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Filosofia

Su internet, croce e delizia

Riflessione a largo raggio sulle potenzialità e sui rischi del web, ripensando alla sua evoluzione.

21 Settembre 2026

Quando venne in Italia Hemingway, una delle prime cose che notò era che tanti italiani avevano un manoscritto nel cassetto e pochi leggevano. Un tempo però i manoscritti venivano tenuti con discrezione nel cassetto, mentre oggi, croce e delizia, vengono pubblicati a pagamento o autopubblicati. 6 italiani non leggono un libro in un anno. Dai tempi di Tullio De Mauro, a oggi si registra un graduale impoverimento linguistico e i giovani hanno minori competenze testuali rispetto ai loro padri. Siamo all’apice della civiltà dell’immagine, della razionalità tecnologica. Quindi non c’è da stupirsi. Un tempo gli italiani per sfogarsi scrivevano sui muri, nei bagni pubblici e lettere ai direttori dei giornali. Oggi anche la libertà di espressione è al suo vertice. Godiamo di una libertà di espressione impensabile e inimmaginabile solo trent’anni fa. Oggi chiunque può dire la propria, rispettando la legge e gli standard della community, oppure aprire un blog personale. Esistono anche case editrici che lavorano con la stampa su richiesta o print on demand (stampano anche pochissime copie su richiesta): zero scorte nel magazzino e il just in time editoriale è servito. Per chi vuole dire la propria e uscire fuori dalla sua bolla social ci sono siti molto visitati di giornalismo partecipativo in cui scrivere. Insomma ci sono tante possibilità che decenni fa non c’erano.

Oggi un gruppo di amici, appassionati di poesia, può aprire un literary blog, smanettando con html, WordPress, css, javascript, plugin e widget, avendo anche un buon riscontro di visite. Oppure un gruppo di letterati, non avendo competenze informatiche, con il crowdfunding o dividendosi le spese può acquistare un dominio, pagare una web agency, un esperto di seo e farsi un sito molto popolare. Poco più di venti anni fa era più semplice: c’erano tanti siti di hosting gratuito, pronti a dare tanto traffico di banda e spazio web, oggi impensabili (oggi il miglior hosting gratuito è Altervista). Nei primi anni duemila c’erano i forum. Quindi ci fu il boom delle blog star. Ricordo in una trasmissione televisiva una conduttrice che chiese a un esperto: “ma secondo lei farsi un sito personale è da megalomani saccenti, mentre aprire un proprio blog è da intellettuali di sinistra?”

I pionieri italiani del web, seppur con una buona dose di espertismo paternalistico, cercavano di diffondere la conoscenza gratuitamente con i loro siti, talvolta facendo propaganda. Oggi altrettanto gratuitamente ci sono Academia.edu e Researchgate, così come ci sono siti come Internet archive, Larecherche e Liber Liber, che pubblicano ebook gratis.

Oggi i blog più importanti sono quelli collettivi, che hanno diversi collaboratori e una redazione, che si suddivide i compiti. Nei primi anni duemila bastava avere una conoscenza minima di html, inserire i metatag e il gioco era fatto. Poi per posizionarsi su Google venne la link popularity (la quantità di link a un sito), quindi il page rank (la quantità ma anche la pertinenza e l’autorevolezza dei link). Oggi gli esperti cercano di studiare gli algoritmi ignoti di Google. Ma tutto ciò potrebbe complicarsi perché sempre più persone non chiedono a Google ma all’intelligenza artificiale. Per aziende e privati importante è comparire oggi nella prima pagina di Google. Professionisti, imprenditori, artisti, giornalisti, studiosi, commercianti vogliono la posizione zero in prima pagina su Google, vogliono lo snippet. Gli esperti seo con alla mano statistiche recenti ripetono ai loro clienti che in seconda pagina di Google si possono nascondere anche i cadaveri, che tanto pochissimi la consultano. La stessa reputazione un tempo riguardava il paese di appartenenza (ricordate Mastronardi con “Il maestro di Vigevano” o Bassani con “Gli occhiali d’oro”?). Oggi è tutto web reputation, personal branding. Ma per monetizzare ciò non basta. La visibilità deve diventare business. Ecco allora che Google conta meno. L’importante è fare hype, anche a discapito della web reputation e dei moralisti. Ecco allora che le Onlyfanser diventano protagoniste assolute del web, idolatrate e talvolta criticate. L’importante non è più il posizionamento su Google ma il concetto di posizionamento nel marketing: occupare la mente delle persone nel bene o nel male. Importante è far parlare e far scrivere di sé, che tanto il cosiddetto popolo bue del web si divide sempre in hater o fan.

A niente serve un’ottima web reputation se nessuno ti cerca e basta usare Google trends per capire quanto la stragrande maggioranza di noi sia invisibile e anonima. Ecco così la nuova gerarchia del web: gli influencer e una gran massa di influenced. Nel frattempo, mentre internet sta diventando sempre più importante, mentre testate giornalistiche online, blog e Ai mettono in crisi i quotidiani, le piattaforme di self publishing mettono in crisi la piccola e media editoria, l’atteggiamento nei confronti del web è ambivalente, contrastante: da un lato tutti vogliono esserci, mentre dall’altro molti lo criticano molto negativamente. È vero che internet come lo conosciamo noi è solo la punta dell’iceberg più rispettabile e legale, dato che esiste il dark web, in cui delinquenti, pedofili, assassini, hacker fanno da padroni.

Ma il web è uno strumento: spetta a noi saperlo utilizzare con saggezza o quantomeno con un minimo di assennatezza. Alcune tv generaliste, ben consce che il web è diventato non solo competitor ma loro nemico numero uno, fanno continuamente una narrazione negativa del web, non menzionando mai tutto ciò che di buono internet offre gratuitamente. Insomma alla tv parlano di internet addiction disorder ma mai di teledipendenza e questi due disturbi sono entrambi nel Dsm. Ma tutto ciò per quanto riguarda la facciata: in realtà i social e la tv sono due vasi comunicanti dello showbusiness. Un tempo era valida la teoria dei sei gradi di separazione, ma, dopo le primavere arabe, la possibilità di usare il web come agente catalizzatore del cambiamento dal basso è finita. È stata inventata la bolla di filtraggio, che limita possibilità di amicizie e di aggregazione. Ha vinto il capitalismo di sorveglianza. Le nostre teste sono tutte una mistura di reale e virtuale. Il reale diventa virtuale in un clic e viceversa. Il web diventa iper-rappresentazione del reale e al contempo una realtà. Da un lato chi è solo può trovare la compensazione nel web oppure un’altra solitudine e vivere perciò una doppia solitudine. Ecco così che siamo tutti sempre connessi e molti sempre più soli, come scrissero dei ragazzi su un muro di Latina. Insomma atomi sociali, chiusi nelle nostre bolle social…

 

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