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Letteratura

Più libri, meno giornali: il paradosso della lettura in Italia

Il mercato del libro cresce e i lettori tengono, mentre le edicole si svuotano. Non è la fine della lettura, ma di un’abitudine precisa: informarsi ogni giorno su carta. E il conto rischia di pagarlo il dibattito pubblico.

27 Ottobre 2026

L’Italia è ancora un Paese di lettori? E’ l’interrogativo che parte puntualmente ad ogni uscita dei dati sulla lettura. Quest’anno il quadro è più sfumato e, per certi versi, più interessante, considerati i dati Istat ripresi il 26 ottobre da AgenziaCult, secondo i quali la quota di persone che leggono con regolarità, cioè almeno quattro libri l’anno oppure un quotidiano almeno tre volte a settimana, è rimasta stabile nel 2025 al 36,1%. Dentro quella stabilità, però, due curve si allontanano: i libri tengono, i giornali no.

È un paradosso solo apparente poiché racconta un cambiamento profondo nel modo in cui gli italiani usano la parola scritta, e pone una domanda che riguarda meno l’editoria e più la qualità della nostra vita pubblica.

Il libro tiene, anche grazie a una spinta pubblica

Partiamo dalle buone notizie: secondo i dati NielsenIQ presentati dall’Associazione italiana editori alla Fiera di Francoforte nei primi nove mesi del 2026 il mercato dei libri è cresciuto del 3,2% a valore, superando il miliardo di euro, con 69,8 milioni di copie vendute. Il presidente dell’Aie Innocenzo Cipolletta ha attribuito parte del risultato al bonus da 60 milioni destinato agli acquisti delle biblioteche, chiedendo che diventi strutturale.

Anche sul fronte dei lettori i segnali non sono negative come conferma un’indagine dell’Aie, rilanciata da AgenziaCult il 7 ottobre, stima che nel 2025 il 76% degli italiani tra i 15 e i 74 anni abbia letto almeno un libro, circa 33,7 milioni di persone, pur leggendo con minore frequenza. Il mercato resta però molto concentrato: i forti acquirenti sono il 9% della popolazione ma generano il 43% delle vendite.

L’Istat, con criteri diversi, offre una fotografia più prudente. Nel 2024 il 57,1% delle persone dai sei anni in su ha letto almeno un libro, contro il 59,4% del 2015. Le donne leggono molto più degli uomini, 62,6% contro 51,2%, e il Mezzogiorno resta indietro, sotto il 50%. Le indagini non coincidono, per metodo e fasce d’età, ma convergono su un punto: il libro non è in caduta libera. Dunque, una buona notizia.

L’edicola si svuota

Se spostiamo l’attenzione su i quotidiani e il rapporto con la lettura degli stessi, il discorso cambia radicalmente. Secondo l’analisi dei dati Ads pubblicata da Professione Reporter a settembre, curata dal giornalista Lelio Simi, la diffusione media giornaliera dei quotidiani italiani, carta e digitale insieme, è scesa nel 2026 a poco meno di 1,5 milioni di copie: l’8% in meno rispetto al 2025 e il 35% in meno rispetto al 2021, quando si sfioravano i due milioni.

Il digitale non compensa e non aiuta. Nello stesso periodo, per ogni copia digitale venduta a prezzo scontato guadagnata, se ne sono perse circa nove di carta. E una quota crescente della diffusione è fatta di copie regalate o vendute a una frazione del prezzo: circa una su dieci negli ultimi tre anni. Alcune testate storiche hanno visto quasi dimezzare la propria diffusione in cinque anni.

Questi numeri misurano le copie vendute, non la lettura delle notizie; infatti, molti italiani si informano ancora, ma lo fanno gratis: sui siti, attraverso i social, con newsletter e podcast. Il giornale non è sparito come contenuto; è in crisi come prodotto e come abitudine.

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Foto da Pexels, di Ekrulila

Cosa perdiamo quando chiudiamo il giornale

Dunque, non c’è nulla di cui preoccuparsi? In fondo, si legge altrove, in altro modo, sebbene ci sia una differenza tra un romanzo e un quotidiano che va oltre il formato. Il libro è una scelta individuale, spesso di evasione o di approfondimento. Il giornale, invece, è una gerarchia, ovvero qualcuno ha deciso cosa è importante oggi, in che ordine, con quale spazio. È un’agenda comune, imperfetta e discutibile, ma condivisa.

Quando quella gerarchia viene sostituita dal flusso dei social, a decidere cosa vediamo sono algoritmi che premiano ciò che ci trattiene, non ciò che conta. Il rischio non è che gli italiani smettano di leggere, ma che smettano di leggere le stesse cose, e che il dibattito pubblico si frammenti in tante bolle informative.

C’è poi una questione economica dato che meno copie vendute significano meno risorse per le redazioni, in particolare per il giornalismo locale e d’inchiesta, quello che costa di più e rende di meno. Una notizia sul consiglio comunale o su un appalto opaco non diventa virale, ma è quella che tiene viva una comunità.

Non tutte le colpe sono da attribuire ai lettori. Molti critici ricordano che gli editori hanno spesso inseguito i clic con titoli urlati e contenuti di scarso valore, contribuendo a erodere la fiducia. E i prezzi in edicola, per un pubblico che invecchia e ha redditi fermi, pesano. La crisi dei giornali è anche una crisi di offerta.

Un bonus per i libri, e per l’informazione?

Il caso del bonus biblioteche dimostra che le politiche pubbliche possono fare la differenza: risorse mirate, spese in modo diffuso sul territorio, producono effetti misurabili. Ci si può chiedere se un ragionamento simile non vada esteso all’informazione di qualità, per esempio portando i quotidiani, cartacei o digitali, nelle scuole e nelle biblioteche e insegnando a leggerli in modo critico.

È una strada che solleva obiezioni legittime visto che il sostegno pubblico all’editoria rischia sempre di creare dipendenza o condizionamenti, e nessuno vorrebbe giornali che dipendono dalla benevolenza della politica. Ma lasciare tutto al mercato significa accettare che la sola informazione davvero accessibile sia quella gratuita, cioè quella pagata con la nostra attenzione.

Gli italiani, dunque, non hanno smesso di leggere, ma hanno cambiato cosa leggono e come.

E allora, un Paese che compra più romanzi e meno giornali è un Paese più colto, o soltanto meno informato?

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