Beni culturali

Percorso a ostacoli per l’ampliamento di Villa Borghese

19 Maggio 2026

C’è un’idea che fa discutere, per adesso soprattutto tra i palazzo della politica e nell’ambiente della tutela dei beni culturali. È la possibilità di ampliare Villa Borghese con un nuovo building, destinato ad accogliere i depositi e a ospitare funzioni e servizi che oggi faticano a trovare spazio nella palazzina storica, acquisita dal Comune di Roma all’inizio del XIX secolo, con lo scopo di trasferivi la collezione di Scipione Borghese (che stava allora nel palazzo di città). C’è una questione di accessibilità e di sicurezza, c’è la necessità di individuare un’area per decongestionare le attività didattiche, ci sono le mostre di arte contemporanea, che la Galleria Borghese ha ospitato con crescente consenso negli ultimi anni, giocando sul mash-up con le sale la collezione, e che però potrebbero benissimo essere dislocate altrove. C’è la possibilità di creare una struttura dove dislocare parte di un public program sino a oggi abbastanza modesto, anche perché costretto in spazi che pongono molti limiti dimensionali.

C’è però come controcampo Roma.

Ci sono gli aedi della conservazione a tutti i costi, che esprimono preventivamente valori insindacabili, e che si sono mobilitati sin dalla prima ora, senza che i contorni dell’operazione fossero ancora noti all’opinione pubblica. Tomaso Montanari, anzitutto, che ha parlato di uno “scempio”, non potendo fare riferimento a un progetto, a un rendering, a qualche indicazione sulle intenzioni reali. La Galleria Borghese, allo stato delle cose, si è limitata ad avviare una riflessione pubblica, promuovendo uno studio preliminare finalizzato a interrogarsi sulle esigenze del museo negli anni a venire. Questa riflessione dovrebbe sfociare in un concorso internazionale di idee, reso possibile dalla sponsorizzazione tecnica di Proger Spa, per una somma complessiva di 875mila euro, che andranno così spacchettati: 275mila euro coprono la predisposizione della documentazione a base della procedura per la selezione dei progettisti architetti, 500mila per la fornitura del progetto di fattibilità tecnica e 100mila sono destinate ai premi ai successivi graduati.

Proger è una società di ingegneria indipendente. Negli ultimi anni è stata impegnata in operazioni di diffusione dell’arte in Arabia Saudita. La divisione art and culture, che si occupa di engineering culture e servizi di consulenza per programmi di arte pubblica, ha come chairman Francesco Rutelli, che è anche l’interlocutore diretto con le istituzioni. L’ex sindaco di Roma e ministro della Cultura guida la business unit nata per integrare le grandi opere infrastrutturali con la consulenza culturale, la valorizzazione del patrimonio e lo sviluppo urbano. Alla conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa, Rutelli era in compagnia della presidente dell’assemblea capitolina del Comune di Roma Svetlana Celli.

Nei giorni scorsi, il deputato di Fratelli d’Italia Fabio Rampelli (vicepresidente della Camera e architetto) ha posto la questione del coinvolgimento del MIC.  “Esiste una proposta di edificazione dentro Villa Borghese avanzata dal Museo, uno dei quattordici che hanno un riconoscimento in più rispetto agli altri e godono di autonomia gestionale. Solo di autonomia gestionale. Ovvero non hanno licenza di assumere iniziative strategiche, come quella di realizzare un concorso di idee per violare i vincoli cui è sottoposta Villa Borghese (sito d’interesse comunitario). Questa proposta del Museo si è trasformata in un Avviso pubblico, sul quale non mi risulta sia stato coinvolto il ministro per la cultura”.

