Letteratura
La Russia salvata dai poeti
Versi di Marina Cvetaeva per quattro poeti russi molto amati
Negli anni compresi tra il 1916 e il 1933, Marina Cvetaeva dedicò una serie di componimenti a quattro grandi poeti russi con cui aveva vissuto in ardente simbiosi puramente intellettuale ed emotiva: Aleksandr Blok, Anna Achmatova, Vladimir Majakovkij e Aleksandr Puškin. Einaudi pubblica ora questi ritratti poetici, con l’encomiabile cura di Paola Ferretti, in cui il dialogo in absentia dell’autrice ricalca moduli espressivi degli artisti omaggiati, mescolandoli non solo con le proprie forme stilistiche, ma anche con ricostruzioni verosimili o del tutto immaginarie delle loro esistenze materiali, delle loro esperienze sentimentali, della loro assoluta dedizione alla scrittura. Quattro poeti riconosciuti come classici, amati, ammirati ma consapevolmente ritenuti inavvicinabili: l’ultimo, Puškin, per ragioni cronologiche, essendo morto nel 1837, gli altri per una lontananza autoimposta oppure, come nel caso dell’Achmatova, dolorosamente subita. Nel 1923, già da un anno emigrata in Europa, Cvetaeva mise mano al ciclo intitolato Poetry (I poeti), cornice in cui racchiudere le quattro monumentali figure da cui traeva ispirazione e a cui si sentiva legata nella lontananza dalla vita ordinaria e dai suoi banali incasellamenti. Perché i poeti? Nella sua infervorata considerazione, li riteneva creature irregolari e incomprese, vittime della rapace ottusità del potere, ma animate da uno spirito divino: ad esse si comparava, con esse vantava l’appartenenza a un uguale universo creativo.
I versi dedicati ad Aleksandr Blok conobbero due momenti compositivi: il 1916 e il 1921, anno in cui il poeta, ammirato esponente di un simbolismo misticheggiante, morì appena quarantunenne: agli occhi della Cvetaeva rimase sempre avvolto da un’aura sacrale, investito di un’adorazione ossessiva che arrivava a farne una figura quasi cristologica, messia disincarnato di un annuncio di salvezza per l’intera umanità. “Passero in palmo – il nome tuo, / ghiaccio che brucia la lingua. / Un solo schiudersi di labbra / di quattro lettere – il nome tuo. // … Così indicibile – il nome tuo – / bacio sugli occhi – il nome tuo, / sul refrigerio di palpebre immote, / bacio alla neve – il nome tuo”, “Spettro adorabile, / paladino senza macchia, / nella ma vita giovane / chi fu a chiamarti // Occhi ceruleo, / niveo cantore / che mi affattura”, “Solo / mi genufletterò da lontano / al sacro volto tuo di cera. // Reggitore dell’anima mia”. E in un ideale epitaffio: “Un monaco tu resterai per noi: / magnifico, mansueto, molto amato, / tu resterai messale manoscritto, / e cofanetto di cipresso”, “Non disturbatelo – voi, suoi amici! / Non disturbatelo – voi servi suoi! / Era così lampante sul suo volto: / Il mio regno non è di questo mondo”.
Diversamente da questa appassionata devozione, il rapporto personale e culturale con Anna Achmatova fu molto contrastato. Non solo la disposizione caratteriale contrapponeva le due straordinarie poetesse (Anna rigorosa ed elegante, Marina intensamente esacerbata), ma anche lo stile le rendeva rivali: la prima fedele a una scrittura classicheggiante e controllata, la seconda più ostica e innovativa. La moscovita Cvetaeva aveva a più riprese proclamato la propria ammirazione per la pietroburghese Achmatova sia negli epistolari sia nei versi e in diversi saggi critici, trovando però nella collega una scarsa propensione all’avvicinamento, se non addirittura una ribadita e scostante freddezza. Si risolse infine a contrapporle un’esplicita contrarietà: dalla venerazione iniziale, fu brusco e irritato il passaggio al motteggio ironico, ma sempre in un altalenarsi di sentimenti ambivalenti: “Io canto te, che unica, nostra, / come la luna in cielo stai! // Quale corvo, sul cuore ti avventi, / e dentro le nubi ti infiggi. / Nasogibbuta, dall’ira mortale, / mortale del pari è la tua grazia”, “Ha in sé qualcosa dell’angelo / e qualcosa dell’aquila”, “Tu non ti stacchi! Io sono il forzato, / tu il carceriere. Destino identico. / E il foglio di via a noi assegnato / nel vaniloquio vuoto è lo stesso”, “Il sole tu mi oscurerai, su in alto, / tutte le stelle avendo in pugno! / Ah, se potessi, come il vento, / venire a te – spalancando le porte!”. Le definizioni attribuite all’Achmatova (“Musa del pianto”, “Madonna dei Flagellanti”, “Negromante! Feudataria!”), infierendo sullo pseudonimo e sull’aspetto fisico dell’antagonista, rimasero volutamente ignorate, fino alla Replica tardiva del 1940 in cui Anna immaginò il loro percorrere insieme le strade notturne di Mosca, e al riconoscimento tardivo della grandezza di Marina in una lirica del 1961, ventidue anni dopo il suicidio di lei.
