Letteratura

La vittoria morale di un libro in sbilico

Molti lettori, durante la serata conclusiva del più celebre riconoscimento letterario italiano, sono rimasti delusi. Avrebbero voluto sul podio un altro autore, che assomiglia a Dylan Dog, con un potente romanzo autobiografico e necessario.

13 Luglio 2026

Nella cornice d’eccezione di Piazza del Campidoglio a Roma, lo scorso 8 luglio, si è svolta l’80 esima edizione del Premio Strega che ha proclamato vincitore Michele Mari con I convitati di pietra, (Einaudi). Ma basta leggere qualche articolo di critica del settore o seguire l’attività delle librerie indipendenti per capire che c’era un altro autore su cui tutto il “sottobosco” letterario aveva scommesso: Alcide Pierantozzi con Lo Sbilico (Einaudi). 

Poco contano i 74 voti degli amici della domenica e un quarto posto, chi ha letto questo libro ne è rimasto folgorato. Il romanzo autobiografico di Alcide Pierantozzi si è distinto per lessico, tema e una lingua capace di farsi carico del dolore. Il cuore dell’opera è quello della malattia mentale e delle neurodivergenze, di cui l’autore parla in prima persona, affrontandone quotidianamente le difficoltà. Il modo in cui Pierantozzi riesce a mettere a nudo il  disagio psichico è disarmante: abbatte pagina dopo pagina tutti i tabù che isolano chi soffre di queste patologie, rivelando un’urgenza politica che passa anche attraverso la complessa realtà della medicalizzazione. Lo stesso autore, in diverse interviste, ha raccontato l’abbraccio di un vasto pubblico che per la prima volta si è sentito visto e ascoltato, a conferma del fatto che Lo Sbilico sia un libro necessario. 

L’altro aspetto sorprendente del romanzo è il suo lessico, di cui offre una precisa analisi Christian Raimo (nella dozzina dello Strega con L’invenzione del colore, La Nave di teseo) nel suo recente articolo su Lucy “Curarsi con le parole: Lo sbilico di Alcide Pierantozzi”, che merita di essere recuperato:

“Il successo del libro di Pierantozzi è dovuto anche alla sua espressività linguistica. Non si hanno molto spesso testi che riescano ad avere una lemmodiversità così ricca. […] Lo sbilico non è un libro lungo, contiene 67mila e passa parole, ma con più di 13mila parole uniche.” 

Leggendo Lo sbilico si attraversano emozioni che vanno dalla commozione, alla sofferenza, dal disagio alla meraviglia. Si procede a fianco dell’autore in un campo inesplorato e alla fine del viaggio un pezzetto di quella storia, probabilmente una farfalla,  rimane dentro di noi e continua a sbattere le ali. Non è forse questo ciò che deve fare la grande letteratura? 

Sono queste le ragioni per cui la vittoria, più volte annunciata, di Michele Mari lascia un retrogusto amaro in bocca (in questo caso non di liquore Strega).

Ne I convitati di pietra, una classe di un liceo milanese, giunta al traguardo della maturità organizza una cinica riffa, scommettendo su chi saranno gli ultimi tre compagni a restare in vita, accumulando una quota annuale destinata a diventare milionaria. Il libro segue i protagonisti nel corso degli anni, in occasione della rituale cena di classe, tra primi malanni e delitti, in un’escalation di suspense e cinismo.  Intrecciando il macabro con la nostalgia il risultato è un libro indubbiamente colto e divertente ma forse non da podio. Lo stesso Mari, in un’intervista rilasciata al Sole 24 ore, confessa che avrebbe preferito vincere con Leggenda privata, ricordando come spesso non siano i libri migliori degli autori a ottenere i premi. Questo verdetto sembra dunque configurarsi più come un riconoscimento alla carriera che all’opera in oggetto. 

A questo punto, però, non possiamo fingere di non vedere l’elefante nella stanza: quanto ha influenzato il risultato la nota bagarre scoppiata tra Mari e Ciabatti sul pulmino per Bisceglie? Il giorno successivo, tutte le grandi testate giornalistiche hanno titolato: “Mari vince contro le polemiche”, contro i pettegolezzi, contro la cancel culture

Tralasciando i presunti fatti e le recenti giustificazioni di Mari al Corriere della sera, che tenta di spostare l’asse su un discorso privato, generico e non riferito a nessuno in particolare, arriviamo al punto. Dando per assodato che un’opera meravigliosa può essere stata realizzata da un artista francamente antipatico, scostante e con principi discutibili, è necessaria una riflessione più profonda sul ruolo dell’intellettuale.

Da una persona che si occupa di cultura e lavora quotidianamente con le parole ci aspettiamo di più. Ci aspettiamo che si riesca ad andare oltre al livello dei commenti liceali che un ipotetico “convitato di pietra” potrebbe fare sull’aspetto fisico di una persona che, guarda caso, finisce sempre per essere una donna. In un periodo storico così fragile, in cui le donne sono quotidianamente vittime di un sistema patriarcale severo, la cultura dovrebbe offrire parità e protezione, non legittimazione. 

Probabilmente se questo scandalo non fosse mai scoppiato, Mari avrebbe vinto comunque, in quanto il suo riconoscimento era annunciato da tempo. Se al contrario il favorito non avesse vinto, i giornali si sarebbero scagliati contro le femministe titolando che il maestro era stato punito per i suoi commenti su Michela Murgia. In ogni caso il podio sarebbe stato strumentalizzato.  

Ed è proprio questo il peccato. È un peccato perché premiare l’opera di Mari, per quanto la si voglia tenere distinta dalla persona, ha comunque finito per sancire che certi comportamenti sono tollerati dal sistema culturale. È un peccato perché i libri, che avrebbero dovuto essere i veri protagonisti del premio, sono stati messi in ombra dalle dinamiche del patriarcato. Ne esce un quadro desolante, in cui, alla fine, hanno perso tutti. 

In questo scenario opaco, resta la forza delle parole di Teresa Ciabatti che, citando Valeria Parrella, ricorda come in ogni luogo del mondo ci sia una ragazzina pronta a mettersi di traverso e che quella ragazzina è stata proprio Michela Murgia. Questa è la vera bellezza, l’eredità profonda che nessun commento misogino potrà mai scalfire. Contro l’ordine restaurato dei salotti letterari, il compito della critica e della lettura rimane lo stesso: continuare a mettersi di traverso. Anzi, in sbilico. 

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