinato da Emanuele Confortin: «il lavoro si svolge tra i Kinnaura, popolazione minacciata nella sua integrità dalla crisi idrica causata dal cambiamento climatico e dalle seduzioni di una delle più vivaci economie del pianeta» spiega l’autore, che in Kinnaur ha vissuto più di sei mesi, tra il 2003, 2005 e 2018, cui sono seguiti due anni di analisi e rielaborazione dei materiali.

Quella che 16 anni fa vedeva la luce come una tesi di laurea, è oggi un progetto maturo – pubblicato ad aprile nel libro Kinnaur Himalaya, al confine tra ordine e caos (Antiga Edizioni) – che nel 2018 ha beneficiato del contributo europeo TECO per le ricerche sui fiumi asiatici, coordinato dal CNR. A fianco di Confortin c’è un team tutto italiano, composto da docenti universitari, ricercatori e professionisti audio-video, impegnati nella parte finale del documentario.

Per sostenere Kinnaur Himalaya è stata avviata una campagna di crowdfunding, una forma di finanziamento dal basso, collettiva, ospitata dalla piattaforma americana Indiegogo e destinata a co-finanziare l’ultima fase del documentario. «Tutto ha avuto inizio a Venezia, quando ero laureando in Lingue e Civiltà Orientali, a Ca’ Foscari, pertanto uno degli slogan di questa campagna ha un chiaro carattere Veneto “una birra in meno, un passo in più verso l’Himalaya”», spiega Confortin, originario di Castelfranco Veneto. Del resto, crowdfunding come Kinnaur Himalaya necessitano di budget tutto sommato limitati, ma in molti casi è più la pigrizia dei (potenziali) donatori che il reale impegno economico a tarpare le ali alle campagne. Quindi l’invito è a privarsi di un paio di birre, magari offrendole al team di Kinnaur Himalaya attraverso la piattaforma.

VAI A KINNAUR HIMALAYA – DUE BIRRE IN MENO UN PASSO IN PIU’ VERSO L’HIMALAYA 

Sul tavolo ci sono contenuti di attualità. L’inchiesta punta a cogliere il qui e ora di una civiltà posta dinanzi a uno spartiacque epocale, causato da quella che l’autore ha chiamato “Melocrazia”. Vale a dire l’imposizione della monocoltura delle mele, in sostituzione alle attività agro-pastorali che per secoli hanno garantito la sopravvivenza degli autoctoni. Il business delle mele ha letteralmente stravolto le prospettive. In una generazione, molti Kinnauri hanno centuplicato le disponibilità finanziarie, pur non avendo alcuna nozione di gestione del danaro. Ecco che le valli di questa porzione di Himalaya si stanno trasformando in distese di meli, affiancate da nuovi edifici in cemento, impattanti e tutt’altro che ecocompatibili, additati come simbolo del nuovo benessere acquisito.

La “dittatura delle mele” rischia però di avere vita breve, colpa dell’aumento delle temperature e della flessione delle precipitazioni nevose. Più caldo e meno acqua impongono ai produttori di alzare la quota dei meleti, arrivata ormai oltre i 3.400 metri, e per proteggere i raccolti in pochi anni è triplicato anche il ricorso ai pesticidi, con inevitabili conseguenze per l’uomo e l’ambiente. Un revival di quanto accaduto in Italia nel secondo dopoguerra, la cui eredità è oggi evidente in molte zone agricole votate alla monocoltura del vino, se non, appunto, nelle valli delle mele. «Stiamo lavorando in Himalaya, ma i dati raccolti sul campo riflettono quanto vissuto da tutti noi nel passato. Servono a conoscerci un po’ meglio e magari a cogliere spunti utili per indirizzare le scelte del futuro e migliorare le nostre stesse vite».

E’ possibile tenersi aggiornati su Kinnaur Himalaya seguendo la pagina Facebook, oppure contattando direttamente il coordinatore del progetto.

TAG: climate change, crisi idrica, emanuele confortin, himalaya, inquinamento, kinnaur himalaya, migrazioni
CAT: clima

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