Rutelli ha replicato di essersi interfacciato in prima persona con il ministero (una sgrammaticatura nelle relazioni istituzionali, perché è la direzione della Borghese che lo avrebbe dovuto fare). In un’intervista a “Repubblica”, alla domanda “Ha parlato del concorso con il sindaco Gualtieri e il ministro della Cultura Giuli?”,  l’ex sindaco ha risposto: “Certamente, con entrambi. Ci sono procedure di legge, è stato fatto un bando pubblico indetto dalla Galleria per la sponsorizzazione che ha portato alla scelta della proposta avanzata da Proger. Poi la giunta Gualtieri ha approvato una memoria, firmata da tre assessori, Smeriglio, Veloccia e Alfonsi, che fissa condizioni precise. I criteri saranno pubblici e trasparenti. Si tratta di un concorso di idee che verranno sottoposte alle Istituzioni, che poi vedranno se e cosa realizzare. Una procedura lineare, un dono alla città”.

Francesco Rutelli, chairman di Proger Art & Culture.
Francesco Rutelli, chairman di Proger Art & Culture.

In Italia, Proger è certamente più conosciuta per l’attività di monitoraggio predittivo delle infrastrutture di viabilità. È infatti responsabile delle ispezioni e sorveglianza di ponti, viadotti e gallerie della rete autostradale. A Roma ha la direzione dei lavori del cantiere del nuovo termovalorizzatore, ed è coinvolta nella progettazione del Ponte sullo Stretto. Ha restaurato il complesso di Palazzo Massari a Ferrara, ha progettato il Museo dell’Automobile di Torino e Palazzo Italia dell’Expo 2015. Nel perimetro societario c’è anche Proger Smart Communication, in cui operano due vecchi rugbisti da pacchetto di mischia come Luigi e Ambrogio Crespi, che stanno seguendo la strategia di comunicazione del progetto di ampliamento. Favorevoli all’ampiamento sono anche i giornalisti Luca Telese (che ha collaborato con i Crespi in passato) e Massimiliano Tonelli, direttore di Artribune. Più scettico appare Stefano Boeri, che ha rimarcato pubblicamente la grande delicatezza del tema.

In attesa della pubblicazione del bando, che dovrebbe essere imminente, il nodo della discussione è il luogo dove dovrebbe sorgere l’edificio destinato ad ampliare gli spazi della Galleria. Ci sono alcune proposte di riutilizzo di strutture preesistenti, a partire dal villino Pincherle, che sembrano però poco convincenti. C’è la questione dei delicatissimi equilibri dell’ecosistema del Parco Urbano, con la sua storia stratificata, il suo stato di semiabbandono, in perenne attesa di una riqualificazione. Una storia non priva di di episodi sconcertanti, anche sotto l’attuale amministraziione, come il collasso del Globe Theatre e la decisione di non ripristinarlo. C’è, ma il tema forse interessa un numero minore di addetti, l’evidenza che la Villa Pinciana e il suo parco, dove sono ancora disseminate le Erme berniniane, costituiscono un organismo monumentale e paesaggistico pienamente coerente non solo sotto il profilo artistico, ma anche per ciò che resta dell’organizzazione originaria dei giardini, ancora intellegibile.

C’è, ed è l’aspetto a parere di chi scrive più controverso dell’operazione, un’ostentata e non del tutto credibile vaghezza d’intenti, che ha portato ieri in conferenza Francesco Rutelli a fare l’esempio del recente ampliamento a East London della Victoria and Albert, che però è stato realizzato nel perimetro del nuovo parco olimpico, a circa un’ora da Kensington. È davvero sul piatto l’ipotesi che il building sorga altrove? Che sia una sorta di “Borghese Modern”, a considerevole distanza dall’edificio storico. Avrebbe senso? I depositi della Borghese non sono, per dimensione e valore, tali da giustificare una dislocazione remota, non in prossimità della Galleria. Sistemati in altra parte della città, non andrebbe a vederli nessuno. Occorre allora forse formarsi prima un’idea di che museo si vorrebbe, dei rischi di duplicazione e sovrapposizione a istituzioni già esistenti (a Roma, oltre alle Gallerie Nazionali Barberini – Corsini, esistono le collezioni Doria, Spada, Colonna, la pinacoteca dei Musei Capitolini, per limitarci alle raccolte di dipinti antichi).

