Letteratura
Il modem nomade
Storia di una disavventura tecnologica
Mambretti ha lavorato per trentadue anni nella stessa Azienda di telecomunicazioni. Adesso è in pensione, vive a Milano con Marina, la sua compagna, e coltiva con metodo due hobby: dire “ai miei tempi” e aggiustare cose che non sono rotte.
Un martedì di giugno, Marina annuncia: “Ho fatto il contratto internet nomadico. Con la tua ex azienda.”
Mambretti si illumina. Finalmente un’occasione per sfoderare competenza. “Ah, il nomadico! Ottima scelta. Ai miei tempi lo chiamavamo… beh, non lo chiamavamo, perché non esisteva. Ma il concetto c’era.”
Il concetto, secondo il volantino patinato che Marina gli mette sotto il naso, è semplice: un modem bianco, grande come un tostapane triste, che puoi portarti dove vuoi. A casa in città prendi la linea. In montagna, nella casa in Val Rendena, prendi la stessa linea. Nomadico, appunto.
Partono.
Montagna, aria buona, fresco.
Marina apre la borsa del modem.
Lo attacca alla presa. Il modem fa una lucina rossa che lampeggia, ma non diventa azzurra. Niente internet.
Marina chiama il servizio clienti. Primo numero, quello commerciale.
Venti minuti di musichetta. Non una musichetta qualsiasi: una versione in stile bossa nova di un jingle pubblicitario degli anni ’90 della stessa azienda. Mambretti la riconosce. “Questa l’abbiamo lanciata nel ’98! L’ha scritta uno del marketing che poi è diventato buddista.”
Finalmente risponde Jessica
Marina spiega: “Modem nomadico, città ok, montagna no.”
Jessica, con la sicurezza di chi ha un copione davanti, sentenzia: “È un disservizio tecnico. Deve chiamare il tecnico.”
“No, aspetti, lei è il commerciale?”
“Esatto. E il problema è tecnico. Arrivederci.”
Tu-tu.
Marina chiama un secondo numero, quello del servizio tecnico.
Altri venti minuti. Stavolta la musichetta è la stessa, ma in versione trap. Mambretti batte il piede a tempo, suo malgrado.
Risponde un tecnico che si presenta come Christian:
“Signora, guardi, io vedo che il suo contratto è fisso.”
“Come fisso? Mi hanno detto che potevo spostarlo!”
“Eh, le hanno detto bene. Ma non lo hanno attivato bene. È un problema commerciale. Deve richiamare il commerciale.”
Marina chiude gli occhi.
Mambretti stacca la spina del modem e la riattacca. Niente, la lucetta lampeggia, poi si spegne. Terza chiamata. Commerciale. Venti minuti. Mambretti ormai canticchia il jingle. Marina ha finito le parole crociate della Settimana Enigmistica.
Risponde un’altra operatrice, stavolta con tono da veterana di guerra.
“Signora Marina, ho capito tutto. Apriamo un ticket. Sistemiamo.”
“Quanto ci mettete a risolvere?”
“Quindici giorni lavorativi.”
Marina fa due rapidi calcoli. La vacanza in montagna dura quindici giorni. Esattamente.
“Quindi quando torniamo a Milano non funzionerà e dovrò aspettare altri quindici giorni?Possibile che funzioniate così male?”
“Signora, non se la prenda con me, io sono l’ultima ruota del carro.”
A quel punto Marina, si gira verso Mambretti ed esplode:
“MA IN CHE RAZZA DI AZIENDA HAI LAVORATO PER TRENTADUE ANNI?!”
Mambretti si stringe nelle spalle:
“Non era così ai miei tempi. E poi, come sai, non lavoro più lì da un bel po’.”
Marina lo guarda, dal modem alla sua faccia, dalla sua faccia al modem. Poi sbuffa:
“Ho capito. Sono sempre i migliori che se ne vanno.”
Mambretti annuisce. Poi, con un gesto rapido fa le corna, si tocca, e stacca di nuovo la spina del modem.
La lucina rossa, per un attimo, diventa azzurra. Poi torna rossa.
“Visto?” dice Mambretti trionfante. “Un cenno di miglioramento. Ai miei tempi lo chiamavamo progresso.”
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