Letteratura

Ricordare una poeta: Jolanda Insana

L’assiduo e scarnificante lavoro sulla parola di una poetessa controcorrente

18 Maggio 2026

Immagine di Chi è Jolanda Insana, la poetessa pupara

Jolanda Insana (Messina 1937-Roma 2016), laureata in Lettere classiche a Messina, è vissuta a Roma dal 1968. Fu scoperta come poeta nel 1977 da Giovanni Raboni, che presentò la sua raccolta Sciarra amara in una collana da lui diretta per Guanda. Nel 2002 vinse il Premio Viareggio con La stortura, edito da Garzanti, che cinque anni dopo pubblicò la sua opera intera. Altri volumi di interesse e successo furono Turbativa d’incanto (Garzanti 2012) e Cronologia delle lesioni (Luca Sossella 2017). Traduttrice di classici greci e latini e di autori contemporanei, si esibiva con successo in letture pubbliche e performance teatrali, convinta che la vera dimensione della poesia fosse orale, contrapposta a quella scritta, scolasticamente coltivata, sterile e improduttiva, definita da lei “lingua baccalà”. Diceva: “Le parole sono prima di tutto suono, e mi affascinano e legano, come le cose nella loro vitalità e terribilità. Suoni voci e click fanno il linguaggio animale, e comunicano emozioni: fame, paura, desiderio, piacere, affetto, gioia, dolore. In principio anche le bestie umane uggiolarono e guairono. Come a dire che le parole escono dal corpo, hanno il loro centro negli organi del corpo e sulla pelle, prima che nel cervello”. Proprio l’incessante lavorio sulla parola e la sua disarmonica materialità ha contraddistinto tutta la produzione letteraria di Insana, che  innestava nella “terrosa” lingua sicula forme arcaiche e popolari, contaminando generi diversi con il recupero dello stile maccheronico e delle litanie medievali, del tono aulico settecentesco, dell’epigramma, fino al pastiche delle neoavanguardie, nell’esplicita volontà di scardinare la convenzionale medietà dell’italiano parlato, attraverso la sperimentazione espressiva di tutti i registri possibili (sarcasmo, sberleffo, offesa triviale), dei più arditi artifici retorici e la coniazione di imprevedibili neologismi. Definendosi con compiacimento “scannaparole”, “sputafonemi” e “gabbalessemi”, scherniva la deriva del lirismo classicheggiante, neutrale nei contenuti ed esitante nelle forme. In un’intervista del 2003 ad Anna Mauceri aveva affermato con la consueta durezza: “Io ho un orrore per l’io lirico impiccato al suo palo. Orrore che è anche una forma di pudore: non sopporto di stare a guardarmi le ventraglie”. Bersaglio della sua strenua polemica culturale era infatti il poeticume contemporaneo, addirittura la figura del “poeta laureato” celebrante la società borghese, con il suo sentimentalismo stantio e la codificata sessualità: “di minaccia non temo / di promessa non godo / senza tanti cazzi mi tengo l’offesa / e resto con la faccia arrugata / ma non voglio che questa storia / finisca in pisciata”, “il cacasegni sticchioso / risbaldo rubaldo / facendo ciarlamenti frappe e bugie / recinge il suo regno di balordìa / per bettolare a tirapancia / con favolatori di lessi bollenti / e lessemi bolliti // è giocoforza perdìo dare fendenti fonici”.

La prima raccolta Sciarra amara, che la impose già quarantenne all’interesse nazionale, evidenziava provocatoriamente sia nel titolo (“sciarra” in siciliano significa litigio, dissidio, contrasto), sia nell’urticante sottotitolo (Faccia di sticchiozuccherato non aspettarti gioie da minchiapassoluta) la volontà della poeta di recuperare un linguaggio fisicamente concreto, attraverso la deflagrazione del significante per arrivare alla confutazione dei significati più convenzionali. Nella sezione Pupara riprendeva orgogliosamente il “cunto” dei burattinai isolani: ““pupara sono / e faccio teatrino con due soli pupi / lei e lei / lei si chiama vita / e lei si chiama morte / la prima lei percosìdire ha i coglioni / la seconda è una fessicella / e quando avviene che compenetrazione succede / la vita muore addirittura di piacere”, mettendo in scena l’eterno duello tra chi trionfa e chi soccombe, identificato nell’amplesso degli organi genitali.

Tutte le poesie (1977-2006) - Jolanda Insana - copertina

Senza ricorrere direttamente al dialetto, troppo genuinamente autentico per interessarle, Jolanda Insana preferiva la manipolazione parodistica e grottesca dell’italiano, per arrivare all’incandescenza aspra, alla dissonanza disturbante, alla sfida verso la compostezza del bon ton letterario. Ecco dunque le sue invettive violente, il lessico scurrile, la spudoratezza della coprolalia, che avevano anche un indiscutibile obiettivo di ribellione politica e morale. Nei libri successivi, infatti (La stortura, Cronologia delle lesioni) l’indignazione contro il mondo circostante produsse versi animati dalla denuncia non solo dei pregiudizi, delle ipocrisie e delle regole borghesi, ma più solidamente delle ingiustizie e sopraffazioni sociali, affrontando argomenti come le migrazioni, il femminicidio, la corruzione: “Vengono dai tropici e dall’equatore / da deserti savane e foreste / alture e pianure / in cerca di pastura – / vengono da guerre genocidi e carestie / da terremoti tirannie e maremoti / e in fuga vanno per terre straniere”; “vecchi padri / incarogniti e ubriachi di viagra / che ammazzano le mogli e si mangiano i figli”; “il fango di Sarno dispiega la forma della mente del paese / e mentre si indaga sul magistrato / che denuncia ricatti e confusione / scappa il condannato per mafia bancarotta eversione”. Le coltellate che Insana si vantava di saper fendere (“quand’è il caso / mi calo la visiera / e do coltellate di bellezza”), appassionata pasionaria in cerca di verità annebbiate da una finta decenza collettiva, erano rivolte non solo alla storia, ai rapporti personali, al decadimento etico, ma anche al destino di dolore che perseguita gli esseri umani, nel male del corpo e dell’anima, per lei concretizzatosi nell’infermità alla bocca come nella morte della madre, nel terremoto di Messina come nell’amore mai ricambiato.  Diventava sofferenza metafisica, contro cui è vano ribellarsi: “nessuna lusinga / il male tutto alliffato truccato griffato / addirittura buonista / e rincuorati dall’eco di piccoli // passi pensiamo / che riusciremo ad aprire la finestra / smontate le impalcature e sciolti i velami / e però la coscienza non ha modo / di sogguardare il fondo e sondare pilastri / finché regge la casa / e ogni condomino si mantiene a galla”.

 

 

JOLANDA INSANA, TUTTE LE POESIE (1977-2006), GARZANTI, MILANO 2007. Pagine 663

 

 

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