Letteratura

Ricordare un poeta: Biagio Marin

Quando il dialetto nativo diventa lingua universale

14 Agosto 2026

Poesie - Biagio Marin - copertina

 

Fu poeta di mare, Biagio Marin (Grado 1891-1985), e nello specifico del suo mare gradese, cantato in una lingua che oltrepassa il folclorismo bozzettistico e retorico del dialetto locale, per innalzarsi a una dimensione più ariosa, grazie alla fluida musicalità delle rime e del prevalere di vocali aperte. “El vento za se placa / e la risaca / ariva in saca / ma lenta e straca. // El can del cuor nol bagia / e la passion la tase / el mar stesso nol ragia: / dal siel cala la pase. // Pase me vogio, granda, / via dei travagi de la tera, / lontan da la bufera / che a pico el bastimento manda”. Anche senza traduzione, il suono cantato di questi versi agisce in maniera cullante, sottolineando come il calare del vento accompagni un sentimento di serenità e “pase”, lontano dagli affanni e dalle tempeste “de la tera”. Marin le aveva ben conosciute, le inquietudini della storia, legate ai dolori e alle difficoltà familiari, e proprio nel consolante riparo del suo paese e nello sciacquio delle onde aveva cercato e trovato la sua “pase”: “Me son contento d’êsse nato / de longo tenpo d’êsse su la tera, / dopo tanto dolor e tanta guera / son incora beato”. Figlio di un oste, presto orfano di madre e allevato dalla nonna paterna, aveva studiato a Gorizia e poi in Istria, allora sotto l’Impero Asburgico. Ventenne si era trasferito a Firenze, frequentando l’ambiente letterario della “Voce” di Prezzolini, tra scrittori giuliani come lui (Slataper, Stuparich, Saba, Giotti) e altri importanti intellettuali dell’epoca. Sposato con Pina Marini da cui ebbe quattro figli, al termine della guerra che lo aveva visto arruolarsi nonostante fosse malato di tubercolosi, si era laureato a Roma in filosofia, e in seguito aveva ottenuto vari incarichi scolastici e amministrativi in tutto il Friuli Venezia Giulia. Nel 1968 si era stabilito nuovamente a Grado, dove rimase fino alla morte. Nella sua esistenza aveva conosciuto miseria e tragedie, come la morte dell’unico figlio maschio in guerra, e il suicidio di un nipote molto amato: ma appunto dalla dedizione quotidiana alla scrittura, nel «diario sterminato» (C. Bo) in cui ogni giorno appuntava i suoi versi, aveva recuperato un’àncora di salvezza: “Màseno versi in ogni ora / comò che fa ’l mulin co’l gran”, “solo musica fasso: in ela vivo”. Musica e poesia, musica nella poesia, semplicemente umana nella sua purezza, costantemente uguale nei decenni quasi a sfiorare la monotonia di temi e forme; eppure, nonostante una sostanziale estraneità da mode e ideologie, partecipe della sofferenza del mondo e della natura proprio nell’adesione meravigliata al miracolo dell’esistenza: “Quanto più moro / presenza / al mondo intermitente / e luse che se spenze, de ponente / tanto più de la vita m’inamoro”, “Mar queto mar calmo / no’ vogie no’ brame / respiro de salmo / tra dossi e tra lame”. Nel 1980, in una sorta di confessione letteraria, affermava: «Il mare è stato per me la più pura parola dell’Alterità e la più immediata incarnazione della Divinità. Il cielo, e soprattutto il firmamento, certo, era anche lui parola divina, ma il mare era qualcosa di più. È come l’aria che permette il respiro. Il mare lo vedevo e non solo lo vedevo, ma in esso mi tuffavo, conoscevo i suoi capricci, le sue bellezze le ore meravigliose di “soio” e le ore di tempesta, alla sua vita partecipavo… Proprio lì, dentro il mio mare ho avuto la prima, più semplice rivelazione della presenza di Dio”.

Numerose furono le raccolte che Biagio Marin pubblicò a partire dal 1912, quasi tutte in lingua gradese: le più note furono Elegie istriane (1963), El mar de l’eterno (1967), I canti de l’isola (1970), La vita xe fiama (1972), In memoria (1978), Nel silenzio più teso (1980), La vose de la sera (1985). Nel 2017 Garzanti gli ha dedicato un volume antologico arricchito da una serie di contributi critici dei maggiori letterati italiani del ’900: Carlo Bo, Pier Paolo Pasolini, Andrea Zanzotto, Pier Vincenzo Mengaldo, Massimo Cacciari, e dei curatori Edda Serra e Claudio Magris. Secondo quest’ultimo “Il canzoniere di Marin ha la continuità del diario e il respiro dell’eternità: pervaso da un umanissimo senso del sacro e da un’illuminante percezione del cosmo, tocca con limpida e serena naturalezza apici di profondità metafisica”.

Non per finta umilità, perché comunque dotato di cultura vastissima, il poeta giuliano preferiva utilizzare un lessico limitato, immagini reiterate di cieli e distese marine dai colori luminosi, lontane da rumori e raramente abitate da personaggi o scosse da eventi drammatici, con una ingenuità espressiva che non era affettata o compiaciuta, ma volutamente amava mantenersi lontana da ogni sperimentalismo e intellettualismo: “No son sapiente / e sé poche parole: / le sole / che adopera la zente”, “Trasparensa e durata: / questa la gno ilusion, / questa l’aspirassion / che nel cuor se dilata”. Così aveva spiegato la propria vocazione letteraria: “Dove, quando, come queste liriche si formino, non lo so. Io solo le trascrivo e a volte rapidissimamente, e di rado mi avviene di dover apportare modifiche… La poesia non è costruzione intellettuale, fatto di volontà e di disciplina. Io, molte volte tra la veglia e il sonno, vedo in me molte poesie che poi lascio andare perché mi secca svegliarmi, ma altre volte in due minuti fisso nella carta la poesia che ho già trovato in me”. Questa facilità di composizione, unita all’istintiva adesione sentimentale alla bellezza dell’ambiente, attribuiva alla poesia di Marin un’innocenza in grado di superare i confini spazio-temporali dell’amato paese di Grado, favorendo uno slancio verso l’alto, anche se privo di connotazioni esplicitamente religiose: “dura un atimo el dí / ma xe eterno l’incanto”.

 

BIAGIO MARIN, POESIE – GARZANTI, MILANO 2017. Pagine 528

A cura di Claudio Magris e Edda Serra

 

 

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