musica in metamorfosi con Sara Càneva 08/12

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10 marzo 2019

MUSICA IN METAMORFOSI 08

Qualche mese fa, grazie all’intuizione di Paola Damiani e su commissione di  Radio3 Suite, ho realizzato un ciclo di 12 puntate intitolato “Musica in metamorfosi“ . Un dialogo a più voci con compositori, interpreti, musicologi, ingegneri del suono ecc. su questo immenso proliferare di generi musicali… sintomo di una democrazia in ottima forma o effetto di una metamorfosi sotterranea di ciò che abbiamo chiamato, per diversi secoli presente compreso… musica?

Il programma è stato accolto con grande curiosità, ho ricevuto moltissime mail ed è stato candidato al Prix Europa. Mi è sembrato quindi potesse esser di un qualche interesse trascriverlo, seppur parzialmente, e metterlo a disposizione. In questo formato possono esser approfonditi elementi diversi, come le biografie degli autori o delle persone citate e in ogni caso, in fondo alla pagina troverete il link della puntata.

Insomma buona lettura (parziale) e/o… ascolto !

Puntata 8

Sara Càneva

Andrea LiberoviciSara Càneva

Andrea Liberovici: Chissà se in Ispania son già a 1300. Sicuramente, in generale, i generi musicali che siamo riusciti a censire sul web sono, ad oggi, 2060. Ovvero ben nove generi in più rispetto a ieri sera. Poca cosa, lo so, ma non ci demoralizziamo, perché sono piuttosto certo di essere soltanto all’inizio di questo folle censimento. Folle censimento che potenzialmente, come ci ricordava Mauro Lanza qualche puntata fa, potrebbe non finire mai perché, forse, molti di questi generi musicali potrebbero essere anche creazioni di algoritmi creativi in piena ansia da prestazione. Grazie a Dio, i nostri cacciatori di generi sono giovanissimi e molto determinati. Eccoli che arrivano i nostri Hänsel e Gretel, ovvero Sofia e Jan.

Hänsel e Gretel: Rock Progressive, Scuola di Canterburry, Heavy Metal Classic, Metal Core, Rock Psichedelico, Death Core…

A.L.: Buonasera, mi chiamo Andrea Liberovici e faccio il compositore e il regista di teatro. Così quando qualcuno mi chiede – fai teatro? – rispondo – no, faccio il compositore – e quando qualcuno mi chiede – fai il compositore? – rispondo – si, faccio teatro – . Questo giochino di parole, un po’ criptico mi rendo conto, lo utilizzo generalmente per tentare di sottrarmi, almeno in modo ideale, da questo arcipelago infinito di generi musicali, ma perché ritengo che ogni suono sia un testo, e che il teatro sia un ottimo strumento per rivelarlo.

Musica

A.L.:Come ci ricordava ieri sera Fabio Vacchi, anche un suono brevissimo, come un colpo secco di grancassa, è ricco, ricchissimo di semantica. Ovviamente, al contrario dei significati, diciamo, in luce di un testo letterario, il testo sonoro è un testo in ombra e come tale ci costringe ad essere creativi e ad inventare una sorta di rappresentazione, ovviamente simbolica e agita sul nostro palcoscenico immaginario. Il compositore di questo tempo ha quindi, volendo, la libertà e l’opportunità di mettere in luce, di illuminare questa narrazione interna ai suoni attraverso un metodo: la rappresentazione, ovvero il teatro. Abbiamo un gradissimo esempio nel novecento di utilizzo del teatro per rivitalizzare altre discipline. La danza deve avere a che fare con quanto si vuol dire, così sosteneva Pina Bausch in un’intervista del 1983 e Pina Bausch, come sappiamo, è proprio grazie alla disciplina teatrale che ha liberato la danza da una serie di gabbie polverose, autoreferenziali e via dicendo. Per disciplina teatrale intendo aver a che fare con quanto si vuol dire, che è la radice stessa del teatro. Non può esistere il teatro se non ci si pone costantemente queste due domande. Perché? Per chi lo faccio? Mentre la musica, così come tante altre discipline artistiche, può farne, oramai tranquillamente a meno. Ci sono algoritmi di grandissimo talento. Per fortuna, contestualmente ci sono anche i nostri Hänsel e Gretel a cui continuo ad essere profondamente grato così come lo sono a Gualtiero Dazzi, autore di …en bourdeur d’espaces… che stiamo utilizzando come incipit alla nostra trasmissione. Come immagino si sia capito, oggi parleremo di suono e teatro e teatro nel suono con una giovanissima, e sono molto contento, compositrice, Sara Càneva, realmente giovanissima. Credo sotto i trenta, quasi un miracolo per l’Italia, non soltanto compositrice ma anche direttrice d’orchestra a cui pongo la domanda di rito con una piccola variazione. In questo arcipelago infinito di generi musicali, ce n’è uno che ti rappresenta?

