Attila József

Letteratura

Ricordare un poeta: Attila József

Idealismo e ribellione in un giovane poeta ungherese del primo ‘900

23 Aprile 2026

Attila József (1905-1937), considerato uno dei più importanti poeti magiari del XX secolo, nacque a Budapest da una famiglia operaia, ben presto disgregata dall’abbandono del padre e dalla fine precoce della madre, e morì a 32 anni travolto da un treno, sdraiato sui binari della stazione di Balatonszárszó. Sofferente dalla prima giovinezza di una grave forma di neurastenia, dovette a più riprese abbandonare gli studi letterari a Seghedino, poi a Vienna e a Parigi. Tornato in Ungheria, si dedicò alla produzione poetica, ma venne espulso dal partito comunista con l’accusa di deviazionismo per i suoi versi ritenuti sovversivi. Nel 1998 gli venne dedicato un asteroide (39971 József) scoperto da due astronomi ungheresi.

Poco di lui è stato tradotto in italiano: l’ultima pubblicazione completa risale al 2002, con l’Oscar Mondadori curato da Edith Bruck, che con tale trasporto ne scrisse nell’introduzione: “Io amo ogni riga del poeta ungherese che conosco meglio, che sento di più, come fosse stato il grande amore della mia vita, l’uomo che ha suscitato e suscita commozione in me, pietà, fratellanza, dolore, bellezza, colpa, come parte della grande famiglia umana, e specificamente di quella ungherese, che l’ha fatto penare oltre misura, anche se il paese natio, l’epoca fornivano ben poco a tanti e molto a pochi”. Alla figura di Attila, “minuta, nevrotica, febbricitante”, Bruck dedica parole ammirate e commosse, esaltandone la “purezza indifesa”, lo spirito illuminato, la sete di giustizia e l’ansia di ribellione; “come un Cristo laico… un Giobbe greco-ortodosso” in lotta anche con Dio, era dominato “da una sorta si sacro fuoco per il sociale”, e sognava una rivoluzione che livellasse le classi, eliminando le disuguaglianze, liberando il paese da feudalesimo e conservatorismo, invocando amore, democrazia, pane e lavoro per tutti.

I versi di József, molto diretti e limpidi, si ispiravano sia ai francesi dell’800 (Baudelaire, Rimbaud, Verlaine) sia alle ricerche degli espressionisti e dei dadaisti coevi, ma senza ricalcarne pedantemente l’eredità. I temi trattati erano infatti molto personali, particolarmente nelle numerose poesie d’amore dedicate alla donna amata Flóra Kozmutza, sua psicoterapeuta, che la differenza di ceto gli impedì di sposare. (Attesa): “Sempre ti attendo. L’erba è rugiadosa. / Anche gli alberi grandi dalle chiome / piene d’orgoglio aspettano. Io sono / rigido e vacillante a volte. È tetra / la notte per chi è solo. / Se tu venissi, si farebbe il prato / liscio: e silenzio, gran silenzio…”; (Metti la mano): “Metti la mano / sulla mia fronte / come se fosse / mia la tua mano. // Fammi la guardia / come chi uccide, / come se fosse / tua la mia vita. // Amami, come / se fosse bene, / come il mio cuore / fosse il tuo cuore”; (Ti benedico…): “Ti benedico con la tristezza, con la gioia, / ti custodisco gelosamente con ciò che ho d’amore; / ti custodisco con palme che chiedono, / con campi di frumento, con le nuvole…”; (Flora): “Flora facciamo un bambino / che possa far capriole / perché io già mi sento pesante”. Da altre composizioni si evince soprattutto un doloroso disagio esistenziale: (Vedi?): “L’incendiato treno del giorno con fragore / passò dinanzi alla mia soglia indifferente. // … Silenzio, / un gorgoglio soltanto: rendo al fiume / il pesce grasso; / un frullo: rendo al prato / il fragile volatile. // Va pure: / il fiore / ricoprirà la foglia mutilata. // Vedi? / Già si fa sera”; (Due esametri): “Perché devo essere onesto? Tanto mi stendono! / Perché non devo essere onesto? Tanto mi stendono!”; (Coscienza): “Ecco perché dentro è sofferenza, / la spiegazione è là fuori. / La tua ferita è il mondo – brucia, arde / l’anima l’avverte, febbre. / Sei un recluso, finché il tuo cuore reclama…”. Commovente e patetica una delle ultime poesie composte in vita, Compleanno: “Trentadue anni compio: / è una sorpresa questa / poesia, / un gingillo, // un regalo che offro / nell’angolo di un caffè / a me stesso. / Fuggiti // i miei anni, e non vidi / mai l’ombra di un salario / sinora. / Oh, patria mia!” Più datate possono risultare ai nostri occhi le poesie di protesta, come giustamente rilevava Edith Bruck, sebbene cariche di un sincero desiderio di riscatto politico e di solidarietà con gli sfruttati, mentre ancora convincenti nella loro ingenua ma appassionata dichiarazione di fede appaiono quelle religiose, preghiere rivolte al Padre o al Figlio compagno di sofferenza, come in Mio Dio (“Ti tengo lontano da ciò che faccio / mio Dio ti amo tanto. / Se per mestiere tu facessi lo strillone / ti aiuterei a gridare. //… Se tu fossi guardiano, a guardia di germogli / metà delle cornacchie le caccerei via io. / Qualunque lavoro tu facessi / con me mai ti annoieresti”).

Se poco prima di morire Attila ebbe a scrivere “Forse sparirò all’improvviso, / come le impronte nel bosco. / Ho sperperato tutto ciò / di cui dovrei rendere conto”, già in un sonetto giovanile aveva avuto la premonizione dell’incubo ossessivo che lo avrebbe posseduto: “Un uomo ubriaco giace sui binari. / Nella mano sinistra tiene il suo fiasco / E russa. Dorme con l’alba beato. / Ora la notte va oltre sulla strada al trotto. // I suoi capelli in subbuglio li ha lievemente accomodati / Il vento notturno con rifiuti e sterpaglia / Ora il cielo lo cosparge di rugiada divina, / Immobile, solo il petto ansima, è pur vivo. // Il pugno destro è duro come suola di legno / E dorme, come un tempo nel caldo grembo materno. / Gli abiti sono a pezzi. È ancora giovane, un ragazzo. // Il sole stenta a sorgere, il cielo si fa di cenere. / Un ubriaco giace sui binari / e piano da lontano rimbomba la terra”.

 

ATTILA JÓZSEF, POESIE 1922-1937- MONDADORI, MILANO 2002

A cura di Edith Bruck. Pagine 229

 

 

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