Beni culturali

Il coraggio dei libri

«Bibliobrave – Biblioteche coraggiose» è il titolo scelto per la settimana nazionale dell’orgoglio delle biblioteche e dei bibliotecari. Perché che la biblioteca non è un deposito di libri. È un progetto. Meglio: un patto tra i suoi utenti e gli operatori che vi lavorano

20 Settembre 2026

Bibliopride, la settimana nazionale dell’orgoglio delle biblioteche e dei bibliotecari, quest’anno alla sua XV Edizione, si svolgerà nella settimana tra il 28 settembre e il 4 ottobre. Il tema di questa edizione sarà «Bibliobrave – Biblioteche coraggiose». Perché coraggiose?

L’Associazione Italiana Biblioteche sottolinea che quel coraggio consiste, per esempio:

  • nella difesa della lettura;
  • nella non discriminazione rispetto a qualsiasi utente;
  • nel proporsi di essere un presidio della democrazia garantendo un accesso libero e gratuito all’informazione.

Ciò che nasconde quest’invito, a differenza dell’immagine consolidata, è che la biblioteca non è un deposito di libri. È un progetto. Meglio: un patto tra i suoi utenti e gli operatori che vi lavorano.

Faccio un esempio

Chi va a Berlino in Bebelpaltz trova una lastra di cristallo trasparente nel centro della piazza, un quadrato di circa 150 centimetri di lato da cui si intravede uno scantinato, con librerie vuote. È il memoriale al Bücherverbrennungen (roghi di libri) che l’artista israeliano Micha Ullman, che fa del vuoto il tema della sua poetica artistica, ha voluto dedicare al rogo dei libri che li si consumò nella notte tra il 10 e l’11 maggio 1933.

La creazione artistica significativamente si chiama Library (Biblioteca): le dimensioni degli scaffali, completamente vuoti, sono capaci di contenere 20 mila volumi, gli stessi dati alle fiamme quella notte. Una targa con una citazione dalla tragedia Almansor di Heinrich Heine – che recita «La dove si bruciano i libri si finisce poi per bruciare anche gli uomini» – è posta a monito per il visitatore. La biblioteca di Micha Ullman è, dunque, sotterranea, inaccessibile, vuota.

Il turista non ci va per vedere, e basta. Ci va e firma un patto di futuro.

International Federation of library Associations and Istitutions (IFLA) tra i suoi valori fondamentali riconosce “L’impegno a promuovere e valorizzare la diversità e l’inclusione – in particolare per quanto riguarda età, cittadinanza, disabilità, etnia, identità di genere, provenienza geografica, lingua, orientamento politico, razza, credo religioso, sesso, orientamento sessuale o condizione socio-economica – e a perseguire attivamente politiche e pratiche pertinenti”.

Per questo uno dei temi oggi non è più solo cosa contiene, ma dove si trova, verso cosa investe azione, impegno, risorse. L’idea è che non ci sono utenti, ma cittadini consapevoli che devono fare propri diritti e che la biblioteca è un luogo dove praticarli, impararli, vederli e dunque crescere. Per questo non basta sapere dove si trova un libro. Si tratta di trasformarlo in uno strumento per la libertà.

Per questo nel testo del manifesto sulle biblioteche pubbliche IFLA-Unesco riformulato nel 2022 al capitolo “Compiti della biblioteca pubblica” dove si elencano i 12 servizi da attivare, il punto 12 recita: “sostenere le attività e i programmi di alfabetizzazione rivolti a tutte le fasce d’età, parteciparvi e, se necessario, avviarli”.

La biblioteca è un luogo che contiene libri, ma poi sono le persone che i libri li curano, che i libri li raccontano, che magari li rappresentano in una dimensione narrativa, spettacolare.

Dunque la biblioteca non è solo un deposito. È uno spazio.

Ma anche se il senso comune la riduce a un deposito (al più a un catalogo) poi è importante scavare in quel catalogo.

Una scheda se interrogata racconta una storia. Perché la biblioteca non è un insieme di figli unici costretti a coabitare nello stesso spazio.

Le biblioteche sono varie cose. Sono luoghi di conservazione di passato. Lì, però, non si trova tutto il passato. Perché nelle biblioteche, arrivano, o sono consegnati perché si conservino, solo dei frammenti del passato: quelli che un sistema culturale egemone considera testimonianza di sé. Oppure quelli che gli operatori a vari livelli di responsabilità considerano degni di rimanere nel tempo. Oppure che qualcuno consegna nella speranza che non venga disperso. In quelcaso labiblioteca è un nascondiglio.

Ma «nel tempo» non vuol dire per sempre.  Anche questo è un dato incerto: tra disastri naturali, incuria, o interventi attivi volti alla distruzione le biblioteche alla fine sono l’effetto e il risultato di una selezione (cercata, casuale, pianificata).

Per esempio gli incendi.

L’incendio dei libri è sempre l’espulsione di qualcosa di cui non deve rimanere traccia da parte di chi si ritiene legittimato – avendo il potere –a scrivere il presente, riscrivendo il passato, in nome del futuro preservandolo dalle alternative (Orwell in Millenovecentottantaquattro ci ha consegnato un manuale, da tornare a leggere in questi tempi incerti).

Quella scena che non riguarda solo il passato, ma si è ripetuta anche nel nostro tempo presente.

Tanto per rimanere al tempo recente: incendio delle camere del Lavoro in Italia negli anni ’20; rogo dei libri di Berlino (10 maggio 1933); incendio della biblioteca di Sarajevo (agosto 1992); distruzione delle statue dei Buddha di Bamiyan (marzo 2001); incendio della Biblioteca Nazionale di Baghdad (aprile 2003), Palmira (agosto 2015).

Non c’è né cultura né appartenenza politica, che non abbia messo in atto la guerra alla cultura di altri con l’intento dichiarato di distruggere per sempre e per tutti ciò che riteneva contrario al suo credo.

Allo stesso tempo non c’esperienza di opposizione, che non abbia investito nel raccogliere documenti, fonti fotografiche, voci, ritenendo che rispondere e resistere alla violenza è possibile, ma che preliminarmente si tratta di testimoniare la violenza subìta e la volontà di opposizione.

Tutti i percorsi di resistenza alla violenza testimoniano della costruzione di una prova documentale di controstoria: vale per Solidarnosc in Polonia, Oneg Shabbat dentro il ghetto di Varsavia nel 1943, Piazza Tien An Men a Pechino.

Ogni volta si è trattato di occultare per scommettere sulla possibilità che altri potessero trovare le fonti, per dare forma a una diversa e opposta «versione dei fatti» raccontando sia la violenza del nemico, sia le contraddizioni dei propri. Pensando che qualcuno a un certo punto potrebbe ritrovarsi in mano quelle carte e indagare le storie che testimoniano quelle storie.

Non solo per sapere e riparare «ieri», ma per chiedere «domani».

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