Filosofia

Simone Weil riletta da un filosofo laico

Bellezza e dolore, silenzio e amicizia nella mistica francese Simone Weil

24 Luglio 2026

Byung-Chul Han - CCCB

Un dialogo inatteso, ma per questo tanto più affascinante, quello proposto dalle edizioni romane Nottetempo con il titolo Parlare di Dio, che vede protagonisti la filosofa e mistica francese Simone Weil (1909-1943) e il pensatore sudcoreano-tedesco Byung-Chul Han (Seul 1959).

Han è uno dei filosofi più letti e tradotti al mondo, oggi docente all’Università delle Arti di Berlino, dove insegna teoria della cultura, occupandosi principalmente di comunicazione di massa, ma alla luce dei propri interessi etici e di critica sociale. Tra i suoi volumi di successo: Contro la società dell’angoscia, La salvezza del bello, La società senza dolore, in cui contesta il culto dell’individualismo, dell’esposizione di sé, della feticizzazione del mercato. Può sembrare strano che l’esistenza vivace, fertile, acclamata di Han trovi una corrispondenza affettiva, intellettuale e spirituale con una donna che un secolo fa si è lasciata morire di inedia per solidarietà con gli internati nei campi di sterminio, un’ebrea che rifiutava l’ebraismo e una cristiana senza battesimo che contestava la Chiesa, riconoscendosi però in Francesco d’Assisi. Eppure la Weil risulta essere un riferimento elettivo importante per l’autore di queste pagine, così come afferma nella prefazione: “Qualche tempo fa, Simone Weil è venuta a stare dentro di me. Si è sistemata nella mia anima. Ora continua a vivere e a parlare in me. Ho avviato un fervido dialogo interiore con lei… Così, a quasi cento anni di distanza, posso fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, al di là dell’immanenza dell’informazione e della comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere”.

Il volume si apre con un’appassionata riflessione sulla crisi attuale della religione, dovuta non tanto a disaffezione verso l’apparato ecclesiastico, i suoi dogmi e riti, quanto al declino dell’attenzione, per cui le persone hanno sostituito il guardare, l’ascoltare, il contemplare, il meditare e il pregare con l’ingordigia di “immondizia informativa e comunicativa, visiva e sonora”. Il trascendente ha perso valore rispetto all’immanenza materialistica, al desiderio insaziabile, alla volontà di cercare e di trovare, che si contrappongono alla grazia dell’attesa, del non agire contemplativo. L’attivismo distrae dalla verità, e “Dio è l’attenzione senza distrazione”, scriveva Simone Weil. L’attenzione è affinamento della coscienza, è svuotarsi di sé per mettersi a disposizione di altro, dell’Altro: è la forma più alta di preghiera.

Byung-Chul Han si riallaccia poi al concetto weiliano di decreazione, cioè dell’annullamento del sé, della rinuncia all’Io per partecipare invece all’assoluta potenza divina, divenendo co-creatori con Dio. “Dio mio, concedetemi di diventare nulla”, ripeteva Weil nel suo profetico estremismo. Tra i motivi che portano alla crisi della religione vi è infatti, oltre al decadimento dell’attenzione, un “Io” che si esalta, celebrandosi ed esibendosi, quando dovrebbe invece – svuotandosi, astenendosi dall’affermarsi –, annullarsi in Dio per arrivare alla pienezza dell’essere. L’Io riduce la visione del mondo, imponendosi come esercizio di potere e di dominio sul tempo.

Altri e fondamentali sono i temi chiave della riflessione weiliana che Byung-Chul Han recupera nel volume, intrecciandoli al proprio pensiero di critica sociale e filosofica della contemporaneità: i concetti di vuoto, di silenzio, di inazione rispetto alla frenesia di attivismo, di auto-promozione, di iper-comunicazione, di appropriazione e consumo di merci che caratterizza l’attualità. E, al contrario, la rivalutazione della bellezza e persino del dolore (“indispensabile per passare dal tempo all’eternità”), come strade che portano al superamento della superficialità.

Simone Weil – Casa editrice Chiarelettere

Il volume “Parlare di Dio” ci offre l’opportunità di (ri)leggere e meditare, attraverso la sintesi formalmente equilibrata e lineare dell’autore, alcuni brani coinvolgenti e talvolta addirittura destabilizzanti di Simone Weil, che nella sua breve ed esemplare esistenza ha costantemente mantenuto uno sguardo rivolto alla perfezione da raggiungere nella spiritualità e nella trascendenza. Basterà, nello spazio concesso a un breve articolo, riportare a mo’ di aforismi alcune lapidarie definizioni della mistica francese.

“Il vuoto rende l’anima ricettiva nei confronti della grazia… presuppone un abbandono del voler-si… si presenta come una “corrente d’aria” capace di elevarci nelle alte sfere dell’essere”. “L’amicizia è soprannaturale in quanto rinuncia a qualsiasi incorporamento dell’Altro. Essa non mangia, bensì guarda… è quel miracolo in virtù del quale un essere umano accetta di guardare alla dovuta distanza e senza accostarsi l’essere a lui necessario quanto il nutrimento”. “Solo l’esperienza del silenzio ci conduce a Dio. Il silenzio delle cose, il silenzio dei rumori è un riflesso del silenzio di Dio: ascoltare il silenzio di Dio in tutti i rumori. Come potremmo ascoltare il silenzio di Dio se i rumori di quaggiù volessero dire qualcosa? … essi non vogliono dire assolutamente nulla”.“L’inazione non produce nulla, si sottrae alla prestazione e all’efficienza, è sforzo senza finalità, azione non agente. Solo il fare senza scopi, il fare senza per-fare è poetico”. “Com’è possibile che il pensiero umano abbia per oggetto altro dal pensiero? … L’oggetto del pensiero umano è, anch’esso, pensiero”. “Il dolore è uno strumento di discriminazione dell’autentico e dell’inautentico nella manifestazione del vivente… Un dolore che, a forza di esser puro e senza che nulla sia aggiunto, pacifica”. “La bellezza è reale presenza di Dio nella materia… Nel Bello – per esempio il mare, il cielo – c’è qualcosa di irriducibile. Come nel dolore fisico. Lo stesso irriducibile. Impenetrabile per l’intelligenza. Esistenza di cosa altra da me”.

 

 

BYUNG-CHUL HAN, PARLARE DI DIO – NOTTETEMPO, ROMA 2026

Traduzione di Simone Aglan-Buttazzi. Pagine 132

 

 

 

 

 

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