Storia

Il consenso al fascismo: tra adesione, conformismo e repressione

Il fascismo fu dittatura e consenso insieme: ottenne adesioni sincere, ma anche conformismo, opportunismo e paura. Il consenso variò nel tempo e crollò con la crisi e la guerra.

16 Agosto 2026

Il fascismo ebbe davvero il consenso degli italiani? La domanda, apparentemente semplice, ha attraversato per decenni la storiografia italiana ed è ancora oggi al centro di discussioni spesso più politiche che storiche. Da una parte vi è stata la tentazione di rappresentare il fascismo come un regime imposto esclusivamente con la violenza, sostenuto da una minoranza e subito passivamente dalla maggioranza della popolazione. Dall’altra, soprattutto in alcune interpretazioni polemiche, si è insistito sulla vastità del consenso ottenuto da Mussolini, fino a trasformare il ventennio in una sorta di lungo plebiscito popolare.

Entrambe le rappresentazioni sono insufficienti. Il fascismo fu certamente una dittatura, nata anche dalla violenza e consolidata attraverso la repressione, ma fu contemporaneamente capace di costruire forme significative di consenso, di adesione e di partecipazione. Il problema storico, quindi, non consiste tanto nello stabilire se gli italiani fossero “fascisti” oppure “antifascisti”, quanto nel comprendere come si formò il consenso, quali dimensioni raggiunse, quanto fosse autentico e come si modificò nel corso del ventennio.

È proprio su questo terreno che la storiografia ha compiuto, nel corso del tempo, un percorso significativo.

Per lungo tempo, soprattutto nella cultura antifascista del dopoguerra, prevalse una lettura nella quale il fascismo veniva interpretato prevalentemente come espressione della reazione delle classi dominanti e come fenomeno fondato essenzialmente sulla coercizione. In questa prospettiva il consenso popolare appariva secondario, quasi una conseguenza della propaganda e della paura.

Uno degli storici che maggiormente misero in discussione questa impostazione fu Renzo De Felice.

La sua monumentale biografia di Mussolini introdusse nella storiografia italiana una distinzione fondamentale tra il fascismo come movimento e il fascismo come regime. De Felice sostenne che, soprattutto dopo la metà degli anni Venti e ancora di più negli anni Trenta, non fosse possibile spiegare la stabilità del regime soltanto attraverso la repressione. Il fascismo aveva costruito un consenso reale, soprattutto tra determinati settori della società italiana, e aveva saputo trasformare il rapporto tra il regime e una parte della popolazione in una relazione di partecipazione e identificazione.

La tesi di De Felice provocò un acceso dibattito. I suoi critici temevano che la categoria del “consenso” potesse finire per ridimensionare la natura dittatoriale del fascismo. Ma questa obiezione, sul piano strettamente storico, rischia di confondere due questioni diverse.

Una dittatura può essere repressiva e, nello stesso tempo, ottenere consenso.

Anzi, la capacità di ottenere consenso rappresenta spesso una delle caratteristiche più importanti dei regimi autoritari e totalitari. La repressione elimina o neutralizza gli oppositori; la propaganda e le politiche del regime cercano invece di trasformare una parte della popolazione in sostenitori, collaboratori o almeno cittadini convinti che il sistema esistente sia preferibile alle alternative.

In questo senso il contributo di De Felice rimane fondamentale.

Ma la sua interpretazione non esaurisce il problema.

Emilio Gentile ha approfondito soprattutto la dimensione ideologica e culturale del fenomeno. Nei suoi studi sul fascismo come “religione politica”, Gentile ha mostrato come il regime non aspirasse semplicemente a governare, ma a trasformare la società e l’identità degli italiani. Il fascismo cercò di creare una nuova comunità nazionale fondata sulla mobilitazione permanente, sul culto della patria, sulla centralità dello Stato, sulla figura del Duce e sull’idea di un “uomo nuovo”.

Il consenso, in questa prospettiva, non era soltanto approvazione politica. Era anche partecipazione simbolica.

Il fascismo voleva che gli italiani prendessero parte alle sue cerimonie, alle organizzazioni di massa, alle manifestazioni pubbliche, alle attività del partito e delle organizzazioni giovanili. La politica entrava nella scuola, nella famiglia, nel tempo libero, nello sport, nel lavoro e persino nelle forme esteriori della vita quotidiana.

L’Opera Nazionale Balilla, la Gioventù Italiana del Littorio, il Dopolavoro e le numerose organizzazioni collaterali del regime costituivano strumenti attraverso i quali milioni di persone venivano coinvolte, in forme diverse, nella vita pubblica fascista.

Ma partecipare non significava necessariamente credere.

