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Il Rumore del Lutto Festival: i direttori artistici raccontano genesi e sviluppo della rassegna

Il Rumore del Lutto Festival nelle parole del suoi direttori artistici Maria Angela Gelati e Marco Pipitone

6 Ottobre 2026

Compie vent’anni Il Rumore del Lutto Festival, la prima e più importante rassegna italiana dedicata alla cultura della Death Education. Dal 26 settembre al 15 novembre torna a Parma – dove continua a mantenere il suo cuore pulsante – per estendersi poi in altre città italiane e, per il secondo anno consecutivo, fino a Los Angeles attraverso le sue speciali Experience. In occasione del ventennale abbiamo intervistato i direttori artistici Maria Angela Gelati e Marco Pipitone di questo Festival.

Il Rumore del Lutto compie vent’anni: qual è stata l’intuizione originaria del Festival e come si è trasformata nel tempo la vostra idea di “Death Education”?

L’intuizione è stata dare uno spazio pubblico a qualcosa che riguarda tutti e che troppo spesso ciascuno affrontava da solo. Abbiamo messo in dialogo le nostre competenze, la death education e la ricerca musicale e artistica, perché il lutto potesse trovare parole, ascolto e forme di espressione anche fuori dagli ambiti specialistici. Dal 2007 questa intuizione è diventata un lavoro culturale continuativo. La death education ci interessa sempre più come educazione alla relazione: imparare a riconoscere il limite cambia il modo in cui abitiamo il tempo, ci prendiamo cura degli altri e affrontiamo le separazioni. Il Festival offre occasioni per cominciare a farlo insieme.

Il tema scelto per questa edizione è “LODE”, intesa come gratitudine e riconoscimento del valore della vita. Perché avete scelto proprio questa parola e in che modo dialoga con la riflessione sulla morte e sul lutto?

Dopo vent’anni sentivamo il bisogno di interrogarci su ciò che merita il nostro riconoscimento. Lode è una parola impegnativa: chiede attenzione, ci invita ad accorgerci del valore di una presenza mentre possiamo ancora incontrarla. Il lutto rende dolorosamente evidente quanto una vita abbia contato nella nostra. Da qui nasce la domanda dell’edizione: possiamo imparare a riconoscere quel valore anche prima della perdita? La gratitudine, però, non può essere prescritta a chi soffre. Nessuno deve sentirsi obbligato a trovare un bene nel proprio dolore. Vogliamo lasciare spazio anche alla rabbia e al silenzio: la lode ha senso se può convivere con la complessità dell’esperienza.

L’edizione 2026 è dedicata a Francesco d’Assisi, a ottocento anni dalla sua morte. Quali aspetti del suo pensiero vi sembrano più urgenti e attuali per la società contemporanea?

Ci interessa la radicalità con cui Francesco mette in relazione l’essere umano con ciò che lo circonda. Chiamare fratello o sorella le creature, fino alla morte, modifica la posizione da cui guardiamo il mondo: ci riconosciamo parte di una vita che non possediamo. È un pensiero che interroga la nostra idea di autonomia e la difficoltà ad accettare la dipendenza reciproca. Come Festival laico, incontriamo Francesco rispettando la matrice religiosa della sua esperienza e aprendone le domande a sensibilità diverse. La sua capacità di avvicinarsi alla fragilità ci riguarda ancora: quale posto concediamo a chi soffre, a chi ha bisogno di cura, a ciò che non possiamo controllare?

Il programma accosta concerti, performance, convegni, passeggiate nei cimiteri, laboratori e incontri spirituali. Qual è il criterio che guida la scelta di linguaggi e artisti così diversi tra loro?

Ogni proposta deve avere una ragione precisa per entrare nel Festival: la forza di una ricerca artistica, una domanda che solleva, il modo in cui ci aiuta ad avvicinare un’esperienza. Un concerto può raggiungere qualcosa che una spiegazione lascia intatto; un laboratorio può dare forma a una domanda rimasta inespressa. Ci guidano la qualità e il legame con il tema dell’edizione, insieme alla convinzione che persone diverse possano trovare accesso attraverso linguaggi diversi. Gli artisti conservano la propria autonomia: ci interessa ciò che il loro lavoro può aprire, anche oltre le nostre intenzioni. Come direzione artistica mettiamo in relazione queste esperienze, lasciando al pubblico la libertà di interpretarle. Anche lo spaesamento ha valore, quando ci porta a guardare diversamente qualcosa che credevamo di conoscere.

Tra gli appuntamenti figurano artisti internazionali come Diamanda Galás, Marc Almond, Julia Kent e Stefano Mancuso. In che modo la loro presenza contribuisce ad ampliare il discorso del Festival oltre i confini della cultura specialistica?

Portano modi molto diversi di interrogare la vita. Galás espone la forza e la ferita della voce; Almond attraversa il desiderio, la perdita e le zone meno pacificate dell’esperienza; Kent apre nell’ascolto uno spazio che non richiede subito parole. Mancuso, dal versante scientifico, ci invita a ripensare il nostro posto nel mondo vivente. È proprio questa pluralità a rendere il discorso accessibile a pubblici diversi. Si può arrivare per un artista amato e incontrare una domanda inattesa. L’arte ha questa capacità: permette di avvicinarsi a un’esperienza difficile senza doverla prima definire o raccontare agli altri.

Il Festival si sviluppa in luoghi fortemente evocativi — dai cimiteri ai musei, dalle abbazie agli ospedali — e si estende anche a Los Angeles. Quanto conta il rapporto con i territori e con gli spazi nel costruire l’esperienza del pubblico?

Un luogo cambia il modo di ascoltare e di stare insieme. In un cimitero la memoria ha nomi e una presenza concreta; in un ospedale la cura appartiene alla quotidianità; un museo mette in relazione il nostro tempo con ciò che ci precede. Per questo gli spazi partecipano alla costruzione degli eventi, fin dalla progettazione. Anche l’incontro con territori lontani, come Los Angeles, ha valore quando nasce da relazioni e sensibilità locali. Ogni comunità ha modi propri di vivere e rappresentare la perdita. Ci interessa ascoltarli e costruire uno scambio: il Festival cresce anche attraverso ciò che altri luoghi gli insegnano.

I laboratori nelle scuole, le attività con la terza età e i progetti dedicati alle “compassionate communities” sono tra gli impegni più significativi della manifestazione. Quali reazioni raccogliete da questi pubblici e quale cambiamento vorreste lasciare dopo ogni incontro?

Le reazioni hanno tempi e forme diverse: una domanda diretta, il desiderio di raccontarsi, una resistenza o un silenzio che va rispettato. Con i più giovani servono parole comprensibili, adeguate all’età, e adulti capaci di accogliere le loro domande; con le persone anziane è fondamentale riconoscere l’unicità delle loro storie, senza presumere che l’esperienza le abbia preparate a ogni perdita. La death education aiuta a dare parola alla finitezza e alle emozioni che suscita, creando occasioni per comprenderle e condividerle lungo tutto il corso della vita. Vorremmo che ogni incontro lasciasse una maggiore libertà di parlare, chiedere aiuto e stare accanto a chi soffre, anche quando mancano le parole. Le comunità compassionevoli crescono quando questa consapevolezza diventa una responsabilità condivisa: una scuola che accompagna un alunno in lutto, un vicino che mantiene il contatto, una rete che sostiene chi si prende cura di una persona fragile. È in questi gesti quotidiani che il lavoro educativo diventa cultura della cura.

Link al programma del Festival

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