Filosofia

Il segreto dell’altro

Quanto possiamo davvero conoscere dell’altro? A partire da Il segreto dell’altro di Isabella Guanzini e Silvano Petrosino, una riflessione sull’intimità, su ciò che di una persona resta indisponibile e sull’illusione che conoscere significhi averla finalmente compresa.

18 Settembre 2026

Di una persona possiamo sapere quasi tutto. Dove vive, che cosa compra, quali parole usa, chi frequenta, che cosa legge, quanto dorme, dove si sposta. Possiamo conoscere le sue paure, ricostruire le sue abitudini, prevedere perfino alcune delle sue decisioni. Eppure, potrebbe esserci qualcosa che continua a sfuggirci. Non un’informazione mancante. Lei.

È la domanda che mi è rimasta dopo la lettura de Il segreto dell’altro di Isabella Guanzini e Silvano Petrosino, pubblicato da Vita e Pensiero. Un libro che, da due prospettive differenti, conduce verso un punto che considero decisivo. L’altro non comincia quando finalmente riusciamo a conoscerlo. Comincia precisamente dove la nostra conoscenza si arresta.

Sembra un paradosso. Viviamo infatti dentro una cultura che considera la conoscenza quasi sempre come una conquista progressiva. Più so di te, più ti conosco. Più ti conosco, più posso comprenderti. E più ti comprendo, meno spazio dovrebbe rimanere all’incertezza. Ma un essere umano non è un problema da risolvere.

Isabella Guanzini, nella prima parte del libro, porta questa domanda dentro il territorio dell’intimità. E qui accade qualcosa di interessante, perché siamo abituati a pensare l’intimità come il luogo nel quale i segreti progressivamente scompaiono. Essere intimi significherebbe sapere tutto dell’altro, avere accesso ai suoi pensieri, alle sue fragilità, al suo passato. Guanzini rovescia questa prospettiva. L’intimità autentica non cancella ciò che dell’altro rimane indisponibile. Semmai impara a conviverci. La vicinanza non abolisce la distanza e l’amore non conferisce un diritto di proprietà sulla vita interiore di chi amiamo.

È un pensiero che trovo profondamente vero. Possiamo vivere accanto a qualcuno per trent’anni e sorprenderci per una sua parola. Possiamo amare una persona senza possederne interamente il segreto. Anzi, forse continuiamo ad amarla proprio perché qualcosa di lei rimane indisponibile.

Me lo ricordò una persona cara che oggi non è più con noi, Lucio. Aveva trascorso una vita intera accanto a sua moglie Marta. Durante un soggiorno a Parigi erano ospiti di amici e in quella casa c’era un pianoforte. Lucio si sedette e cominciò a suonare. Nessuno sapeva che avesse quella passione, nessuno aveva mai immaginato neppure lontanamente quell’inclinazione. Dopo una vita condivisa, dentro un uomo conosciuto nei gesti, nelle abitudini, nei giorni trascorsi insieme, era rimasta una stanza ancora chiusa.

Non era un segreto custodito intenzionalmente. Ed è proprio questo che rende quella scena così significativa. Non tutto ciò che ignoriamo dell’altro ci è stato nascosto. Esistono parti di una persona che semplicemente non abbiamo ancora incontrato e forse non incontreremo mai. Pensare di conoscere qualcuno, allora, non significa possedere l’inventario completo della sua esistenza. Significa anche accettare la possibilità della sorpresa.

Forse l’intimità è proprio questo. Non l’abolizione del segreto, ma la possibilità di continuare a incontrare qualcuno che, pur essendoci vicinissimo, non coincide mai interamente con ciò che sappiamo di lui. L’altro rimane altro anche nell’amore, forse soprattutto nell’amore, perché amare qualcuno dovrebbe significare anche rinunciare alla pretesa di averlo definitivamente compreso.

Silvano Petrosino arriva allo stesso punto per un’altra strada. Nel suo saggio attraversa il bisogno, il possesso, il volto, il progetto, il futuro e l’avvenire, fino a formulare quella che mi sembra una delle espressioni più forti del libro, la «cognizione dell’inconoscibilità». Conoscere davvero l’altro non significa avvicinarsi progressivamente al momento in cui finalmente non resterà più nulla da sapere, ma riconoscere che qualcosa resterà sempre fuori dalla nostra presa.

Qui il paradosso diventa ancora più radicale. Non si tratta di arrendersi all’ignoranza né di sostenere che conoscere sia inutile. Al contrario, possiamo trascorrere una vita cercando di conoscere qualcuno. Ma proprio questa conoscenza, se vuole rispettare l’altro, deve incorporare il proprio limite. Deve sapere che la persona eccede sempre la rappresentazione che ne abbiamo costruito.

È una distinzione decisiva nel nostro tempo. Mai come oggi accumuliamo informazioni sulle persone. Le traduciamo in dati, profili, comportamenti ricorrenti. Gli algoritmi possono già prevedere una parte delle nostre scelte e probabilmente lo faranno sempre meglio. Ma una previsione esatta non coincide ancora con un incontro. Sapere che cosa probabilmente farà qualcuno non significa sapere chi è.

Forse è questa la provocazione più contemporanea di un libro che apparentemente parla d’altro. Più cresce la nostra capacità di conoscere, più diventa necessario custodire la differenza tra conoscenza e possesso. Altrimenti rischiamo di trasformare l’altro nella somma delle informazioni che abbiamo raccolto su di lui.

Lucio che improvvisamente si siede davanti a un pianoforte, dopo una vita trascorsa accanto a Marta, dice in fondo la stessa cosa con la semplicità di un gesto.

Conoscere l’altro è necessario. Credere di averlo finalmente spiegato è un’altra cosa.

 

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