Una rappresentazione postmoderna del Misantropo di Molière.
18 Maggio 2026
Gli ultimi versi di Alceste nel Misantropo di Molière dicono:
Trahi de toutes parts, accablé d’injustices, Je vais sortir d’un gouffre où triomphent les vices ; Et chercher sur la terre un endroit écarté Où d’être homme d’honneur on ait la liberté.
(Tradito da tutte le parti, oppresso dalle ingiustizie,
Uscirò da un abisso dove trionfano i vizi;
E cercherò sulla terra un angolo appartato
dove di essere un uomo d’onore si abbia la libertà)
Vincenzo Zingaro cerca, apparentemente, di ammorbidire questa ricerca di isolamento. Alceste poco prima aveva chiesto alla donna amata, Célimène, di seguirlo. Ma la donna si rifiuta di seguirlo nell’orrore di un simile deserto:
La solitude effraye une âme de vingt ans. Je ne sens point la mienne assez grande, assez forte, Pour me résoudre à prendre un dessein de la sorte.
(La solitudine spaventa un’anima di venti anni.
Non sento affatto la mia così grande, così forte,
a risolvermi di prendere un disegno di tal sorte).
Alceste capisce il proprio abbaglio, Célimène non è solo la donna sbagliata per lui. ma un’anima del tutto estranea a ciò che lui sente di essere, a chi, anzi, vuole essere e chiede che sia chi sceglie di vivere con lui:
Non, mon cœur à présent vous déteste,
Et ce refus lui seul fait plus que tout le reste. Puisque vous n’êtes point, en des liens si doux, Pour trouver tout en moi, comme moi tout en vous, Allez, je vous refuse ; et ce sensible outrage De vos indignes fers pour jamais me dégage.
(No, il mio cuore al presente vi detesta,
E questo rifiuto da sé fa più di tutto il resto.
Poiché voi non siete affatto, in legami così dolci,
Al punto di trovare tutto in me, come io tutto in voi,
Andatevene, io vi rifiuto; e questo sensibile oltraggio
Dalle vostre indegne catene mi svincola per sempre).
Annalena Lombardi e Vincenzo Zingaro
È un finale quasi tragico. La separazione degli amanti. Come nella conclusione della Bérénice di Racine. Che è una tragedia. Senza morti, senza spargimento di sangue, ma che finisce con una separazione che per entrambi è la fine di un rapporto che ci si illudeva eterno. Come sarà il suicidio di Werther, alla fine del romanzo. E proprio Goethe, di fatti, osserva come la comicità di Molière si sviluppi da un sentimento tragico della vita, se il tragico consiste nell’inconciliabilità di un conflitto. La soluzione positiva della vicenda è un debito al genere teatrale della commedia, non della vita, e si realizza di solito nell’unione matrimoniale degli amanti. Nel Misantropo questa soluzione è invece negata al protagonista e spostata su due personaggi secondari, Éliante e Philinte, i quali convoleranno a desiderate nozze. Il misantropo, l’odiatore del genere umano resta escluso, isolato. Condannato alla solitudine. Il che getta un velo oscuro su tutta la vicenda. Alceste non è un personaggio positivo, ammirato dal poeta. le sue ragioni sono giuste, il suo sdegno per la corruzione sociale ammirevole. Ma anche lui esagera, è affetto dalla monomania di una passione: il disprezzo degli altri. Per Molière anche chi ha ragione, anche chi vede con chiarezza i mali della società, sbaglia se eccede nella sua critica, se trapassa i limiti del giusto giudizio e trascende nella superbia del rigore morale assoluto, come se solo lui fosse capace di attuare in terra la giusta misura di una morale, quando invece il suo eccessivo rigore finisce per rivelarsi un vizio di superbia. Ecco, il vizio, qualunque vizio, è appunto travalicare la misura in cui deve contenersi ogni azione giusta. Anche il misantropo è una figura comica, ridicola, quando il suo odio per l’ingiustizia si fa odio per gli ingiusti, odio per chiunque non ubbidisca al suo inflessibile e astratto codice di ciò ch’è morale e ciò che non lo è.
