Cinema

The Odyssey

Musica raffinata e pop, cast stellare, iconografia splendida, la città da assediare è Hollywood. Un film che cancella sia l’attualità che l’Odissea.

27 Luglio 2026

Ho visto The Odyssey di Christopher Nolan.
Il film mi è piaciuto molto. L’iconografia è raffinatissima. L’Itaca scozzese è la vera Itaca del regista, così diversa dalla città murata di Ilio degli studios. E penso che la chiave interpretativa sia questa. La città da assediare per Nolan è Hollywood. Itaca è le sue radici, immaginarie prima di tutto. Nolan mette il suono delle scogliere della Scozia nelle scelte musicali, musica concreta ed elettronica, rap e trap. Tecnica allo stato dell’arte, film completamente girato in IMAX 70 mm, il più performante dei formati, ad altissima qualità fatto per prendere tutto il campo visivo. La colonna sonora è miracolosa, pop quanto basta pur mantenendo un registro sofisticato e autentico per un orecchio più avvertito. L’iconografia è superba, dalle zattere di Delacroix, al Nettuno di Goya che diventa Polifemo; Agamennone è evidentemente Batman, una autocitazione. La grotta di Polifemo è proprio quella della foto dell’edizione inglese della più importante traduzione ottocentesca dal greco, fatta da Samuel Butler in prosa, ormai illeggibile per chi conosca l’inglese attuale. Il lavoro di riscrittura è basato sulla traduzione filologica in prosa più premiata degli ultimi tempi, quella di Emily Wilson. Questa traduzione è anche la prima integrale firmata da una donna. Cast femminile stellare, Zendaya come Athena, credibile quanto una riproduzione meccanica di una gondola carillon. Anne Athaway è una Penelope giustamente arrabbiata e che si annoia da morire a fare e disfare questa tela benedetta, arrivata senza marito pur da regina alla mezza età. Mentre la modernità letteraria di Odìsseo è rappresentata dai numerosi flashback e dal flusso di coscienza, omaggio a Kubrick, adorato. I rimorsi che ritornano nella lenta ripresa sulla spiaggia con Calipso sembrano quelli del soldato di Full Metal Jacket. E la ninfa Calipso è una specie di allenatrice Californiana di Calistenics travestita da pescatrice di naufraghi e sarde. E da qui iniziano le numerose faglie che ho sentito aprirsi nel mio immaginario.

Da un lato, profonda ammirazione per Nolan che prende un testo sacro del Canone occidentale e lo appropria senza remore, con una disinvoltura da maestro. Mentre in Italia la cosa migliore che riusciamo a fare è prendere la devozione all’arricchimento facile senza più lavoro e riderci su con Checco Zalone o piangerci addosso con le Città di Pianura. I tempi di Pasolini sono belli lontani.

Dall’altro ho provato un profondo disagio. In The Odyssey, del dramma mediterraneo del ritorno non c’è traccia. Questo Odìsseo anglosassone è più vicino all’Ulisse dantesco che torna solo per ripartire e tornare a spingere altri uomini. Ma questo bel tomo palestrato, Matt Damon, non ha il senso morale del limite, egli vuole solo stare bene con l’amata Penelope e partire in crociera con tanto di foto ricordo. Per non dire della figura tragicomica di Telemaco. Il giovane principe sembra più un Re Carlo che ce l’ha fatta perché la madre ha preferito il viaggio del venticinquesimo con il reduce, e chi s’è visto, s’è visto. E per non dire delle scene erotiche da casa borghese del giorno prima della partenza. Ma va bene.

Insomma, alla fine del film mi sono accorta che in me dopo anni di serie Netflix, crossmedialità e altre disgrazie, della persona raffinata che ero, capace di ripetere a memoria i cori di Antigone, non rimane più nulla. Penso che dopo questa riduzione di Odìsseo all’etica mediocre di un piccolo borghese reduce del Vietnam che fa ginnastica con Calipso e torna da mendicante solo perché ha paura che la moglie lo abbia tradito, io riprenderò a studiare letteratura greca per salvare la mia sanità mentale. E vedere se qualcosa del mio immaginario esiste libera dai blockbuster.

Infine il significato politico, forse l’unica parte consolante. Il ritorno a casa dopo una guerra vera non è facile, nemmeno difficile, è impossibile. Perché nessuno torna uguale da una guerra, e nemmeno se a casa tua non c’è stata e tu l’hai vinta, troverai la gentilezza che hai lasciato perché l’odio della guerra è un virus. E la colpa non è degli altri, ma è responsabilità di chi le guerre le decide. Forse sarebbe stato più onesto scegliere Gaza e Gerusalemme o l’Ucraina e parlare di un reduce senza scomodare Omero. Ma questo evidentemente è impossibile, pure per Christopher Nolan.

Evviva Nolan, un Dio della mistificazione. Il regista perfetto per i nostri tempi. Da Oscar!

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