Filosofia
La società telematica analgesica. Il benessere come dovere, la sofferenza come guasto
Monitoriamo il corpo e ottimizziamo il benessere. Ma quando la tecnologia promette una vita senza dolore, che cosa rischiamo di perdere? Una riflessione sulla società telematica analgesica, tra Vilém Flusser, corporeità e vulnerabilità.
Misuriamo il sonno, contiamo i passi, registriamo la frequenza cardiaca, monitoriamo lo stress. Un anello intelligente può dirci se abbiamo recuperato abbastanza durante la notte; un’applicazione può suggerirci quando riposare, mangiare, allenarci. La medicina della longevità promette di intervenire sempre prima, mentre il corpo diventa una sequenza di parametri da conoscere, correggere e ottimizzare.
Non c’è nulla di necessariamente sbagliato in tutto questo. Conoscere meglio il proprio organismo, prevenire una malattia o alleviare una sofferenza sono conquiste straordinarie. Ma dietro questa crescente attenzione alla salute si nasconde una domanda meno rassicurante: vogliamo prenderci cura del corpo o vogliamo soprattutto evitare che ci disturbi?
È il paradosso di quella che ho chiamato società telematica analgesica.
Un mondo governato dai polpastrelli
Nel 1985, quando Internet non aveva ancora trasformato la vita quotidiana, il filosofo Vilém Flusser immaginava una società nella quale gli esseri umani avrebbero interagito con il mondo soprattutto attraverso i tasti.
Oggi quella previsione appare sorprendentemente familiare. Lavoriamo, comunichiamo, acquistiamo, studiamo e intratteniamo relazioni premendo pulsanti o sfiorando schermi. Attraverso pochi centimetri di superficie possiamo attivare processi che si svolgono a migliaia di chilometri di distanza.
Ma se bastano i polpastrelli per partecipare al mondo, che cosa ce ne facciamo del resto del corpo?
Il corpo continua ad avere fame, sete, sonno. Si stanca, invecchia, si ammala. Chiede attenzione proprio mentre siamo impegnati in qualcosa che vorremmo continuare a fare. Interrompe una riunione, rallenta un viaggio, spezza la concentrazione. Ci ricorda che non siamo soltanto menti connesse, disponibili ventiquattr’ore su ventiquattro.
La società telematica non elimina il corpo. Comincia piuttosto a considerarlo un inconveniente da amministrare.
Quando il benessere diventa un dovere
È qui che il salutismo contemporaneo assume un significato particolare.
La salute non è più soltanto una condizione da proteggere. Rischia di diventare un risultato da dimostrare, una prestazione continuamente misurabile. Non basta dormire: bisogna ottenere un buon punteggio del sonno. Non basta muoversi: bisogna raggiungere l’obiettivo quotidiano. Non basta sentirsi bene: bisogna poterlo documentare.
Naturalmente, un dato può aiutarci a comprendere un problema che altrimenti non riconosceremmo. Ma può accadere anche il contrario: che sia il dato a stabilire come dobbiamo sentirci.
Un mattino possiamo svegliarci riposati e scoprire che il nostro dispositivo giudica insufficiente il recupero notturno. A quel punto, a chi crediamo? Al corpo che viviamo oppure alla sua rappresentazione numerica?
La questione non riguarda l’affidabilità di un singolo sensore. Riguarda la progressiva trasformazione del corpo vissuto in un corpo osservato, misurato e corretto dall’esterno.
José Ortega y Gasset aveva insistito sul rapporto tra corporeità e intimità: il corpo non è semplicemente una cosa che possediamo, ma uno dei modi attraverso cui la nostra vita si manifesta agli altri.
Quando lo riduciamo a un insieme di parametri, rischiamo di perdere proprio questa dimensione espressiva. Il corpo continua a funzionare, ma smette di raccontarci qualcosa di noi.
Una società che non sa che farsene del dolore
La società telematica analgesica non è semplicemente una società che dispone di farmaci antidolorifici sempre più efficaci. È una società che tende a interpretare ogni sofferenza come un’anomalia, un’interruzione, un guasto da riparare.
Eppure, eliminare un dolore evitabile e pretendere che la sofferenza non abbia più alcun posto nell’esistenza sono due cose radicalmente diverse.
Non c’è alcuna virtù nel soffrire inutilmente. La medicina ha il compito di curare, alleviare, accompagnare. Ma una vita umana non può essere progettata come un sistema nel quale ogni esperienza negativa debba essere preventivamente neutralizzata.
La delusione, la perdita, la paura, la fatica e la fragilità non sono tutte malattie. Appartengono, in forme diverse, alla nostra condizione.
Il rischio è che, nel tentativo di anestetizzare ogni esperienza dolorosa, finiamo per impoverire anche la nostra capacità di sentire.
È il paradosso dell’anestesia: non seleziona soltanto ciò che ci fa soffrire. Se diventa un modello dell’esistenza, può trasformarsi in un’indifferenza più generale, nella difficoltà di provare coinvolgimento, desiderio, persino piacere.
Una società che vuole essere permanentemente analgesica rischia di diventare anche anedonica: incapace di riconoscere ciò che rende la vita desiderabile.
Il corpo dell’altro
C’è infine una conseguenza che riguarda non soltanto noi stessi, ma le nostre relazioni.
Il dolore altrui non è un dato che possiamo acquisire completamente. Possiamo misurare alcuni indicatori, ascoltare una descrizione, osservare un’espressione. Ma non possiamo vivere direttamente la sofferenza di un’altra persona.
Proprio questa distanza rende necessaria la compassione.
Flusser riconosceva nella vulnerabilità corporea una possibilità decisiva di incontro: il riconoscimento della sofferenza e della mortalità dell’altro ci riconduce alla nostra stessa condizione.
La compassione non consiste nel provare esattamente ciò che prova un’altra persona. Consiste nel riconoscere che la sua esperienza ci riguarda, anche quando non possiamo possederla, misurarla o risolverla.
Una società che considera la sofferenza soltanto un malfunzionamento rischia invece di considerare il sofferente soprattutto come qualcuno da riparare. E quando non è possibile ripararlo, come un problema che non sappiamo più dove collocare.
Forse è questo il limite più profondo della società telematica analgesica: nel tentativo di liberarci da tutto ciò che ci rende vulnerabili, rischiamo di perdere anche ciò che ci rende capaci di incontrare gli altri.
La domanda, allora, non è quanta sofferenza possiamo eliminare grazie alla tecnologia. È un’altra: che cosa resta della nostra umanità quando cominciamo a considerare ogni vulnerabilità un difetto da correggere?
Questo intervento riprende e aggiorna una riflessione sviluppata nel mio articolo scientifico «La società telematica analgesica: una lettura flusseriana sul salutismo incorporeo», pubblicato in «Etica-Mente. L’annuario» (2023). Leggi l’articolo originale.
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