Vincenzo Zingaro, che ha messo in scena la commedia al Teatro Arcobaleno di Roma, ricoprendo il ruolo del protagonista, ha attenuato – ripeto: apparentemente – questa severa condanna degli eccessi, anche da parte di chi è fondamentalmente giusto, morale, appunto, come si autoproclama, un “homme d’honneur”. Célimène, alla fine, cede, e accetta di seguire Alceste nel suo ritiro solitario. Questo assenso non è scritto da Molière, è aggiunto da Zingaro. Non so se ciò rientri nello spirito della commedia che voluto costruire Molière, ma certo funziona assai bene nell’idea che Zingaro ha impostato per tutta la vicenda. Quando si apre il sipario appare un quadro di figure immobili con una maschera sul volto e a parte, seduto su una poltrona, Alceste, con il capo reclino come di chi si sia improvvisamente addormentato. Si accendono le luci, gli attori si levano le maschere, restano sulla scena solo due attori, Zingaro che impersona Alceste e Giovanni Ribò nella parte di Filinte: comincia la commedia.
Philinte
Qu’est-ce donc ? Qu’avez-vous ?
Alceste, assis.
Laissez-moi, je vous prie.
(Philinte: Che c’è dunque? che avete? Alceste: Lasciatemi, vi prego.)
La commedia a questo punto si rivela un sogno o forse un incubo di Alceste. Ma dopo l’assenso di Célimène a seguirlo, la scena ripiomba nel buio, gli attori si bloccano nelle posture dell’inizio, Alceste risprofonda nell’incubo, è un sogno, solo un sogno, anche l’assenso della donna amata a seguirlo. La commedia sembrava assumere all’inizio un andamento farsesco, caricaturale, sia per il trucco degli attori che per la loro recitazione estraniante, quasi da teatro di marionette. Il che potrebbe sembrare estraneo al fondamentale naturalismo – un naturalismo, comunque, sempre inserito nell’impostazione di una scrittura classica, che a noi moderni appare già quasi neoclassica – del teatro di Molière. Ma non si riflette mai abbastanza che Molière trasse anche più di uno spunto dalla sua esperienza in una troupe di Commedia dell’Arte italiana, e che la sua maschera era quella di Sganarello. Come più tardi Goldoni che gli deve molto, Molière assimila la tecnica drammaturgica dell’Arte, la sua capacità di condensare in un gesto, una battuta, il carattere di un personaggio, ma soprattutto la consequenzialità quasi meccanica dello svolgimento di un intreccio. In tal senso la scena della lettura delle lettere in cui viene smascherato il doppio gioco di Célimène è un capolavoro d’intrigo teatrale. Ma il senso di questa recitazione caricaturale acquista senso via via che procede l’azione. Niente di caricaturale, infatti, caratterizza più la scena del disvelamento delle lettere, o l’umanissima amarezza delle battute finali di Alceste. Il fissarsi poi dei personaggi nelle pose iniziali delle figure mascherate e bloccate in un immobile gesto riconduce la rappresentazione alla fantasmagoria di un sogno o piuttosto di un incubo, nel quale rientriamo non senz’angoscia. Ecco allora che il sostrato tragico della comicità molieriana riacquista tutto il suo peso. E quel salotto senza tempo – del seicento, della fin de siècle, di oggi, in una qualunque repubblica del post moderno? – si fa specchio o simbolo dell’attuale insignificanza, un vero incubo, della legge, delle regole, sostituite dalla prevaricazione dell’abuso, della finzione, del doppio gioco. Un classico, come scrive Calvino, non è un autore del passato, ma qualunque autore che con una lingua di ieri o dell’altro ieri oppure anche di oggi, ci parla dell’oggi. Una simile idea di teatro non può essere realizzata che da attori affiatatissimi e che si corrispondano le battute al secondo. E questo attuano, oltre ai già nominati Zingaro e Ribò, Annalisa Lombardi, nella parte di Selimene, come con traslitterazione ortoepica e non ortografica è chiamata nell’adattamento di Zingaro il personaggio di Célimène, Piero Sarpa in quella di Oronte, Laura De Angelis, Arsinoè, Fabrizio Passerini, Acaste, Rocco Militano, Clitandro, Sina Sebastiani, Eliante, e Paolo Oppedisano, Basco. Le scene dello stesso Zingaro e i costumi di Emiliana Di Rubbo, bene disegnano l’atmosfera onirica della commedia, il nessun luogo e il nessun tempo dell’azione. un living room borghese del primo novecento, ma che può alludere allo spazio di conversazione anche di piccoli borghesi dei Parioli o di Vigna Clara, che acquistano i mobili in qualche negozio di affermata celebrità. Giustamente estranianti anche le musiche di Giovanni Zappalorto.
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