Ed è proprio qui che il concetto di consenso deve essere utilizzato con cautela.

Lo storico Alberto Aquarone, nei suoi studi sulla struttura dello Stato fascista, aveva già mostrato quanto fosse importante distinguere tra l’apparato istituzionale del regime e la società reale. Il fascismo costruì una macchina politica e amministrativa capillare, ma non riuscì mai a trasformare completamente la società italiana secondo il proprio progetto totalitario.

Questa osservazione è importante perché impedisce di confondere la presenza del fascismo nella vita quotidiana con una completa fascistizzazione delle coscienze.

Un italiano poteva iscriversi al Partito nazionale fascista per ottenere un impiego pubblico, per facilitare una carriera o semplicemente perché quella era la condizione normale per vivere dentro il sistema. Un giovane poteva frequentare le organizzazioni fasciste perché vi trovava amici, attività sportive e occasioni di socializzazione. Un lavoratore poteva utilizzare le strutture del Dopolavoro senza condividere necessariamente l’ideologia del regime.

La tessera fascista, quindi, non è automaticamente una prova di fede fascista.

È questo uno dei punti sui quali la storiografia invita alla prudenza.

Il consenso può essere ideologico, ma può essere anche pragmatico. Può derivare dalla convinzione, dall’interesse, dal conformismo o dalla semplice accettazione della realtà.

Nicola Tranfaglia ha insistito maggiormente, rispetto a De Felice, sugli elementi autoritari, repressivi e classisti del fascismo, sottolineando i limiti di una lettura che attribuisca al regime una capacità di consenso troppo ampia e uniforme. Da questa prospettiva, il consenso non può essere separato dalle condizioni nelle quali veniva espresso: censura, monopolio dell’informazione, repressione dell’opposizione e assenza di una reale competizione politica.

Il problema è evidente.

Come possiamo misurare il consenso in una società nella quale non esiste libertà di stampa, non esiste pluralismo politico e l’opposizione è stata eliminata?

Il silenzio può essere consenso, ma può anche essere paura.

L’iscrizione al partito può essere adesione, ma può anche essere opportunismo.

La partecipazione a una manifestazione può esprimere entusiasmo, ma può anche essere semplice conformismo.

La storiografia più attenta ha quindi progressivamente abbandonato l’idea di un consenso misurabile attraverso un’unica categoria.

Occorre parlare piuttosto di consensi, al plurale.

Vi fu un consenso ideologico autentico, soprattutto tra coloro che vedevano nel fascismo la risposta alla crisi dello Stato liberale, al socialismo e alla paura della rivoluzione. Vi fu un consenso nazionalista, alimentato dall’idea della grandezza italiana e dalla politica imperiale. Vi fu un consenso generazionale, particolarmente importante tra i giovani cresciuti durante il ventennio. Vi fu un consenso sociale fondato sulle politiche assistenziali e corporative. E vi fu infine un vastissimo consenso passivo, fatto di adattamento, prudenza, indifferenza e conformismo.

Quest’ultima dimensione è forse quella che più spesso viene trascurata.

La maggioranza degli italiani non era costituita da militanti fascisti né da antifascisti clandestini. Era composta da persone che cercavano soprattutto di vivere nel sistema politico nel quale si trovavano.

Questa “zona grigia” non è una categoria morale, ma una categoria storica.

È necessario comprenderla perché altrimenti non si spiega la durata del regime.

Una dittatura può certamente mantenersi attraverso la repressione, ma vent’anni di stabilità politica richiedono qualcosa di più. Richiedono almeno l’accettazione, da parte di una parte significativa della popolazione, della legittimità del sistema.

Il fascismo seppe costruire questa accettazione soprattutto negli anni Trenta.

La conquista dell’Etiopia nel 1935-36 rappresentò, da questo punto di vista, uno dei momenti più significativi. La guerra coloniale fu accompagnata da una mobilitazione propagandistica senza precedenti e contribuì a creare un sentimento di orgoglio nazionale intorno al regime.

È difficile negare che, in quel periodo, Mussolini raggiungesse livelli di popolarità molto elevati.

Ma anche qui è necessario evitare un errore: la popolarità del Duce non equivale automaticamente a una adesione integrale all’ideologia fascista.

Una persona poteva ammirare Mussolini come leader nazionale e contemporaneamente non condividere tutti gli aspetti del fascismo.

Questa distinzione è essenziale per comprendere la natura del consenso.

Il fascismo seppe inoltre sfruttare abilmente le trasformazioni della società italiana. La radio, il cinema, i giornali, le manifestazioni di massa e l’architettura monumentale contribuirono alla costruzione di un universo simbolico nel quale il regime appariva onnipresente.