Con Vladimir Majakovkij, uccisosi nel 1930 con uno sparo al cuore, Cvetaeva ebbe una rispondenza sociale, affettiva e poetica più consistente che con gli altri tre poeti prescelti. Non solo perché si erano effettivamente incontrati a più riprese, scambiandosi vicendevolmente versi e articoli critici, ma anche perché uniti da simile intemperanza caratteriale e dalla drammatica fine scelta volontariamente. Simile a lui nella capacità di risolvere in invettiva il rancore contro un potere politico torbido e accusatorio, l’esule Marina manifestava la stessa violenta avversione per ogni tiepidezza comportamentale, per ogni affabilità di scrittura. Secondo la curatrice del volume Paola Ferretti “Nativamente riluttanti alla leggerezza, tradiscono una tracotanza inerme, sovrabbondante di slanci amorosi destinati e a rimanere disattesi. E soprattutto, la loro opera in versi altro non sembra, nell’insieme, se non un lungo, altalenante, commiato dalla vita”. “Perché, a corto di teste calde, / non perisca la landa terrena, / esisti, Volodimir, infante: / sul globo in-volo-impera!”, “Quando saremo alla resa dei conti, / vedrai che l’onta – ti divorerà: / Werther russo-sovietico. / Gesto russo-aristocratico”, “Un colpo – dritto all’anima, / come fai solo con i nemici. / Chi era in lotta contro ogni dio / l’ultimo tempio oggi ha abbattuto”, “Molti templi ha abbattuti, / ma questo – di tutto è più prezioso. Concedi / requie all’anima del nemico tuo defunto, Signore”.
Il recupero intellettuale e sentimentale di Aleksandr Puškin (1799-1837), a un secolo dalla sua morte, fu dettato per Cvetaeva dall’esigenza di riappropriarsi del massimo simbolo letterario dello spirito russo, aldilà delle forzature ideologiche che lo indicavano come anticipatore della rivoluzione bolscevica o all’opposto ufficiante di una gloriosa tradizione aristocratica. La poetessa moscovita ne esaltò la figura di strenuo difensore della libertà artistica contro le vessazioni politiche dello zar Nicola I, celebrandone addirittura la “muscolatura di poeta”, la grandezza morale ereditata da Pietro il Grande, e proiettando se stessa seduta allo stesso scrittoio, sua “compagna di officina” nella condivisione della fatica imposta dalla scrittura. “Cosa volete farci, voi nani, / se lui – più azzurro degli ulivi – / il più libero, il più estremo, / vi ha marchiato per sempre la fronte // con la duplice bassezza / di mediocrità e denaro! // «Puškin – toga, Puškin – saio, / Puškin – misura, Puškin – frontiera…»”, “E il passo e lo sguardo, chiarissimo, / tra i più chiari, che ancora rischiara… / postremo – postumo – imperituro, / alla Russia – petrino dono”, “Per un inchino poco ossequioso / tu, da Nicola – degradato, / ma da Pietro – reintegrato!”, “Tutta la scienza sua – / possanza. Lampante, vedo: / io la mano di Puškin / la stringo, non la lecco. // All’avo – una compagna: della stessa officina! / Ogni cancellatura – sembra di mio pugno”.
Nei quattro cicli dedicati ai poeti amati, Marina Cvetaeva si equiparava ai loro destini ma anche alla loro esemplarità di interpreti geniali del carattere di un popolo, autenticando la propria produzione nel solco della loro, con l’esaltazione di chi si sa investito di una verità negata ai più: “Da lontano – arriva al poeta la parola. / Lontano – arriva il poeta con la parola. // … Perché i poeti – seguono rotte di comete…”, “poeti siamo, in rima con paria, però / poi contendiamo, straripando, / dio alle dee, e le vergini / alle divinità maschili!”, “Che ci sto a fare io, primogenito e bardo, / in un mondo dove il nero più pece è grigio! / Dove l’ispirazione la conservano – nei termos! Così incommensurabile, / in questo mondo di misure?” In un’esistenza segnata da dolori, lutti, miseria, umiliazioni e persecuzioni, fino all’impiccagione sulla porta dell’isba contadina dove si era rifugiata cinquantenne al rientro dall’esilio, fu solo la poesia ad indicare alla poetessa una via di fuga dalla disperazione e di orgogliosa rivendicazione intellettuale, insieme all’insegnamento di tanti poeti amici d’anima, con l’eco delle loro parole arrivate dalle stelle.
MARINA CVETAEVA
AI POETI. VERSI PER BLOK, ACHMATOVA. MAJAKOVSKIJ E PUŠKIN
EINAUDI, TORINO 2026 – A cura di Paola Ferretti, con testo russo a fronte. Pagine 175


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