Sara Càneva: Secondo me, intanto, ogni pezzo è un’isola, ogni pezzo mi porta su un’altra isola, dunque non c’è una risposta ferma per questa domanda per quanto mi riguarda. Questo è un buon segno per me, un segno di non immobilità, di apertura, di essere favorevoli al cambiamento, di essere pronti alle sorprese, di saper cambiare idea. Per me e su di me, lo vivo in modo positivo, naturalmente ogni volta che scrivo mi pongo la domanda: cosa succederà quando quello che scrivo diventerà vero? Le persone lo suoneranno, le persone lo ascolteranno, cercheranno di darmi un’isola, e quindi, dove non voglio essere? Questa è la domanda: cosa voglio che non venga frainteso? Questa è la domanda che uno si fa, che poi si fa fino ad un certo punto, perché durante la creazione non ti puoi criticare continuamente. Prima produci, poi guardi, poi giudichi, poi decidi. Dal punto di vista globale è molto particolare questa epoca perché non si capisce niente, c’è veramente di tutto. È difficile dire che qualcosa è brutto ma anche perché a volte ci sono cose estremamente diverse fra loro che sono valide e apprezzabili anche da un compositore che scrive in modo totalmente opposto. Cioè non è che ti devi rispecchiare in un mainstream necessariamente. L’accademia è una cosa che esiste ancora, però è molto frammentaria, per cui ogni compositore è una storia. Io spero che ciò sia una cosa buona.

Musica

A.L.: Quello che voglio dire è che molte di queste isole, che sono un po’ il tema di questa riflessione o indagine, arrivano spesso ad una straordinaria autoreferenzialità e a un solipsismo assoluto, per cui diventano anche delle piccole isole, isolate dal contesto, cioè grammatiche che parlano di grammatica. Il teatro passa tutti questi stadi. La grande drammaturgia come Goethe, Shakespeare, alternano costantemente l’alto, il basso, il medio. Utilizzano qualsiasi forma gli serva per poter entrare in relazione. Questo atteggiamento lo ritieni parte della tua modalità compositiva?

S.C.: Sicuramente si, e anche il coinvolgimento che c’è proprio fisico nel teatro, anche per lo spettatore è un luogo che può essere qualsiasi. Uno spettacolo può anche accadere in strada, ma in quel momento diventa magico, diventa qualcos’altro che è anche molto fisico. Alla fine è solo perché sai che è teatro che non è vero, però in realtà potrebbe tranquillamente essere vero. Puoi raccontare qualsiasi cosa e, secondo me, avere il coraggio e la fiducia di essere compresi quando chi scrive viene aiutato dal teatro. Questa vicinanza di corpi, circondare l’ascoltatore col suono, vogliono dire che c’è una persona circondata da un corpo sonoro. Il suono contiene dramma, ha una vita, quindi qualunque cosa può essere trattata, secondo me, così, come un essere vivente che si sviluppa, fa la sua vita, le sue evoluzioni, e quindi questo è teatro.

Musica

A.L.: Stiamo ascoltando Become a fan, per ensemble e due ventilatori, di Sara Càneva, con cui stiamo anche parlando su skype, L’ensemble è il Mdi Ensemble.

Musica

S.C.: Io il bello lo cerco anche mentre mi asciugo i capelli, mentre uso il ventilatore. È possibile e lo voglio proporre, perché sicuramente qualcun altro ha pensato – guarda che interessante il suono del ventilatore – però poi non è influente nella tua vita. Alla base c’è questo: testimoniare che la bellezza la puoi trovare anche negli scarti, perché purtroppo ci sono anche compositori che soffrono della mancanza di originalità. Non posso essere così originale oggi, quindi come faccio? Rispetto a tutto quello che di bello c’è stato, c’è già stato, noi adesso siamo poveri. La musica non incide sulla vita delle persone, invece deve. Ovviamente ci vuole tempo per i cambiamenti, però c’è dentro qualcosa che è per tutti ed io cerco di pensare a tutti.

A.L.: Hai evocato uno degli spettri più terrorizzanti dei compositori: lo stile. Io sono, forse in modo un po’ radicale, sono convinto che se non hai niente da dire nessuno stile ti proteggerà mai.