Ma proprio questa onnipresenza mostra anche un limite.

Se il consenso fosse stato completamente spontaneo e naturale, sarebbe stato necessario un apparato propagandistico così massiccio?

Probabilmente no.

La propaganda dimostra che il regime era consapevole della necessità di alimentare continuamente il consenso e di controllare l’immaginario collettivo.

Lo stesso vale per la repressione.

Il fascismo non si fidava completamente della società italiana. La polizia politica, il confino, la censura e il controllo delle organizzazioni sociali dimostrano che il regime considerava il dissenso una minaccia permanente.

Consenso e repressione, quindi, non erano fenomeni alternativi: erano due strumenti complementari del potere fascista.

La repressione colpiva chi rifiutava il regime; il consenso cercava di trasformare gli altri in partecipanti o almeno in cittadini conformi.

Questa combinazione permette di comprendere meglio anche il crollo del 1943.

Se il consenso fosse stato esclusivamente ideologico, sarebbe difficile spiegare la rapidità con cui esso si dissolse. Ma se consideriamo il consenso come una realtà mutevole, il fenomeno diventa più comprensibile.

Le sconfitte militari, i bombardamenti, la fame, le privazioni, la crisi economica e il crollo della promessa di potenza nazionale modificarono radicalmente la percezione del regime.

La guerra distrusse progressivamente il mito dell’efficienza fascista.

Il fascismo aveva promesso ordine, potenza e grandezza. La realtà del 1943 era quella di un Paese sconfitto, bombardato, impoverito e occupato.

Il 25 luglio 1943 fu dunque anche una crisi del consenso.

Non significa che tutti gli italiani fossero improvvisamente diventati antifascisti. Significa che il regime aveva perso quella capacità di presentarsi come inevitabile e vittorioso che aveva costituito una parte fondamentale della sua legittimazione.

È significativo, inoltre, che dopo il crollo del fascismo non si verificasse una rivolta generalizzata contro tutti coloro che avevano collaborato con il regime. Questo dimostra ancora una volta quanto fosse complesso il rapporto tra la società italiana e il fascismo.

Molti italiani erano stati fascisti convinti; altri avevano collaborato per interesse; altri ancora avevano semplicemente vissuto dentro il sistema senza porsi particolari problemi politici.

La società italiana non può quindi essere divisa retrospettivamente in fascisti e antifascisti.

La storiografia più recente tende proprio a evitare questa semplificazione.

Il fascismo fu un fenomeno di massa, ma non una società interamente fascistizzata. Ebbe un consenso significativo, ma non unanime. Fu sostenuto da convinzioni autentiche, ma anche da opportunismo e conformismo. Fu fondato sulla coercizione, ma non sopravvisse soltanto grazie alla paura.

È forse questa la conclusione più equilibrata alla quale conduce il confronto tra le diverse correnti storiografiche.

De Felice ha avuto il merito di riportare il consenso al centro dell’analisi; Gentile ha spiegato la profondità del progetto culturale e politico attraverso il concetto di religione politica; Aquarone ha evidenziato i limiti della costruzione dello Stato fascista; Tranfaglia ha richiamato l’attenzione sulla repressione e sulle strutture sociali che sostennero il regime.

Le loro interpretazioni possono essere diverse, ma non necessariamente incompatibili.

Il fascismo fu contemporaneamente dittatura e consenso, repressione e partecipazione, propaganda e convinzione, opportunismo e fede politica.

Il vero problema storico, pertanto, non è stabilire se “gli italiani erano fascisti”. Una domanda del genere è troppo generica per essere realmente utile.

La domanda più seria è un’altra: perché milioni di italiani, in momenti diversi e per ragioni diverse, accettarono, sostennero o si adattarono a un regime che aveva cancellato la libertà politica?

La risposta conduce inevitabilmente alla crisi dello Stato liberale, alla paura del comunismo, al nazionalismo, alla promessa dell’ordine, alla propaganda, alle politiche sociali, alla mobilitazione delle masse e alla capacità del fascismo di presentarsi come il progetto di una nuova Italia.

Ma conduce anche a una conclusione meno rassicurante.

Una dittatura non ha bisogno che tutti siano fanatici. È sufficiente che una parte creda, che una parte collabori, che una parte si adatti e che una parte, pur non condividendo il regime, non trovi la forza o la possibilità di opporsi.

Il consenso fascista fu precisamente questo: non un plebiscito permanente, ma un insieme mutevole di convinzioni, interessi, entusiasmi, paure, conformismi e silenzi.

Ed è forse proprio questa complessità, più che qualsiasi giudizio politico retrospettivo, a spiegare come il fascismo riuscì a durare vent’anni.

 

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