La complessità dell’ampliamento

Fare una seconda palazzina non troppo distante dalla Villa può certamente apparire meno complesso. Ma la possibilità di riutilizzare un edificio già esistente, per quanto possa sembrare di minor impatto, rischia di generare imprevisti a cascata, com’è accaduto a Milano per Palazzo Citterio, che, a fronte dell’acquisizione da parte dello Stato finalizzata allo sdoppiamento di Brera, ci ha messo mezzo secolo ad inaugurare, diventando una leggenda metropolitana. Ed è anche indubitabile – si prenda l’esempio di Porta Nuova a Milano – che i nuovi building generano sempre grande diffidenza, almeno sino a quando non si possa apprezzare almeno la consistenza virtuale di un rendering, di un’immagine. In assenza della quale non si riesce a spiegare molto alla cittadinanza e neppure agli stakeholders e alla comunità professionali di riferimento, e ci si ritrova fatalmente a far leva sull’inadeguatezza degli spazi attuali, sulla difficoltà ad adattarli alle necessità di inclusione, sicurezza, sostenibilità ambientale e soprattutto della qualità della fruizione. Se guardata con gli utensili tecnici della museografia, Galleria Borghese è non da oggi un luogo estremamente problematico, dove persino la tavola della Pala Baglione di Raffaello, sotto la direzione precedente, si era pericolosamente imbarcata, prima del rinnovo degli impianti di climatizzazione.

“Nessuno vuole turbare questo prezioso contesto storico. Con cautela, sensibilità e nel pieno rispetto dei vincoli, vorremmo iniziare a esplorare la possibilità di rendere ancora più accessibile e comprensibile questo patrimonio e chi desidera visitarlo. Non è una questione di numeri, ma di persone; di promuovere, civilmente la possibilità di effettuare una visita più estesa, con meno limiti di tempo, di spazi e di opere da guardare”, ha spiegato la direttrice Francesca Cappelletti, sbarcata alla Borghese nella tornata di nomine volute dall’ex ministro Dario Franceschini, con in curriculum all’epoca soprattutto la ricerca fruttuosa della “Cattura di Cristo” del Caravaggio, oggi ridiscussa da parte della critica, ma che ha lavorato a fondo sulla valorizzazione della collezione e non solo, tra mostre interne di grandi qualità, acquisizion mirate sul mercato antiquario, coinvolgimento dei conservatori e, come dicevamo, apprezzate incursioni nel contemporaneo.

L’iter però resta complesso. A oggi la giunta capitolina non ha dato un via libera definitivo. Si è limitata ad approvare una memoria preliminare per partecipare al tavolo istituzionale. Qualsiasi progetto dovrà superare i vincoli storici e paesaggistici imposti dalla Soprintendenza statale e comunale. Il museo è dello Stato, ma il parco è della città, e il Campidoglio detiene in tal senso un potere di veto assoluto. Quando sarà pronto lo studio di fattibilità tecnico-economica (una data possibile è l’inizio del 2027), dovrà passare per il parere di tutti i decisori. Se uno solo si opporrà, il progetto dovrà essere ripensato, o verrà bloccato.

Per quanto riguarda invece la competenza dello Stato, occorre ricordare che la direzione della Galleria Borghese, in quanto museo statale dotato di autonomia speciale, ha il potere di avviare l’iter amministrativo e accettare sponsorizzazioni, ma la Direzione Generale Musei, guidata da Massimo Osanna, esercita comunque la vigilanza e il coordinamento strategico sull’istituto. Dovrà dunque valutare se l’ampliamento risponda effettivamente alle linee guida nazionali sulla fruizione e la sicurezza dei musei statali. Più “pesante” ancora è il ruolo della Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, che esercita il ruolo (e nel caso il veto) di tutela. Poiché Villa Borghese è un complesso storico monumentale e paesaggistico rigidamente vincolato, qualsiasi intervento edilizio deve ricevere il via libera formale da questa struttura. La Direzione esercita il suo potere decisionale sul campo attraverso la Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma. Sarà proprio il soprintendente statale a dover firmare il nulla osta vincolante sul progetto di fattibilità. Anche in questo caso, se la Soprintendenza ritiene il nuovo edificio incompatibile con la tutela storica, il progetto si ferma indipendentemente dalla volontà del museo. Alla luce di questi processi, la questione che la procedura sia stata incardinata direttamente dalla direzione del museo si risolve a un preliminare. Informato o meno della questione, il ministero dovrà esprimersi in corso d’opera, senza interlocuzioni indirette o mediazioni.

