Letteratura

L’Acqua amara di Maria Costanza Di Croce

Un romanzo che costruisce un singolare personaggio femminile all’ombra dell’immaginifico Gabriele d’Annunzio.

13 Agosto 2026

Maria Costanza Di Croce – L’acqua amara – Astoria, 2026

«Un’oscura tristezza è in fondo a tutte le felicità umane, come alla foce di tutti i fiumi è l’acqua amara»: il passo del 𝘗𝘪𝘢𝘤𝘦𝘳𝘦 di d’Annunzio da cui Maria Costanza Di Croce ricava il titolo contiene già, 𝘪𝘯 𝘯𝘶𝘤𝘦, il movimento profondo di questo suo esordio narrativo.

𝘓’𝘢𝘤𝘲𝘶𝘢 𝘢𝘮𝘢𝘳𝘢 è la storia romanzata — non so e non importa quanto vicina al vero — di Nina De Lellis, una ragazza abruzzese dai capelli rossi, di umile condizione, che nel 1921 viene condotta a Gardone, nella dimora di d’Annunzio. Il rapporto con il Vate costituisce il centro del romanzo: 𝘀𝗼𝗴𝗴𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝗿𝗶𝗯𝗲𝗹𝗹𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝘀𝗲𝗱𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗹𝗹𝗲𝘁𝘁𝘂𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝗿𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗻𝘇𝗮, 𝗲𝗱𝘂𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗲𝘀𝘀𝗼.

Nina, inizialmente trattata come una serva dalla governante Amélie, conquista progressivamente l’attenzione del Comandante, che ne intuisce l’intelligenza e decide di istruirla. Le regala 𝘈𝘭𝘤𝘺𝘰𝘯𝘦 e il 𝘞𝘦𝘳𝘵𝘩𝘦𝘳, le insegna il latino, il greco e la storia, vorrebbe sottrarla al «fango» delle sue origini. Ma Nina, che ha una bella testa, una «cocce» in dialetto, gli oppone una resistenza ostinata: «Non è fango! È la mia vita! […] Io voglio lavorare, vivere la mia vita. Non voglio diventare una vostra… creatura»…

È uno dei momenti più felici del libro. C’è qui il rifiuto della letteratura intesa come mistificazione della vita, come sua eccitata e adulterata esaltazione. Nina vuole restare nella vita, al di qua della letteratura. È una critica diretta del dannunzianesimo, che pure rappresenta uno dei momenti più intensi della nostra tradizione letteraria nella sussunzione della vita in arte.

La contraddizione è solo apparente: Nina rifiuta di farsi «creatura» del poeta, ma accetta di studiare con lui. La cultura diventa così contemporaneamente strumento di emancipazione e possibile mezzo di dominio.   Anche il dialetto abruzzese, che le si vorrebbe estirpare, è parte irrinunciabile della sua identità: «Senza quel passato, non sono nulla, non conto nulla».

Intanto Nina si innamora di Giulio, reduce dalle trincee e dall’impresa fiumana, un giovane che porta sulla propria pelle le conseguenze della retorica eroica del Vate. Nei racconti dei reduci traspare il risentimento verso gli eroi piumati della storia, che per inseguire i loro disegni poetici ed esaltati hanno inflitto sofferenze agli umili e ai semplici. Neppure il d’Annunzio che prende le distanze da Mussolini può essere assolto dalla responsabilità di aver contribuito, con la propria retorica, a preparare il terreno sul quale il fascismo avrebbe prosperato.

Ma è soprattutto nella costruzione del personaggio di Nina che risuede, s mio avviso, la riuscita drl romanzo.  L’allieva finisce progressivamente per leggere il maestro: d’Annunzio, che inizialmente appare come il depositario del sapere e della parola, diventa ai suoi occhi un vecchio prigioniero della propria leggenda, che si aggrappa alla letteratura per non sentire il peso degli anni. La ragazza che doveva essere plasmata diventa colei che osserva e giudica il proprio educatore.

Spira nella narrazione un uso consapevole dei codici del romanzo popolare, intinti in atmosfere dannunziane e insieme sottoposti a un sottile rovesciamento: quasi un metaromanzo, se non una parodia, almeno una scaltra imitazione à 𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘯𝘪èr𝘦 𝘥𝘦, una sorta di  scaltro détournement. Di Croce racconta d’Annunzio attraverso una forma narrativa che continuamente lo richiama e insieme lo mette a distanza, lo colloca, insomma, tra virgolette. Tanto più efficace risulta la sobrietà della scrittura, una prosa lavorata per sottrazione, in contrasto con la magniloquenza del Vate.

𝗜𝗹 𝗿𝗼𝗺𝗮𝗻𝘇𝗼 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗰𝗼𝘀ì 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗲𝗱𝘂𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗮 libertà 𝗮𝘁𝘁𝗿𝗮𝘃𝗲𝗿𝘀𝗼 𝘂𝗻 𝗺𝗮𝗲𝘀𝘁𝗿𝗼 𝗰𝗵𝗲, 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗿𝗲 𝗲𝗱𝘂𝗰𝗮, 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗺𝗲𝘁𝘁𝗲 𝗱𝗶 𝘃𝗼𝗹𝗲𝗿 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗲𝗱𝗲𝗿𝗲. D’Annunzio vuole rendere Nina autonoma, ma secondo un’autonomia da lui progettata; vuole che diventi se stessa, purché quel «se stessa» sia una sua creazione.

𝗘 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗰𝗲 𝗡𝗶𝗻𝗮 𝗴𝗹𝗶 𝘀𝗳𝘂𝗴𝗴𝗲. Il grande poeta che voleva plasmarla finisce per diventare, suo malgrado, uno degli strumenti attraverso cui la ragazza impara a non farsi plasmare da nessuno.

Libro apparentemente facile, forse riducibile a uno sceneggiato televisivo, purché nelle mani di un Sandro Bolchi, 𝘓’𝘢𝘤𝘲𝘶𝘢 𝘢𝘮𝘢𝘳𝘢 possiede malizie e segreti che meritano di essere decrittati. E questa Nina, bisogna riconoscerlo, 𝗵𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗼 𝘂𝗻𝗮 «𝗰𝗼𝗰𝗰𝗲 𝗱’𝗼𝗿𝗼».

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