S.C.: Esatto, sono completamente d’accordo con questo.

A.L.: Se hai qualcosa da dire, utilizza tutti gli stili che ti pare. In questo senso ritorniamo al discorso del teatro iniziale. Il teatro, la grande drammaturgia alterna costantemente qualsiasi registro perché ha la necessità di dire qualcosa a qualcuno.

S.C.: Lo trovo giusto, ad esempio Giuseppe Verdi è il compositore che più si è evoluto nel corso della sua vita e in assoluto, e evolvendosi ha evoluto il suo pubblico. Quello è un compositore, secondo me…

A.L.:Ah beh!

S.C.: Uno che continua a cercare, perché poi l’atto di scrivere è fuori dal mondo. Ti chiudi in casa e vivi diverse fasi di decomposizione e scopri tanti “te” che non avevi avuto il tempo di incontrare e il tempo stesso diventa un’entità molto flessibile. Quindi c’è dentro la pluralità, ma ovviamente non puoi parlare sempre di pluralità. Primo perché lo fanno tutti, secondo perché così farai tanti pezzi sulla pluralità, tutti sulla pluralità. La dialettica è un conto, la pluralità è un altro.

Musica

A.L.: Stiamo ascoltando di Sara Càneva Rima Congruens per marimba, pianoforte preparato e clavicembalo. Gli esecutori sono Stefano Grasso, Camilla Rizzolo e Firmina Adorno. Brano ispirato alla commedia dell’arte, che mi sembra ampiamente in tema con questa discussione…(Rivolto a Sara) Il brano sulla commedia dell’arte lo trovo interessante.

S.C.: Quello sulla commedia dell’arte è stato il primo pezzo che ho scritto dopo un anno di stop, perché appunto mi stavo facendo delle domande sullo stile, a cosa servisse scrivere. Le risposte le trovi scrivendo e infatti ho incontrato la commedia dell’arte proprio in carne ed ossa. È stato molto interessante, intanto perché ci ho visto delle affinità col mio mestiere, sul trattamento del gesto, sulla comunicazione, sullo sguardo che dai al pubblico, anche se il tuo pubblico è l’orchestra, ho visto come diventare più grande e come avere più forza. Quindi dovevo scrivere un pezzo per questi strumenti e mi sono chiesta come fare. Sono tutti strumenti temperati, pianoforte, marimba e clavicembalo. Il clavicembalo non si tocca, è molto identitario, viene dalla sua epoca, e sta bene così. C’era un aneddoto che racconta Dario Fo nel manuale minimo dell’attore che è quello della Vespa Comica, una commedia che è anche un po’ ovviamente improvvisata, ma che langue, non decolla, finché una vespa si infila sotto la maschera di uno degli attori, che ovviamente…

A.L.: Reagiscono

S.C.: …è l’incidente non previsto che ti mette di fronte alla reazione indiretta. Ovviamente poi l’attore gioca su questa cosa perché funziona, e quindi quando la vespa se ne va rimane la finzione della vespa che dà una spinta alla forma e fa andare avanti lo spettacolo. Per me in questo pezzo il clavicembalo è diventato la vespa, mentre ho costruito un linguaggio comune tra la marimba e il pianoforte che sono preparati, quindi ho usato la preparazione come maschera.

A.L.: Attenzione, Attenzione, la frase – ho usato la preparazione come maschera – può sembrare un sortilegio. Siccome immagino e spero che non ci siano in ascolto soltanto compositori, cercherò di spiegarvi un pochino cosa vuol dire, a breve.

Musica

A.L.:Abbiamo appena ascoltato l’inizio di Le piège du Méduse di Erik Satie, forse la prima apparizione nel mondo di un pianoforte preparato. Preparare un pianoforte, modalità che poi ha sviluppato in modo esponenziale John Cage, vuol dire inserire, fra le corde del pianoforte, degli oggetti estranei al fine di modificarne il suono. Questo suono, che potrebbe essere inteso come il suono di un clavicembalo, in realtà ho idea che sia prodotto da dei cartoncini infilati fra le corde. Quindi, come ci dice la compositrice Sara Càneva, di cui stiamo cominciando a sentire in sottofondo Dish to Disk, to Dash, eseguito da Schallfeld Ensemble, travestire un suono, metterlo in maschera.

… continua via radio a questo link: Musica in metamorfosi 08/12

alla prossima puntata!

Ringrazio Armando Ianniello per l’aiuto nella trascrizione

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