Un iter disseminato d’incognite

Se lo studio di fattibilità tecnico-economica riceverà un primo parere positivo, l’iter per l’approvazione del nuovo padiglione dovrà passare obbligatoriamente attraverso una Conferenza dei Servizi Decisoria (regolata dalla Legge 241/1990). Si tratta di un tavolo tecnico blindato, a cui partecipano tutti gli enti pubblici interessati dal progetto. Per Villa Borghese si siederanno il Ministero della Cultura (con le sue Soprintendenze), il Comune di Roma (con l’Assessorato all’Urbanistica, all’Ambiente e la Sovrintendenza Capitolina), la Regione Lazio (per i vincoli paesaggistici regionali) e i Vigili del Fuoco. Nella Conferenza non vige una regola di “maggioranza semplice”. Gli enti che tutelano interessi sensibili (come l’ambiente, la salute e i beni culturali) hanno un potere di veto assoluto. Se la Soprintendenza Statale o la Sovrintendenza Comunale esprime un dissenso motivato dal punto di vista storico-artistico, la Conferenza non può approvare il progetto. Il rappresentante unico del Comune di Roma (cioè lìente procedente sul territorio) tirerà le somme.

Il quadro normativo che protegge Villa Borghese e la Galleria è il D.Lgs. 42/2004 (Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio). Per autorizzare un nuovo edificio in quell’area, i progettisti dovrebbero superare tre barriere legali e urbanistiche quasi insormontabili, definite dagli esperti come un vero e proprio “dedalo” di tutele. Anzitutto, il  Vincolo Monumentale Diretto (Art. 10 e 20 del Codice): La Galleria Borghese e l’intero parco seicentesco circostante sono dichiarati beni storici di eccezionale interesse. L’articolo 20 vieta espressamente che i beni culturali siano “distrutti, deteriorati, danneggiati o adibiti ad usi non compatibili con il loro carattere storico o artistico”. Le associazioni che si sono espresse contro il progetto sin da ora (come Carteinregola e Italia Nostra) sostengono che scavare o edificare un nuovo blocco di cemento alteri irreversibilmente l’integrità del complesso. C’è poi la Tutela Indiretta / Rispetto del Contesto (Art. 45): il ministero ha la facoltà e il dovere di prescrivere distanze e misure per evitare che sia alterata la visibilità, la luce o l’ambiente di contorno di un monumento. Un nuovo “building” inserito vicino alla prospettiva monumentale seicentesca violerebbe il principio del rispetto del contesto storico ed estetico originario. E infine il Vincolo Paesaggistico (Art. 136): Villa Borghese è tutelata anche come “paesaggio storicizzato”. L’articolo vieta alterazioni dei complessi di cose immobili che hanno valore estetico e tradizionale. Modificare l’armonia tra le alberature storiche e l’architettura originaria richiede un’autorizzazione paesaggistica che difficilmente gli uffici tecnici del Comune e della Regione potrebbero firmare senza rischiare ricorsi amministrativi al TAR.

Proprio a causa di questo sbarramento normativo, molti tecnici ritengono impossibile la costruzione di una nuova volumetria nel parco. Secondo voci in possesso di chi scrive, la soluzione che sta comunque prendendo quota in ambito comunale è quella di bocciare k’idea di costruire un edificio ex novo e virare sul restauro di strutture già esistenti e dismesse, come i villini storici presenti nelle immediate vicinanze del perimetro monumentale. È una via che personalmente non riteniamo realmente soddisfacente. Ma, quasi per una questione di genii, il compromesso a Roma costituisce sovente un valore aggiunto che è come un quoziente d’astrazione, e resta molto difficile percepire pienamente altrove. Noi che ci azzuffiamo nei pacchetti di mischia, dovremmo sempre ricordare che qui ci si ammazza anche per un punto della pallacorda.

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